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Recensione di un libro che narra la storia degli ultimi quaranta anni del nostro paese, vista con occhi “adolescenti”.


“DUE DI DUE”: OVVERO UGUALI E DIVERSI MODI DI CONTINUARE AD ESSERE AMICI…

Ho ancora tra le mani il bel libro di Andrea de Carlo “Due di due” sebbene abbia finito di leggerlo da qualche settimana. Mi piace ricordare ancora alcune frasi. Cosi adesso le mie mani sfogliano nervosamente quel blocco di fogli assemblati, cercando di riconoscere proprio quei passi che m’interessano.

Mi perdo nel rompicapo di lettere, nel labirinto folle delle vicende fino a quando non riconosco ciò che stavo cercando:

“Lo so come ci si sente. E’ come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi .

Ho passato ¾ della mia vita chiuso fuori finché ho capito che l’unico modo era romperlo.

E se hai paura di farti male prova ad immaginarti di essere gia vecchio e quasi morto pieno di rimpianti”.

Tutta la vicenda ruota su questo principio: infrangere il delicato vetro del controllo per aprire una breccia nel cielo. E’ un libro sull’audacia di chi sa immaginare orizzonti diversi da quelli che qualcun altro ha già programmato per noi, di chi sa credere nell’evasione dalle scelte che l’autore definisce “obbligate”. E’ inoltre un libro sull’amicizia tra L’Io narrante e Guido Laremi, personaggio megalitico. De Carlo complica le cose quando decide di dare delle coloriture temporali alla storia. E nel farlo non sceglie una data qualsiasi ma un’epoca:1968. De Carlo ci sta in pratica offrendo la storia degli ultimi quaranta anni del nostro paese da una vista privilegiata: quella degli occhi di uno, due, tanti adolescenti, nonché di una città intera e caleidoscopica: Milano

Milano è una Babilonia ignobile e peccaminosa che tritura vite umane, sentimenti genuini, verità .

E’ una selvaggia e aggressiva trincea popolata da tanti spogli e rassegnati manichini che scontano la loro alienazione. I discorsi di Laremi sono delle orazioni sul raggiungimento della felicità, dell’amore vero ed unico che egli cerca nelle ragazze di tutto il mondo e non lo trova, ma anche del miracolo, profano dell’amore grande, dell’amicizia .

E’ un libro problematico nella misura in cui è trattato questo argomento .

De Carlo si astiene dal cantare le cose belle del mondo perché costituiscono già di per se un canto, per questo parla di tutto ciò che felicità non è. Analizza le cose felici attraverso un processo di esclusione. Il libro infatti racconta spesso di vicende tristi, incolori perché ci descrive la difficoltà di crescere. Affiorano, di tanto in tanto, cieli immensi da fumi di smog e nebbia, infiniti spazi da camere d’albergo, tramonti mari e fiumi, atolli, interminabili foreste pluviali e polverose autostrade dalla mente pensosa di Guido. Il disorientamento di quegli anni giovanili è oramai un’asperità smussata, raccontata da chi ripercorre con occhi magici dispiaceri lontani. Sono quelli di Mario, L’Io narrante, che ammette di aver conosciuto il suo amico all’uscita di scuola ed in maniera incidentale. L’aspetto, i modi, l’ottima capacità oratoria di Guido al momento di prendere il microfono alle assemblee di istituto, lo rendono un diverso.

Inizialmente affascinato dal carisma dell’amico, decide di seguirlo, di tesaurizzare ogni singolo gesto.

Mario è apparentemente succube di Guido, ma nella seconda parte si apprezza la sua volontà. S’innamora a prima vista di una generica bibliotecaria, la porta con se . Costruisce una casa , ha dei figli e un orto da coltivare, in poche parole crea un mondo nel mondo, un piccolo regno privato, trincerato in cui non esistono contatti con tutto ciò che abbia a che fare con lo Stato, gli obblighi verso la società con le sue implicazioni ipocrite, le industrie, e le multinazionali. Il suo è un vero e proprio ritorno voluto allo stato di natura. Quasi come se fosse fulminato da una conversione totalizzante Mario impone con la sua vita un modello da imitare, rendendola un magnete potentissimo che attira tante persone, una cupola sotto la quale una famiglia dimostra che si può vivere in tutti i modi possibili. Più tardi questa pseudo comunità accoglierà anche altre persone interessate a condividere (per necessità più che per sfida) lo stesso stile di vita.

Questo piccolo “Amarcord” è un’ibrida storia a metà strada tra la Bibbia e un romanzo beat in cui i personaggi si incontrano su interminabili spiagge, sostano insieme con nostalgia per poi ripartire, organizzano rappresaglie e viaggi in India su vecchie automobili. Ma la grande abilità dell’autore si coglie, a parer proprio nei ritratti dei personaggi. Il più interessante potrebbe essere Guido che con le sue provocazioni ed il suo romanticismo appare come un nostalgico, un ribelle, senza terra, un guru che non ha nulla da perdere, un “Dean Moriarty” che si smarrisce tragicamente nei gorghi profondi della sua stessa vita, avvizzito dall’alcool e dall’isteria, terrorizzato dallo stillicidio della quotidianità, confinato in quella parte di mondo che non avrebbe né osato, né potuto né amato raggiungere: l’eden del successo.

Questo ottenuto dopo anni di attese per la pubblicazione di un libro (per altro contro la sua volontà) che denuncia lo squallore della vita milanese di un operaio, suggellerà la nuova fase della vita del protagonista, consunto dal mal d’amore o forse dal male di vivere. La sua esistenza eroica se vogliamo, ma anche tragica è volta soltanto alla ricerca della contentezza, di una vita che facesse ridere, che avesse soltanto questo come senso.

Tentativo vano.

Guido è un eterno scontento, a causa delle assurde implicazioni e degli assurdi compromessi esistenti, egli non accetta che al mondo esistano sempre un nord ed un sud, o delle barriere, delle dittature mentali, imposizioni di ogni tipo capaci di attentare alla nostra fantasia, alle nostre scelte. L’irrequietezza e la smania derivano da questo senso di equilibrio precario, di libertà controllata, compressa, circoscritta, come fosse un filo cui tutti sono appesi, ma forse per Guido la libertà continua ad essere un vascello. L’infinito ulissismo di Laremi è dato dal fatto che egli sia riuscito, senza preavviso, ad abbandonare gli affetti, trascurare le sue cose, la scuola pur di mettersi in cammino, ed infine persino a dimenticare quel poco che aveva costruito, il tutto a causa di un seducente e forse irraggiungibile orizzonte. Proprio in quel momento la roccia solida del suo cuore frana.

E per sempre.

Per Guido in fondo nulla vale quanto il tentativo di soddisfare la sua intrattenibile sete. L’insaziabile voglia di mettersi in viaggio. I più invece sanno mettere a tacere il fragore di questo pezzo di roccia che si infrange .

L’amico Mario è un Ulisse a metà, uno pseudo Ulisse che decide di ricominciare daccapo. Alla fine è il personaggio positivo della vicenda, riesce a vincere la battaglia con gli elementi della natura nei lunghi e gelidi inverni, ai piedi dei fiumi tra le rocce gorgoglianti di un’Umbria oramai alle soglie degli anni ottanta. Alle spalle ha una famiglia assurda, composta da una madre che finge di essere premurosa, ma in realtà e’ totalmente disinteressata alla vita del figlio. Da adolescente e’ anche lui molto fragile, subisce il fascino del suo amico oscuro, tenta la strada dell’errare senza meta, ma ritorna sempre indietro. Al suo fianco c’è la compagna di vita Martina, un impasto di ingenuità e tenerezza , una madre buona , un tenue e fragile fiore nascosto tra le pieghe della sfaccettata città che i due abbandoneranno per sempre. De Carlo la lascia parlare di frequente, nonostante ciò Martina mi appare silenziosa, dal passo felpato, come se fosse alata. E’ più vicina ad una principessa delle fiabe che alla contadinotta che ha deciso di essere. I suoi gesti per niente ruvidi non sono gli stessi della sorella Chiara, razionale, decisamente assuefatta alla realtà cittadina.

Squallidissime infine, le ultime due compagne di Guido: Lourie e Blanca.

Lourie è la straviziata figlia di un facoltoso uomo australiano che vive in un hotel tutto suo, oramai fatiscente e sgangherato dal quale fanno capolino i suoi amici in abiti sintetici e punk. Lei invece pretende di suonare rock sebbene “abbia una camera dalle pareti fucsia con tanti pupazzi di peluche e bambole ed un poster in dimensione naturale di David Bowie”. Beve alcolici, ingoia pasticche, fuma il narghilè. E’ isterica e distruttiva nei consigli.

Blanca e’ invece una bambina formato maxi, una spettacolare modella di diciannove anni in preda all’anoressia, ossessionata dai complessi, un asettico manichino che si lascia sfruttare, un essere alieno al resto della storia, un corpo completamente estraneo, introdotto quasi con forza. E’ un personaggio senza alcuna profondità, non si capisce da che parte stia , non ama Guido, non ha la forza di prendere decisioni. In fondo suscita anche un po’ pena.


Due di due e’ comunque la storia a tutto tondo di una grande, grandissima amicizia che nonostante distanze e problemi non si distrugge, ma continua, va avanti. E’ bello notare come affiori questo reciproco attaccamento tra i due ,seppur mai detto, mai confessato, taciuto per paura che i segreti svelati possano violare i misteri. E’ stupendo riflettere su quanto valga un vecchio amico, e’ ancora più stupendo riflettere sul suo valore, come qualcosa di prezioso che c’è sempre. Mi piace pensare che ancora oggi sia cosi, che dal ’68 al 2003 non sia cambiato nulla.

Non posso svelare la fine del libro densissimo che De Carlo ha concepito, sebbene non sia del tutto imprevedibile. Non posso neppure dire se si tratta di un racconto triste o no . Posso soltanto consigliarvi di andarlo a comprare (se non lo avete già fatto) e di andarlo a leggere. E’ un romanzo affascinante non solo per i ragazzi cui De Carlo come al solito si rivolge, ma anche alle persone adulte che sono state a loro volta adolescenti, ma spesso se ne dimenticano.

VALERIA DE STEFANO 12/09/03

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