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Ufficialmente, si fa risalire al 1957, con il trattato di Roma, la nascita effettiva del primo nucleo dell’Europa Unita: la CEE ( Comunità Europea Economica ); e tutti quelli che hanno vissuto quei giorni, ricordano, ancora oggi, i nomi più prestigiosi dei padri fondatori dell’Europa attuale: De Gasperi, Adhenauer, Spaak.

Eppure, l’idea politica federativa del nostro continente risale, nel passato meno recente, alla prima metà del 1800, per merito di un grande italiano, molto trascurato dalla storiografia e dalla cultura nostrana in genere: ci si riferisce a Carlo Cattaneo, patriota risorgimentale, umanista illustre, cultore e propugnatore appassionato di arte e filosofia, ma, ancor di più, di economia e storia, al punto di interpretare e propagare quest’ultima come scienza primaria, capace di illuminare ed indirizzare l’attività politica in genere; in special modo, la coscienza delle genti.

Cattaneo seppe guardare molto al di là degli eventi che maturarono e si svolsero nella frammentata Italia uscita dal Congresso di Vienna; e mentre fu capace di coordinare e dirigere il moto insurrezionale della Milano delle 5 giornate del 1848, già, fin d’allora, superava le anguste visioni nazionalistiche del tempo, vagheggiando l’utopia di un’Europa federata, nella quale si riconciliassero i popoli europei pur nel rispetto delle loro autonomie culturali e politiche, che era cosa ben diversa dalla visione che dell’Europa aveva De Gaulle, allorchè fece fallire, nel 1954, il primo tentativo dell’unificazione europea, propugnando un’Europa delle patrie, dove risaltasse la “grandeur e la gloire” francese, in una visione politica che ricopiava l’atteggiamento di Luigi XIV.

Dal raffronto di queste interpretazioni della storia in senso pseudo democratico, rifulge, ancor di più, la figura di Carlo Cattaneo, che fu capace di guardare oltre i confini di due secoli.

Infatti, in questi giorni, ad Atene, si è svolta la riunione dei Capi di Stato aderenti alla EU, nella quale si è votato l’ingresso di altri dieci nazioni che arricchiranno, portandolo a 25, il numero degli Stati che, nel 2004, costituiranno la Comunità Europea. E la storia, adesso, sembra correre, accelerando un futuro che era utopia presagirlo appena 20 anni or sono.

In questa nuova Europa entreranno a far parte l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, e gli stati dell’Europa orientali che prima erano massificati nel Patto di Varsavia; vedremo, finalmente, riconciliarsi – all’insegna della solidarietà comunitaria – Greci e Turchi, ancora guardandisi in cagnesco per la supremazia dimezzata che esercitano nella mitica ed ellenica Cipro; questi popoli, vessati da oligarchie e tirannidi millenarie, schiavizzati nel massacrante lavoro dei campi, alieni da ogni forma di democrazia, conosceranno ed apprezzeranno l’utilitarismo dell’economia liberale, di quella economia che al rigido materialismo ha contrapposto la necessità di rispettare l’ambiente geografico, sociale e produttivo in cui opera, alla luce dei grandi principii etici che caratterizzano la cultura occidentale.

Ma non bisogna dimenticare che noi europei, ed in special modo noi italiani, dobbiamo un eterno ringraziamento alla Grecia antica e che la nostra civiltà, così diversa da tutte le altre, ha visto la propria alba nel ceruleo mare Egeoil senso comunitario che oggi vantiamo e propugniamo ha origini antichissime, forse perché è nostalgia dello splendore della Roma antica, del suo vasto impero, acquisito, sì, con la potenza delle sue legioni, ma che sopravvisse per moltissimi secoli- ed informa dei suoi principi non solo l’Europa ma ha varcato l’Atlantico – in forza del suo diritto e della sua organizzazione statuale, nella quale si sviluppò quell’entità politica, culturale e spirituale che, ancora oggi, rappresenta il vero cemento dell’EU.

La diversità delle lingue, la specificità di usanze, costumi e tradizioni dei vari popoli europei, la religiosità diversificantesi nel cattolicesimo, nel protestantesimo, nell’anglicanesimo e nei vari patriarcati delle chiese orientali, causa spesso fondamentale delle tragedie che hanno imperversato, insanguinandolo, il suolo europeo, forse troveranno un’atmosfera di temperie nello instaurato clima federalistico , una volta cessate le lotte e la voglia di supremazia politica che è ancora dura a morire; diremo che l’armonia gioirà nelle contrade d’Europa quando saranno aperte a tutti i popoli le porte delle chiese, delle sinagoghe e delle moschee.

Giuseppe Chiaia ( preside )

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