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Un articolo per commentare chi ha saputo “cantare” la povertà, presentandola come “contenitore” di valori cui ci si aggrappa per sopravvivere.

Verga è uno scrittore che sa cantare la povertà che sa descriverla a fondo che sa farla parlare, con il suo linguaggio arcaico, dialettale, contadino. In ciò sa anche farcela amare perché la sua miseria non è amara e solitaria ma è una miseria che malgrado ciò serba ancora dei valori a cui si aggrappa totalmente per poter sopravvivere.

Verga non vuole osannare i vincitori, non vuole tessere elogi sulla borghesia ottimista, precisa, brillante, ma vuole dare voce a quelle persone trascurate che non hanno mai spazio, agli uomini che relegati lì dove il tempo sembra essersi fermato e, nell’eterna stasi dei giorni, sono colpiti dall’implacabile sventura: in questo il suo realismo sfocia poi nel cinismo e nel più nero pessimismo.

Basti pensare all’opera massima dell’autore siciliano: i Malavoglia, storia “agganciata” al contado, ad un mondo povero, arido ma tuttavia legato alla forza delle piccole cose, quelle belle, importanti piccole cose che muovono l’intero universo dell’opera.

Le piccole cose come la barca “provvidenza” o l’esercizio della pesca che mantenevano saldo il nucleo familiare.

Quelle stesse piccole cose che con la loro disarmante felicità, che potevano alleviare le pene della lotta eterna per la sopravvivenza intesa da verga come inesorabile legge naturale che, in quanto tale, non può essere avversata ma solamente accettata passivamente.

Partendo dalla verità che il più forte schiaccia il più debole, che il povero si corrompe, si consuma e il balordo banchetta e brinda, il realismo verghiano supera la sua verità nell’opera “mastro don Gesualdo”, in cui vuol dimostrare come i soldi e il benessere vogliano altrettanto benessere, come al dare debba corrispondere necessariamente un avere e al valore un plusvalore.

Ma nella vita non si può avere tutto se è vero che, dedicandosi febbrilmente ad una attività, si finisce con il trascurarne un’altra.

L’opera vuole anche sottolineare un altro aspetto: dietro il palese insegnamento secondo cui l’attaccamento alla “roba”, la fiumana del progresso, portano a tralasciare gli affetti autentici e i valori importanti, si cela un’altra morale ossia quella di non essere avari di amori perché la solitudine porta al non essere e cosi l’eroina caparbia e tenace nel suo progressivo arricchirsi accantona l’affetto e inevitabilmente si troverà solo a morire senza quel bene da lui sempre sottovalutato .

La poetica del Verga, questo autore così scomodo, così insidioso che mostra l’avidità il palese arrivismo dei borghesi, che nasce nel momento in cui ci si accorge che non si sta bene e che si potrebbe stare meglio, dato dal meccanismo delle passioni, è un distruttore di miti.

In lui non riposa nessuna certezza, solo scetticismo e disincanto; lo stesso disincanto che si trova nelle parole scabre e sterili come ossi di seppia, nel realismo più tremendo eppure cosi vero e indiscutibile.

Nella novella “fantasticheria” il mero bersaglio sui duchi e le principesse che Iddio ha sparso in tutti i Nord del mondo contro i poveri e i mendichi, le piccole fiammiferaie e le venditrici di fumo sparsi nel sud dell’universo; gli uomini piccoli i cui piccoli cuori battono per altrettante piccole cause, hanno grandi sentimenti: il loro ruolo viene paragonato a quello di tenaci formiche che vedendosi distruggere il loro ponticello di sabbia dalla punta di un ombrello, tuttavia sono pronte a ricostruirlo.

Verga “canta” per tutti i piccoli del mondo che preferiscono contemplare il mare bello e tiranno accovacciati con la giaccia tra le braccia, per tutti quei monelli paffuti cresciuti a tozzi di cavoli e bucce d’arancia che diventeranno uomini come i loro genitori e i loro nonni nati tra gli avanzi dei ricchi, tra gli scarti del benessere rimarranno attaccati al loro scoglio prima che venga il coltello del palombaro, o il gambero a staccarli con forza non senza creare un grande cambiamento.

VALERIA DE STEFANO

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