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Non è vero che fu una sconfitta; fu, invece, l’inizio di un’epopea che porterà- anche se con un secolo di ritardo – all’unità d’Italia.

La sera del 23 Marzo 1849, dopo alterni capovolgimenti militari che caratterizzarono la battaglia finale di Novara, in un susseguirsi drammatico di scontri furiosi tra le forze austriache del Radetzky e l’esercito piemontese, il re Carlo Alberto, constatata l’impossibilità di continuare una guerra ormai perduta, abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II e parte in volontario esilio in Portogallo, ad Oporto, ove morirà dopo appena 4 mesi; era il 28 luglio del 1849.

I testi di storia ad uso delle scuole medie riportano una frase melodrammatica con la quale il pallido sovrano si accommiatò dalla sua corte e dal suo popolo:I Savoia conoscono la via dell’esilio, non quella del disonore!” Ma ciò non valse a riabilitarlo né al cospetto degli antenati, né al giudizio dei posteri.

Eppure questo uomo, ancora oggi, viene tacciato di ambiguità, di incapacità gestionale del Regno di Sardegna, di fragilità caratteriale, tanto da meritarsi il nomignolo di “Italo Amleto”; ma nessuno ha voluto indagare sulla sua personalità, cristallizzata e repressa da un’educazione familiare che il padre – Carlo Felice – gli riservò per tutta la vita, non avendogli mai perdonato le simpatie del giovane Carlo con i rivoltosi del 1821, allorché, nominato reggente, aveva giurato e promulgato una Costituzione, sul modello spagnolo, ancor più democratica di quella francese; ma il genitore, il bigotto ed arido Carlo Felice, gli revocò la reggenza e lo sconfessò, annullando la Costituzione.

Ciò gli valse la diffidenza dei governi della “Santa Alleanza” e – cosa che, forse, gli pesò di più – il disprezzo dei liberali per quel “tradimento”.

Inutilmente, nel 1823, partecipò ad un spedizione militare in Spagna, sotto le insegne francesi guidate dal duca di Angouleme, dove si distinse per coraggio ed eroismo- tanto da meritarsi i gradi di caporale d’onore da parte degli “Zuavi”- nel vano tentativo di una riabilitazione filiale.

Ma di quell’episodio non se ne parlò in Piemonte, per espresso ordine del padre che gli tolse ogni sguardo benevolo, rifiutandosi, persino, di farlo accostare al proprio letto di morte, durante l’ora del trapasso.

Proprio questo episodio deve far riflettere sul comportamento di una dinastia che foderò il proprio cuore con plumbea insensibilità, al punto che, nemmeno la ragion di Stato potesse subire tentennamenti sentimentali.

D’altra parte, quando nel 1943 Vittorio Emanuele III pensò solo a sé stesso ed alla sua corte, con l’ignominiosa fuga a Brindisi, anche in quell’occasione emerse il carattere refrattario dei Savoia ad ogni sentimento di paterno amore, impedendo al figlio Umberto II di partecipare alla difesa di Roma contro i Tedeschi, determinando, non solo la fine della monarchia sabauda, ma facendo ricadere sui discendenti un tremendo biasimo concretizzatosi, persino, con una disposizione della nostra Costituzione che ha vietato, fino allo scorso anno, ai discendenti maschi di Casa Savoia, di risiedere nel territorio italiano.

Eppure, c’era stato anche un Papa, Pio IX , che concesse una Costituzione, salvo a rimangiarsela poco dopo, venendo meno ai principi evangelici di libertà e solidarietà; che si meritò il discredito dei liberali, ma non di tutto il mondo cattolico.

Invece, sul povero Carlo Alberto è stata calata una condanna violenta ed ingiusta.

Solo un grande patriota, per giunta repubblicano, il Mazzini, gli scriverà una lettera di sostegno e giustificazione a quei comportamenti, nella quale impegna il giovane sovrano ad assumere la guida delle speranze d’Italia, ad essere “vindice” del servaggio della Patria sotto il dominio asburgico, ad essere eponimo del suo secolo, “ad essere il primo tra gli uomini o l’ultimo dei tiranni”.

Tutti sappiamo della sfortunata campagna della prima guerra della nostra indipendenza; eppure c’erano stati significativi successi militari, con le vittorie di Goito, Pastrengo e Peschiera, tanto da far temere allo stesso Radetzsky una sconfitta decisiva che avrebbe determinato la fine del dominio austriaco in quasi tutto il Nord Italia.

Ma ancora una volta giocarono a sfavore delle sorti italiche l’indecisione, i dissidi fra i comandi militari piemontesi, le rivalità politiche e quelle del mondo ecclesiastico che certamente non si augurava la cacciata dall’Italia di un braccio secolare come quello austriaco. Ed avvenne la prima decisiva sconfitta militare: quella di Custoza che si concluse con l’armistizio del 9 agosto 1848. firmato dal generale Salasco. Eppure, Carlo Alberto, nonostante il fallimento dei moti rivoluzionari europei di quello stesso anno ( persino Vienna fu scossa da una rivolta popolare ), non dando ascolto alle titubanze dei pusillanimi moderati, ma raccogliendo “quel grido di dolore” di quanti supplicavano per l’indipendenza italiana, denunciò l’armistizio e riprese la guerra, che si concluse, per come sopra indicato, con la sua disfatta a Novara, il 23 marzo del 1849.

Fu, quella, l’unica battaglia di libertà e di coraggio; la seconda e terza guerra d’indipendenza, invece, ci valsero, sì, un regno, che sembrò più il risultato della fortuna che non l’orgoglio di una dinastia.

Giuseppe Chiaia ( preside )

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