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Parafrasando il titolo di un famoso film di Totò, il re della risata, un avvocato-giornalista propone alcune sue riflessioni sulla professione forense, anche sulla base della sua esperienza e di ciò che l’ha vista coinvolta.

Questo titolo non deve trarre in inganno, non si tratta, infatti, della pubblicità di un remake o di una recensione del famoso film di Totò, non mi occupo di cinema e di critica cinematografica, né, a dire il vero, conosco a fondo i films di questo grande attore. Pur considerandolo un grande personaggio, non mi ha mai attirato particolarmente, solo di recente, dopo aver acquistato un suo libro di poesie, tra l’altro molto belle, ed aver ricevuto in dono una raccolta di suoi pensieri, mi sono avvicinata a questo grande comico, scoprendo l’uomo, il filosofo, il saggio.

Un uomo triste, come lo descrivono i suoi biografi, che però faceva ridere, e, non solo. Tra il serio ed il faceto, tra una battuta e l’altra, Totò con i suoi films fa riflettere, evidenziando situazioni ed aspetti della vita molto seri, rivisitandoli in chiave comica, senza fargli perdere quell’importanza, quella profondità, che li caratterizza.

A lui ed al suo famoso film ho pensato, qualche giorno fa, in occasione di un episodio che mi ha visto coinvolta e che ha suscitato in me riflessioni e considerazioni che propongo. Da qui l’idea di scrivere questo articolo.

Come attività principale svolgo la professione di avvocato a Cosenza, piccola città con una miriade di esercenti tale professione. Sono da annoverare tra i giovani avvocati sia per età che per curriculum professionale, atteso che mi dedico a questo lavoro da nove anni. Non sono una “figlia d’arte”, anche se i miei antenati (bisnonno e trisavolo da parte di madre) erano notai di un paese in provincia di Cosenza, Bisignano, il paese dei noti maestri liutai e delle ceramiche, ciò, comunque, è bastato per avvicinarmi agli studi giuridici, insieme alla voglia di fare qualcosa di utile.

La professione forense, a mio parere, è molto particolare, si tratta di un lavoro impegnativo, assorbente, a volte stressante, complesso, perché si sta in mezzo ai problemi, alle beghe, alle liti, alle difficoltà di vita dei clienti che, spesso vorrebbero risolto ciò di cui ti investono (nel vero senso della parola) con la bacchetta della fata turchina. Non sempre è, invece, così veloce e immediata la soluzione da dare ai vari quesiti, istanze, bisogni di coloro che hanno necessità di affidarsi, di essere sostenuti in situazioni le cui origini hanno radici ben più profonde del problema di cui vengono a discorrere negli studi professionali, considerando inoltre, che si deve fare i conti con i tempi della giustizia (intasata da troppi contenziosi) e con i magistrati, a cui, spetta la decisione delle questioni attraverso le sentenze.

Da quando gravito in quest’ambiente, ne ho sentite tante di opinioni sulla figura dell’avvocato, alcune storiche, come l'”azzeccagarbugli” di manzoniana memoria, altre antiche come terminologia, ma attuali come significato, tipo il “causidico” che ne indica lo scarso valore, poca dottrina e molti cavilli e raggiri, oppure, come spiega lo stesso Zingarelli, che fa riferimento ad una persona abile negli imbrogli, abile nella persuasione, cioè, come spesso dice la gente, capace di far apparire la realtà diversa, capovolgendo ogni situazione sfavorevole per il cliente (perché a volte in torto) e risolvendola, anzi, in un’occasione di vittoria.

Anche lo stesso Totò aveva una sua opinione degli avvocati, basta leggere alcuni suoi scritti.

Io ne ho una personale che riguarda in generale gli esseri umani, a prescindere dal lavoro svolto e dalla categoria professionale di appartenenza, infatti penso che ciò, che, alla fine caratterizza ciò che si fa è la propria personalità, il modo di essere di ognuno che, permea di se le azioni in ogni settore della vita, dall’ambito privato e interpersonale a quello professionale.

Ognuno “si porta” mentre si dedica alle proprie occupazioni e, quindi, le caratterizza.

Vorrei, non tanto per appartenenza alla classe forense, ma, quanto per la necessità di “mettersi” in discussione per fare un lavoro che, innanzitutto gratifichi chi lo fa, che si riflettesse, per chi vuole, e, conseguentemente si agisse per dare (o ridare) dignità ad una professione spesso delicata, quale quella dell’avvocato; il quale, può trovarsi difronte a casi umani da affrontare, e, per fare ciò, a mio parere, deve essere preparato, costruendo gradatamente, nel tempo, una personalità equilibrata, misurata, un buon sviluppo dell’aspetto mentale, razionale, per essere terzo rispetto ai casi trattati, ma allo stesso tempo, capace di comprenderne la complessità, curando, pertanto di sé, l’aspetto psicologico in termini di solidità, sicurezza, fiducia.

Non c’è posto, quindi, per chi ha interesse e rispetto di sé, a soffermarsi solo sull’aspetto economico della professione o su quello di crearsi una nutrita clientela, si deve mirare innanzitutto a fare un buon lavoro improntato all’attenzione verso la competenza, la preparazione unita alla conoscenza di valori, di principi che dovrebbero caratterizzare la propria persona e la propria condotta e che sono, inoltre, contenuti nel Codice Deontologico degli Avvocati, approvato, per quanto riguarda tale categoria, dal Consiglio Nazionale Forense.

La Deontologia professionale, a cui dovrebbero ispirarsi i professionisti, qualunque sia la loro sfera d’azione, è un tema importante, non solo da leggere sui codici che ne racchiudono le norme, ma da vivere (possibilmente). Osservare, invero, dei principi quali il dovere di lealtà e correttezza, probità, dignità e decoro, fedeltà verso la propria attività professionale, diligenza, competenza, difesa, aggiornamento professionale, verità etc., come stabiliscono gli artt. 5 e ss. del Codice sopra citato, è segnale di merito, di rispetto innanzitutto verso se stessi, forse è proprio questo che sfugge, se il professionista si comporta in base ai principi menzionati, vuol dire che è lui stesso così: quale vantaggio migliore, quindi, in termini di autostima, prima ancora di quello di essere utile agli altri? Non c’è aspetto più soddisfacente, a mio parere, per chi ha l’abitudine di volere per se conoscenze basate sulla correttezza che, poi, si traducono in comportamenti analoghi.

Ai principi suddetti, quindi, bisognerebbe ispirarsi non solo nel rapporto con i clienti, ma anche nei confronti degli altri operatori, quali i magistrati, anche loro tenuti ad un comportamento consono alle funzioni esercitate, non ultimo, (perché anche ciò previsto) nei rapporti con i colleghi, come stabilisce lo stesso articolo 22.

Fin dall’inizio del mio tirocinio, mi è stata sempre ribadita, la necessità, come persona e come futuro professionista, di improntare i miei comportamenti sulla base della chiarezza e della lealtà.

Personalmente, ho verificato nei comportamenti di molti colleghi, anziani e non, un atteggiamento di rispetto, disponibilità, solidarietà.

Alcuni di questi principi sanciti, nella pratica si devono (si dovrebbero) tradurre, per esempio, nell’avvisare il collega prima di intentare un giudizio nei suoi confronti, informandone obbligatoriamente, in questo caso, il Consiglio dell’Ordine, o, anche, prima di promuovere un giudizio nei confronti di uno stretto parente di un collega, o, dopo, aver assunto la difesa di una persona convenuta in un giudizio, in cui l’attore è un collega, di contattare, innanzitutto lo stesso, o personalmente o tramite i suoi legali, prima di trovarsi dinanzi all’organo giudicante, e, tentando, in prima facie, in questi casi, la strada della conciliazione, facendosi anzi portavoce di un componimento bonario della vertenza, rientrando anche questo tra le funzioni dell’avvocato, ed, a cui, comunque, in ogni caso e verso chiunque si dovrebbe tendere, senza per questo venire meno al dovere di difesa.

Non sempre, però, (voglio pensare che sia un caso isolato) questi principi trovano attuazione nella pratica.

Alcuni mesi fa, infatti, ho promosso un giudizio (la cui prima udienza è stata celebrata il 09/01/03 presso il Tribunale Civile di Cosenza) tramite dei colleghi, nei confronti di uno studio medico che, avendomi soccorso, perché caduta (era di sera) a seguito di un marciapiede dissestato, mi ha provocato, attraverso suoi operatori, delle lesioni (ustione di 2° grado) per l’aspersione di ghiaccio secco spray sulla caviglia distorta. I danni li ho avuti, come testimonia una cicatrice ben visibile, a distanza di un anno dall’accaduto. I colleghi, patrocinatori dei convenuti in giudizio, (tra l’altro, una in particolare, da me conosciuta personalmente), non hanno inteso ispirare la loro condotta ai principi sopra esposti, non solo non contattando né me, né i miei legali, per come sopra accennato, ma anche abbandonandosi ad affermazioni, contenute nei loro atti, che, tra le altre cose, per essere efficaci, devono essere sorrette da prove documentali, in questo caso non fornite, e che, sarebbe, comunque, prudente non utilizzare, non solo nei confronti di qualsiasi persona, ma, a maggior ragione, nei confronti di un collega e del suo perito.

Non ho mai fatto e/o scritto cose del genere e continuerò ad essere coerente a principi, che, prima di essere codificati, fanno parte del bagaglio personale degli esseri umani o quantomeno, dovrebbero.

Questione di scelte e di stile.

Maria Cipparrone (avvocato-giornalista)

E’ con molto piacere che, personalmente, invio questo mio articolo al Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Cosenza, Avv. Antonio Baffa, sempre disponibile ad ascoltare ogni collega e, ad adoperarsi, se il caso lo richiede, a trovare soluzioni conciliative, nel rispetto dei diritti di ciascuno, rinnovandogli, inoltre, l’invito di concedermi un’intervista, (visto che siamo in tema), sulla Deontologia professionale. Questo lavoro sarà inviato al Consiglio Nazionale Forense, anche in considerazione del fatto che il neo-presidente è uno dei maggiori esperti di deontologia.

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