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Musicista, pittore, scultore, poeta, scrittore ed infine attore professionista: tutto questo è Gianni Pellegrino. Lo abbiamo incontrato per parlare del suo libro e non solo…


Gianni Pellegrino è sicuramente un personaggio molto particolare, eclettico, innamorato dell’arte in tutte le sue espressioni. Alla passione per la musica (riesce a suonare di tutto con mani e piedi…) ha da sempre affiancato l’amore per il cinema e per il teatro a cui giunge attraverso un lungo peregrinare artistico.

Dalla piazza del suo paese dove, insieme ad alcuni suoi amici, intona vecchie filastrocche, approda all’Accademia d’Arte drammatica di Roma: il passo non è breve, ma certamente intenso e voluto. Da lì una lunga serie di esperienze teatrali e cinematografiche, culminate nell’incontro con Alessandro Benvenuti, con il quale dà inizio ad un sodalizio umano ed artistico.

Come un novello cantastorie, ha voluto cimentarsi anche nella scrittura di un poemetto, “Salute Professore”, in cui “canta” in rime “le dolenti riflessioni di un suino consapevole del suo tragico destino”.

Tra il serio ed il faceto, Pellegrino offre, nel suo libro, edito da Rubbettino, uno spaccato delle tradizioni popolari e contadine sotto forma di poesia e commedia, in cui il protagonista principale è il maiale, un animale che non ha mai goduto di grandi simpatie, ma che, poi, a ben vedere nasce e muore per un atto d’amore.

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Gianni, ma questa tua vivacità, questa frenesia così coinvolgente con la quale vivi la vita è una tua caratteristica da sempre?

Sì, proprio per questa mia caratteristica fui spedito dai miei in seminario a Roma, con la speranza che un pò mi calmassi. Poi dal seminario mi hanno cacciato perché hanno capito che non avevo alcuna vocazione e che ero stato portato lì solo con lo scopo di essere tenuto un po’ a bada. Sono tornato, quindi, in Calabria dove ho continuato le scuole e qui iniziarono a venir fuori i miei interessi e cominciai a vagare e ad esplorare gli ambienti artistici. C’era in me un bisogno di esprimermi in tante forme ancora non chiare.

La passione per l’arte, come è nata? Hai avuto qualche esempio?

No. Io sentivo il bisogno di esprimermi, di essere sempre il primo, il migliore…sugli alberi, ero quello che doveva salire più in alto di tutti… “Aò so’ nato splendido…e chiamame mitico!”. Quando ero piccolo, mi chiamavano “Gianburrasca”, una volta cresciuto hanno iniziato a chiamarmi, e mi chiamano ancora, “pazzesco”.

Se ti avesse conosciuto prima Enzo Monaco, il presidente dell’Accademia Italiana del peperoncino, ti avrebbe appunto chiamato “peperoncino”……

Esatto…un peperoncino. Ho cominciato, quindi, a scrivere e a dipingere. Poi, negli anni 70, nel periodo di forte impegno politico si diventò un po’ tutti policizzati, anche se io ho sempre curato l’aspetto poetico della situazione…Alle manifestazioni, io ero quello che suonava la chitarra, mentre gli altri le prendevano dai fascisti.

Sentivo una spinta emozionale ad esprimermi e, di conseguenza, cantavo, suonavo, recitavo. Però, non ero ancora sicuro che fosse quella la mia strada, inoltre volevo fare anche il liutaio essendo nato in una famiglia di artigiani.

Di conseguenza mi misi a cotruire anche strumenti musicali ed in virtù di ciò, poichè, ero appassionato di musica e bravo nella manualità, pensai di frequentare a Cremona, la scuola di liuteria forse più famosa di Europa, ben presto, però, mi accorsi che non ero tagliato neanche per quello, mi mancava, infatti, il movimento, l’essere protagonista.

Rispetto ad allora, ora sto lavorando al contrario:cerco di trattenere, in qualche modo, il cavallo furioso che è in me, il quale, senza freno, galopperebbe a dismisura. Tuttavia, cerco di trattenerlo non nel senso di limitarlo, ma per fare in modo che corra meno alla cieca, per indirizzarlo insomma…..

Successivamente, durante il periodo del servizio militare, mi resi conto che potevo fare l’attore perché ero molto bravo ad inventare scuse, con questo metodo feci undici mesi di convalescenza.

Nel frattempo, stando in paese, dove non c’era molto da fare, ma vi era la tradizione delle farse popolari, con gli amici si pensò di recuperare delle vecchie farse, che non venivano più rappresentate ormai da 30-40 anni. Ritrovammo i testi, io suonavo il mandolino e curavo la regia, anche se non l’avevo mai fatto e non ero mai entrato in un teatro. Si andava, quindi, nelle bettole a recuperare vecchie canzoni, filastrocche, tradizioni.

Durante quel periodo preparai un libro sulle ricette antiche e sulla possibilità di operare un passaggio tra il mondo contadino e quello moderno, che è lo stesso tentativo che ho voluto fare nel mio libro. Quello, in sostanza, fu il mio primo approccio con il mondo della recitazione, anche se io non recitavo. A quel punto, un mio amico regista, di Catanzaro, mi spronò ad andare, con il suo sostegno, ad una scuola a Roma. Qui vinsi due borse di studio, mi diplomai all’Accademia di Arte drammatica e cominciai ininterrottamente a lavorare.

Capii, finalmente, che quella era la mia strada, perché metteva insieme la poesia, la musica, la capacità di dipingere…infatti, sono io a creare i disegni di un costume o di come immagino una scenografia…inoltre sono un appassionato di fumetti, ho la mia fumetteria che riempie una stanza intera, insomma sono un giocherellone, un bimbone.

Una volta capito il ruolo a te più congeniale, cioè la recitazione, attraverso cui è possibile esprimere tutto il tuo essere artistico, quali sono state le tue esperienze cinematografiche?

Sì. Quando intrapresi il cammino del teatro, avevo indovinato il campo ma non ancora la specializzazione. Ho fatto i classici, Pirandello, Ibsen, la commedia dell’arte…e poi ho capito che volevo fare il comico, che era quello che, pur non sapendolo, avevo sempre fatto: il pazzerello del paese. Solo che se prima mi menavano, perché ne combinavo di tutti i colori, successivamente iniziarono a pagarmi per fare le stesse cose. E l’evento che mi diede la rotta precisa da seguire, artisticamente parlando, fu l’incontro con Alessandro Benvenuti. Appena finita la scuola di teatro, mentre ero ancora lì a scuola, uno degli insegnanti, Tonino Pierfederici, che è stato uno dei più grandi attori che abbiamo avuto in Italia, stava preparando la regia di uno spettacolo dandomi un ruolo di attore nello stesso. Pertanto, in giugno del 1986 mi diplomai, iniziarono le prove e dopo l’estate ci fu il debutto.

Una sera venne un gruppo di amici a vedere lo spettacolo e una ragazza del gruppo, che abitava lì vicino, a Fontana di Trevi, invitò tutti per una spaghettata a casa sua. Io per essere carino, comprai una bottiglia di vino (nota come la rima ritorna…..). Poichè si era sforniti di cavatappi, pensai di recarmi in qualche locale nei pressi della famosa fontana per farmi aprire la bottiglia. Entrai, quindi, in un pub e, mentre mi aiutavano con il vino, iniziai a fare due chiacchiere con il gestore, che era l’aiuto regista di Marco Risi. Ad un certo punto, questi mi chiese che cosa facessi nella vita e, saputo che ero un attore, mi propose di recarmi a nome suo da Risi, dicendomi che stava cercando “uno come me”. Mi recai dal regista, il quale, dopo avermi guardato, dopo avermi studiato, mi paragonò a James Cagney che è uno dei più bravi attori che sia mai esistito. magari diventassi più bravo di lui…… ma lo sono già, capisci, questa è la “mia tragedia “……

Iniziai, quindi, a lavorare con Risi, con il quale è nata un’amicizia ed una stima che ancora durano. Nel 1987 con il film “Soldati, 365 giorni all’alba” conobbi Benvenuti che faceva parte anche lui del cast. Da quel momento, ebbe inizio la mia vera e propria carriera. Nel 1991 con Benvenuti facemmo “Due gocce d’acqua”, io protagonista in coppia con lui a teatro.

In quattro anni, frequentai molto Benvenuti, andavo molto spesso a casa sua, ed ogni volta gli portavo qualche nostro prodotto tipico: soppressate, funghi etc. Era un occasione per stare insieme, per ridere e scherzare, ovviamente suonando la chitarra. Benvenuti fu molto incuriosito da me, lo affascinò il mio mondo, la mia Calabria e la mia calabresità.

Infatti, Benvenuti, nella sua prefazione al tuo libro, di cui parleremo fra un pò, dice che è stato “fascinato” da te e fa riferimento ad una prima, ad una seconda e ad una terza “fascinazione”…..

Esatto, è tutto vero. Ieri eravamo insieme a Diamante in occasione del festival del peperoncino. E’ stato coinvolto da me già l’anno scorso e poi anche quest’anno, insieme a Francesco Nuti e ormai c’è un legame umano ed artistico.

Il mio primo vero film lo feci quando frequentavo il primo anno di scuola di teatro. Andai ad accompagnare un mio amico per un provino e, alla fine, presero me e non lui. Si trattava di un film francese con Laura Morante e si intitolava “L’intrusa”.

Il primo film di rilievo, invece, fu “Soldati”, poi un altro film di Marco Risi che fu “Il muro di gomma”.

Intanto, Benvenuti fece il suo primo film che era “Benvenuti in casa Gori”, e poi ” Zitti e mosca” a cui io partecipai. Sul set di quest’ultimo film conobbi Leonardo Pieraccioni che mi vollè poi con sè nei suoi due film Il Ciclone e Fuochi d’artificio. Nel frattempo, continuai a fare teatro, facevo Shakespeare e Pirandello, mi maturavo, ma ancora spaziavo in tutti gli stili. Nel 1991 con “Due gocce d’acqua”, opera teatrale, dove io parlavo dialetto calabrese strettissimo, fui nominato miglior attore d’Italia dalla rivista Ubu, che è il premio dei critici italiani di teatro, e Benvenuti, dopo quattro anni di tournè, quando gli chiedevano che cosa io dicessi, rispondeva: “Non lo so mica, io gli ho solo raccomandato di diventare paonazzo e far sì che il suo collo diventasse grosso quanto la sua vita e di essere velocissimo ad imprecare, tenendo un martello in mano, il resto di quello che dice non mi interessa, non lo voglio neanche sapere”. Questo sta a significare, a proposito della comunicazione, che non è importante la lingua che si usa, ma è un fatto di linguaggio…il linguaggio teatrale era talmente forte che passava oltre la comprensibilità verbale. Poi, è naturale che, se si avvicina un piccoletto di un metro e cinquanta e comincia ad imprecare, in modo incomprensibile, con un martello in mano, l’importante è capire che quel soggetto è pericoloso, senza che rilevi quello che dice. Quella fu la svolta decisiva, visto che, accanto a Benvenuti, vi era tutta l’attenzione della critica, per cui la gente veniva a vedere Benvenuti e scopriva Gianni Pellegrino. Io ho rappresentato una scommessa per Alessandro, dallo stesso vinta. Quando tutti gli chiedevano perché si fosse messo a fianco un ragazzino sconosciuto, calabrese, in un momento in cui lui era in auge, lui rispondeva che amava le sfide, poichè io ero bravo e meritavo di essere visto.

Vincemmo tutti i premi possibili e lo spettacolo andò avanti per quattro anni. Quest’anno dovevamo girare, in luglio e agosto, il film di “Due gocce d’acqua”, ma per ora è sospeso per problemi di produzione, ma lo faremo al più presto. Dunque, la collaborazione continua, anzi, abbiamo molti progetti insieme.

Qual è secondo te la funzione del cinema, come modo per esprimere l’arte?

Il cinema dovrebbe essere capace di trascendere e di universalizzare un argomento, un episodio, un fatto storico, solo in questo modo diventa opera d’arte….è opera d’arte tutto ciò che la capacità di parlare tutte le lingue del mondo e, quindi, di arrivare a tutti.

Chi è l’artista per te?

L’artista è chi riesce a tradurre le emozioni in qualcosa di plastico. Raffaello che diceva che aveva il compito di abbellire il mondo.

Ora, parliamo di Gianni Pellegrino, attore di-vino, con e senza trattino….

Sì. Io al vino devo l’inizio della mia carriera, mi piace il vino, sono uno a cui piace la compagnia……. quello che fa gli stornelli e le rime, per cui la cantina mi appartiene come mondo ipotetico dove trascorrere le serate.

E sui miei bigliettini da visita, mi firmavo: ” Gianni Pellegrino, attore di-vino col trattino, gran simpaticone, cinema, teatro e televisione”. Sandro mi spiazzò, stupendomi in positivo perché lui mi scrisse “attore divino con e senza trattino”. .

Se sei disponibile, vorrei parlare del tuo libro ” Salute Professore”, Come nasce l’idea di questo libro?

Come al solito, nasce dalla mia voglia di stupire gli altri. Io sono fatto così, se mi viene in mente una frase, prendo la chitarra e la sera dopo la metto in piazza o la dedico agli amici, insomma, prendo un appunto per uno spunto….non ci posso fare niente…ho la rima nel sangue…..

La vera molla di scrivere il libro mi è scattata dentro per dimostrare, come nella cultura contadina, non ci fosse la violenza nell’interpretare e nel portare a termine i riti della tradizione.

Mio padre, l’uomo più mite del mondo, andava nell’orto, in chiesa e a casa…e basta, ma, quando si trattava di ammazzare il maiale, mi diceva: “Il sanguinaccio serve”.

Si perpetuava un rito di nascita e morte ma senza cattiveria, poiché trova la spiegazione nella necessità degli animali per sopravvivere. E questo tema viene largamente esaltato da Calvino e dalla letteratura laica e non.

Poi, la scrittura ti prende la mano e ti prende così tanto che non vuoi neanche andare a dormire la notte pur di vedere dove può portarti la rima. Inoltre, spesso la rima ti impone delle regole rigide.

Ma perché hai scelto il maiale? Questo animale, che, alla fine, diventa saggio e decide di morire non da gladiatore, per cui, lungi dal sentirsi una vittima, finisce col dare dignità alla sua morte, perché non vuole combattere il suo destino…….

Sì, in effetti, alla fine, il maiale, con i suoi pensieri e comportamenti, offre spunti sui temi della vita. Ho voluto dare dignità all’animale apparentemente più maltrattato. Se si deve offendere qualcuno gli si da del “porco” che è considerato ricettacolo di immondizia, ed è malvisto da tutti.

Io non l’ho scelto premeditatamente, credo sia stato il maiale a scegliermi, forse, peché questo dell’uccisione del maiale è il rito che ci coinvolge di più da ragazzini, neanche un passero potrebbe dire le stesse cose, perchè non è così utile all’uomo e, pertanto, non è così maltrattato.

Porco, invece, è anagramma di corpo.

Perché il maiale è chiamato “Il Professore”?

“Il Professore” nasce dal fatto che mia zia “Popina che parla sempre in rima”, e dalla quale ho ereditato questo dono, non ha mai chiamato il maiale “porco”, perchè porco è chi ti ha fatto del male non l’animale che, invece, merita ogni rispetto. Quindi, la zia lo chiamava “Professore”. Questo fatto mi stava bene, perché istintivamente sentivo che era giusto non chiamarlo porco. Poi, il sottotitolo è: “Le dolenti riflessioni di un suino, consapevole del suo tragico destino”.

Un’altra parola che si ripete molte volte nel libro è “salute”.

La motivazione dell’uso di questa parola è perché lo scannatore, quando è tutto pronto ed il maiale è stato già legato, chiama il compare Pietro, che è il chirurgo della situazione il quale, posato il bicchiere di vino, levando il coltello nell’aria dice: “Salute a noi e morte a lui”. Questo “salute”, che per noi è vita, per il maiale è la chiave della sua morte.

Perchè quando la “nera dama” prende la vita del professore “un’oscura trama decreterà il trionfo dell’amore”?

Son contento che mi hai fatto questa domanda, perchè è qui che sta tutto il significato del libro. La rima mi ha imposto un gioco. Noi, spesso, arriviamo alla soluzione dei nostri problemi attraverso vie misteriose, imponderabili…

La fine del maiale, che è insita nel momento stesso in cui nasce, non può essere considerata un dramma, anche se si svolge in modo violento, forte.

La sua morte servirà a nutrire degli essere umani, quindi la motivazione è importante e si traduce in un atto d’amore.

Insomma…un epilogo con un motivo “divino” alla Gianni Pellegrino…..come vedi mi hai trasmesso il vizio delle rime….

Grazie Gianni, a presto.

Maria Cipparrone

La Strad@web ringrazia G.Pellegrino, attore di cinema e di teatro, per l’intervista concessa.

Questo lavoro è stato realizzato con la collaborazione di Laura Trocino.

 

 

 


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