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Lo studio dei classici può tramandare insegnamenti attuali?

Incommensurabile è la produzione letteraria mondiale, sia che la si consideri come documentazione della civiltà nel suo svolgersi plurimillenario, sia che la si scopra come modello di vita nella storia del genere umano.

Ovviamente, una simile trattazione richiederebbe studi approfonditi, vastità di conoscenze storico- linguistiche, ma, soprattutto, un impegno di ricerca e di collazione dei testi in un’opera che assumerebbe la voluminosità enciclopedica; ed allora, è sembrato più opportuno prendere un autore a caso, inserirlo nel contesto storico di appartenenza e cercare di delinearne la sensibilità, l’arte, l’ideale di vita e quali siano stati i suoi valori, visti come principi di vita universali e che il trascorrere del tempo non ha mai scolorito.

Che se, poi, questa forma di comunicazione troverà favori presso i lettori di questa giornale, ciò mi varrà come incitamento a trattare ulteriori tematiche sull’argomento.

Il mio primo argomento riguarda la poetica, la liricità, l’arte e le profonde significazioni filosofiche che hanno reso famoso ed amato il grande poeta latino Quinto Orazio Flacco, con l’avvertenza che l’occasionale lettore non si aspetti di leggere una ennesima critica letteraria, né di ricavarne materia di natura umanistica; il modesto tentativo vuole essere l’omaggio di un giovane studente liceale degli anni cinquanta del trascorso secolo, che, a distanza di tempo vuol mettere alla prova la propria memoria ed i propri sentimenti verso un tipo di cultura che ha alleviato il nostro vivere dopo la tremenda esperienza della seconda guerra mondiale.

Ed andiamo ad incominciare.

Orazio, più compiutamente, Quinto Orazio Flacco, aveva già tentato le complesse nostre conoscenze latine, durante il biennio ginnasiale, ma ancora non ci era possibile percepire l’eleganza e l’armonia di un poeta che vide la luce nell’anno 65 a.C., forse nella giornata dell’8 dicembre, in quel di Venosa, una cittadina a cavallo tra la Puglia e la Lucania.

Il nostro Orazio fu umile di origini, figlio di un contadino; quest’ultimo, affrancato dalla servitù, reso “liberto”, svolgeva anche le mansioni di gabelliere; e fu, forse, questa attività, sempre esecrata in tutti i tempi, a convincerlo di far studiare l’unico suo figlio, appunto, Quinto, perché ricevesse quell’istruzione e quella educazione riservata ai figli della nobiltà, proprio perché Orazio acquisisse quella dignità che solo la cultura sa offrire; non a caso, il più grande oratore di tutti i tempi, Cicerone, aveva raggiunto la massima carica politica – il Consolato – grazie, soprattutto, alla vastità del suo sapere e alla brillantezza del suo ingegno, pur avendo avuto origini contadinesche in quel di Arpino.

Il giovane Quinto studiò ed apprese le basi della grammatica e della retorica nella Roma, in un periodo di grandi turbamenti politici e sociali.-

Egli fu testimone della fine del periodo repubblicano, della tragica morte di Cesare, e dell’avvento di Ottaviano; aderì all’ideale repubblicano propugnato da Bruto ed a Filippi, a stento si salvò con la fuga, dalla rappresaglia dei vincitori.

Furono i vecchi amici, fra i quali Virgilio, a spianargli la strada delle conoscenze politiche più influenti di Roma, fra le quali, la più importante fu l’amicizia con Mecenate, il ministro più vicino al cuore ed alla mente di Augusto.

Ma Orazio, desideroso più di libertà e di ozi agresti, preferì, alla vita tumultuosa ed ellenizzante delle auree dimore patrizie, la tranquillità della campagna, i teneri e rosei tramonti che gustava dalla sua villa in Sabina e gli studi letterari e filosofici, assaporati durante la sua permanenza in Atene, all’età di vent’anni, in quella città dove ancora la meditazione filosofica era caratteristica di un costume sociale, e dove, ancora, architettura e scultura esaltavano il gusto e l’estetica di un popolo che aveva informato della propria civiltà tutto il mondo di allora, dove ancora era possibile rinvenire, nelle fornite biblioteche di papiri la classicità di Omero, o la musicalità della lirica greca, o la lettura dei grandi tragici che tanto contribuirono alla catarsi dei loro spettatori.

Ecco perché la sua arte poetica esprime, sì, riconoscenza a Mecenate, ad Augusto, alla famiglia dei Pisoni, ma è la riconoscenza di chi non rinuncia alla propria indipendenza e che fu la sua caratteristica letteraria e di vita.

La sua produzione poetica scandisce due periodi di vita: dal 40 a.C. al 30 a. C. scrive il libro degli Epodi e i due libri di Satire; e dal 30 all’8 a. C. tutte le altre opere, fra le quali si devono ricordare i 4 libri di Sermoni, di cui, 2 libri di Satire e 2 libri di Epistole, oltre ad un libro di Epodi, 4 libri di Odi ed il famoso Canto Secolare.

Ed è proprio con le Odi che Orazio assurge alle più alte cime del Parnaso; esse sono un esempio altissimo di eleganza metrica, di squisita sensibilità artistica, di somma spiritualità poetica, e nelle quali si avverte, certamente , l’influenza dolcissima dei due più grandi poeti lirici greci: Alceo e Saffo, a lui molto cari.

E già nella prima ode, che fa da dedica al suo grande amico e benefattore, Mecenate, quella che inizia “Mecenas atavis edite regibus…” (O Mecenate, tu che discendi da stirpe regale….),dopo aver esemplificato le tendenze fugaci, prosaiche, avventurose, violente che agitano gli animi umani, il poeta si ritiene pago solo dell’armonia della poesia lirica, unica consolazione, vera atarassia dell’animo che innalza lo spirito “fino a toccar le stelle” come anticipando le altrettante e famose chiose dantesche delle tre Cantiche, quelle che così recitano :

“e quindi uscimmo a riveder le stelle”;

“puro e disposto a salire alle stelle”;

“l’amor che move il sole e le altre stelle”.

Quest’uomo, di minuta e piccola statura, che si rifiutò, quasi, di sopravvivere alla morte del caro amico Mecenate, che esaltò la poesia latina fino ai vertici della lirica greca, che accettò, come evento ineluttabile, la caducità del vivere, è riuscito a varcare i confini dei tempi, conscio come egli stesso disse ” Non omnis moriar…quia exegi momumentum aere perennius…” (non tutto di me morirà…poiché ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo…).

Giuseppe Chiaia ( preside)

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