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Quante volte, uno sguardo, un atteggiamento del volto “dicono” più di cento parole! Scopriamo insieme il perché.


Due sono le principali distinzioni degli atteggiamenti interpersonali nelle relazioni sociali: amichevole/ostile e dominante/sottomesso, tuttavia possono esistere anche quelli di tipo amichevole/dominante e amichevole/sottomesso.

I segnali corporei utilizzati per esprimere amicizia sono lo sguardo reciproco frequente, il sorriso, la vicinanza più stretta, un maggiore contato fisico, un tono di voce più alto e vivace, una postura aperta.

Quello affiliativo è uno dei più comuni stili di comportamento e scaturisce dal desiderio di stabilire un rapporto di intimità con gli altri. Esso è in gran parte appreso durante i primi contatti con la madre e con gli altri membri del gruppo sociale di appartenenza.

Per esprimere atteggiamenti di dominanza vengono utilizzati segnali non verbali differenti a seconda che il rapporto avvenga nell’ambito di un gruppo paritario oppure di una gerarchia stabilita con differenze di status e di potere.

Manifestano detti segnali i soggetti che ostentano la propria altezza, occupano più spazio e si collocano di fronte all’interlocutore lanciando sguardi diretti, assumendo un’espressione più severa, un tono di voce grave punteggiato da pause ed interruzioni.

L’uomo conversa così con tutto il suo corpo (Abercrombie), inviando tutta una serie di segnali non verbali sincronici a quelli verbali.

Espressioni del volto, sguardi, postura, gesti, vocalizzazioni, variazioni del tono della voce, pause, chiariscono il significato di ciò che si dice e costituiscono contemporaneamente un commento da parte di chi ascolta.

Uno sguardo, un cenno del capo o un gesto, possono segnalare la fine di un discorso. Al contrario, un tono di voce più alto può segnalare l’intenzione di continuare a parlare. L’uso di brevi pause, i movimenti della mano o del capo, il battito delle ciglia possono servire ad enfatizzare il discorso, mentre sorrisi, cenni del capo, espressioni facciali da parte di chi ascolta, forniscono informazioni su quanto viene comunicato, rivelando la comprensione, l’interesse e l’approvazione di chi ascolta.

Contrariamente l’uso di segnali di significato opposto, come distogliere lo sguardo, scrollare le spalle, scuotere il capo rivelano disaccordo o disinteresse da parte dell’interlocutore.

Secondo Argyle i gesti ed il linguaggio si sviluppano contemporaneamente durante l’infanzia. Egli fa risalire le origini della coordinazione tra segnali verbali e non verbali alla fase neonatale, quando il bambino non è ancora in grado di parlare. Sguardi, vocalizzazioni, sorrisi sono segnali sociali che il neonato è in grado di inviare e di ricevere.

Il volto

Secondo Ekman e Friesen, il viso è quella parte del nostro corpo che esprime maggiormente le emozioni. In effetti, durante un’interazione, si può notare, sul volto degli interagenti, un flusso continuo di espressioni che veicolano messaggi.

La grande mobilità del volto è determinata dagli elementi fisici che lo compongono (fronte, sopracciglia, occhi, naso, bocca, muscoli facciali).

La fronte, le sopracciglia e gli occhi appartengono all’area superiore del volto; il naso e la bocca a quella inferiore.

Già nell’antichità classica si attribuiva grande importanza all’espressione del volto. E’ infatti proprio in questo periodo che nasce la fisiognomica, una disciplina che attraverso l’esame dei tratti somatici ed in particolare del volto, permetteva di risalire al carattere e addirittura alle caratteristiche intellettuali dell’individuo.

Al Cinquecento appartengono due opere: una Fisiognomica (del medico-mago Giovambattista Dalla Porta), ed una Metoposcopia, cioè un’analisi delle rughe del volto, scritta da un altro erudito.

Nel Settecento, l’Abate svizzero Johann Caspar Lavater, pubblica un trattato in sette volumi, I frammenti fisiognomici, che suscita un grande interesse negli intellettuali dell’epoca tra i quali anche Goethe.

Dello stesso periodo è l’opera pittorica di L.L. Boilly Trentasei teste di espressione.

Nell’interazione tra bambino e adulto, il volto assume particolare rilievo; quello materno, poi, costituisce la più importante fonte di stimolo per i neonati.

Pur essendo il canale privilegiato nell’espressione delle emozioni, il volto è anche quello più sottoposto a controllo. Mentre la parte sinistra riflette maggiormente le emozioni spontanee, quella destra è sottoposta al controllo volontario ed all’influsso delle regole di ostentazione.

Il volto, inoltre, diventa elemento essenziale durante un’interazione, sia per chi parla, che per chi ascolta.

Il primo, infatti, attraverso le espressioni facciali sottoliena, enfatizza o modifica il messaggio verbale; il secondo manifesta le sue reazioni per mezzo di cenni del capo, movimenti della fronte, delle sopracciglia, delle labbra e dei muscoli facciali. Più in particolare le sopracciglia sono considerate da Argyle come l’elemento del volto che costituisce, per entrambi gli interlocutori, un costante feedback sul messaggio verbale.

Spesso l’inarcamento delle sopracciglia si accompagna alla dilatazione delle pupille e all’apertura della bocca, segnalando espressioni di paura o di sorpresa. Gli zigomi che tremano, soprattutto se accompagnati al tremito del mento, possono segnalare rabbia o piacere.

Darwin, nel suo libro “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali“, mette in relazione l’origine delle espressioni facciali con le risposte dell’organismo in determinate situazioni.

Anche Ekman e Friesen ammettono che ciascuno degli stati emozionali primari è regolato dal movimento di un muscolo facciale particolare. Tale movimento sarebbe innato e si trasmetterebbe per via ereditaria.

Lo sguardo

Lo sguardo ha un valore fondamentale nell’interazione. Basta pensare che poeti e romanzieri hanno sprecato fiumi di inchiostro per decantarne e descriverne il potere. Esso riesce ad esprimere eloquentemente emozioni, pensieri, giudizi, desideri, ordini. La forza di questo indicatore è stata affermata e testimoniata con ricerche da numerosi studiosi e psicologi della comunicazione . Lo sguardo costituisce un segnale per chi lo riceve ed un canale per chi lo invia.

Il fatto che abbiamo bisogno di guardare il nostro interlocutore negli occhi, dimostra chiaramente l’importanza che esso riveste nella trasmissione dei messaggi.

Gli elementi che costituiscono uno sguardo possono essere di tipo fisiologico ed involontario (battere le palpebre o dilatare le pupille), oppure consapevolmente mirati, come le espressioni degli occhi ed il loro movimento.

Nel corso di un’interazione sociale, lo sguardo svolge un ruolo importante in quanto può rivelare molte caratteristiche riguardo agli individui ed ai loro rapporti: esso permette di osservare il comportamento dell’interlocutore nonché il tipo e la quantità dei suoi sguardi; scandisce il ritmo del dare e prendere la parola.

Il contatto visivo è determinante nel rapporto tra genitori e figli, soprattutto tra madre e neonato.

Secondo quanto afferma Luigi Zuffada, gli sguardi dei genitori possono influenzare in modo determinante alcuni futuri comportamenti dei figli. Uno sguardo duro, ostile da parte della madre, può addirittura dare origine, col passare del tempo, a disturbi della vista, come la miopia: “Il bambino, spaventato, tenta di ritirarsi in uno spazio ristretto e limitato, quasi per serrare fuori del suo mondo tutto ciò che lo terrorizza. La miopia è letteralmente l’incapacità di vedere al di là del proprio naso”.

Uno degli aspetti dell’interazione visiva più trattati nelle ricerche degli studiosi del comportamento non verbale, riguarda la relazione tra sguardo e potere. Dalle indagini fatte è emerso che le persone che hanno più potere, segnalano la loro superiorità guardando più frequentemente mentre parlano e relativamente poco mentre ascoltano. Al contrario, le persone in posizione subordinata guardano di più mentre ascoltano perché prestano più attenzione. Le ricerche hanno anche messo in luce, a tale riguardo, un uguale comportamento tra i due sessi.

In situazione di cooperazione, sembra che le donne guardino di più l’interlocutore e ciò spiegherebbe la maggiore accuratezza che dimostrano nella decodifica delle espressioni facciali.

Gli uomini, invece, pare facciano maggior uso del canale visivo in contesti competitivi.

Uno sguardo può provocare reazioni diverse in chi lo riceve: essere guardati a lungo può essere gratificante perché segnala interesse, simpatia, attrazione; ma può provocare disagio e ansia: se fissata a lungo ed in modo diretto una persona può sentirsi minacciata fisicamente o affettivamente.

Nelle diverse culture esistono regole ben precise al riguardo: in Giappone, per esempio, si insegna alle donne ad evitare lo sguardo diretto dirigendo lo stesso sul collo dell’altro.

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