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La Conoscenza può condurci all’immortalità? Leggiamo cosa ipotizza l’autore al riguardo: Un percorso oltre l’infinito e ritorno.

di Giuseppe Chiaia

– preside –

Questa è la conclusione dell’interessante viaggio iniziato con i tre precedenti articoli sull’argomento “Fede e Ragione” ( “Fede e Ragione: Il Problema degli Universali”, “Fede e Ragione II Capitolo: verso la spiegazione degli Universali”, “Gli Universali: il Volano per giungere a Dio”, presenti in questa sezione del magazine, che per una migliore visione d’insieme si propone di leggere).

Nell’articolo precedente ( Gli Universali :il volano per giungere a Dio) sono state analizzate le categorie aristoteliche.

Ora, partiamo dalla “Isagoge ” di Porfirio e dagli scritti di Boezio, attraverso i quali i filosofi scolastici iniziarono la disputa sulle Categorie aristoteliche, discettando se queste siano state ricavate dall’esperienza o siano preesistenti di per sé; se siano state poste nell’intelletto, o se siano state situate nelle “cose sensibili ” da Dio, o, addirittura, se esse categorie siano corporee o incorporee.-

In tal modo, il problema si sposta dal piano della logica per assumere una funzione universale che consenta all’intelletto di superare la barriera di ogni oggettività per percepire la pura “forma” (Platone e il mondo delle IDEE ) la quale, presente nella mente di Dio, predispone gli “UNIVERSALI ante REM”; la quale “forma”, poi, calata nelle cose sensibili, diventa “UNIVERSALE in RE”; in tal modo, l’intelletto può astrarre l’ “UNIVERSALE post REM”.-

Questa fu l’interpretazione della prima scolastica denominata del “REALISMO”; alla quale si contrappose l’altra interpretazione, detta: “NOMINALISMO”.-

Con la prima, si affermava che gli UNIVERSALI esistevano fuori e prima dell’intelletto; con la seconda, si ridussero a semplici ” FLATUS VOCIS “, cioè, a forme di linguaggio convenzionale per classificare la varietà delle cose sensibili.-

“Realismo” e “Nominalismo” furono, dunque, le due alternative al problema posto da Porfirio.-

Se col ” Realismo” venne sostenuta la tesi che i concetti di “genere” e “specie” non erano altro che delle ” forme” impresse da Dio nelle cose, col “Nominalismo” si intraprese una nuova via: quella di scindere, innanzitutto, la Filosofia dalla Teologia; e ciò, per dare significazione alla capacità razionale della mente umana.-

Fu la concezione nominalistica che avviò la filosofia ad una ricerca razionale , libera da condizionamenti religiosi, sulle leggi che regolano la natura; riprendendo quella “cupiditas cognoscendi”(l’avidità di conoscere) che aveva stimolato l’antica filosofia naturalistica greca, ma rifuggendo da ogni fantasiosa ricostruzione mitologica; questa ansia di sapere, che spaziò dalla rilettura e dalla scoperta dei grandi classici greci e latini, sfocerà in quel grande movimento culturale che oggi chiamiamo “Umanesimo” per concludersi nel fulgore del “Rinascimento “; fenomeni unici ed irripetibili – frutti della genialità italica – antesignani di una cultura sociale, scientifica e politica che ha dominato e, tuttora, domina la storia europea.-

Al di là delle deviazioni eretiche, il “Nominalismo” ebbe il merito di ridare valore alla conoscenza razionale, di rivalutare il primato dell’uomo sulla natura, di indicare il tracciato epistemiologico della scienza.-

A dare inizio all’interpretazione nominalistica fu un canonico francese: ROSCELLINO da Compiègne ( 1050 -1120 ) ; rifacendosi ad Aristotele, non accettava il dualismo platonico di materia e forma; conseguentemente riteneva che le “idee archètipe”(primigenie) altro non fossero che semplici nomi, formulazioni sonore con le quali venivano indicate le singole cose. Ne derivava che, per Roscellino, la stessa Trinità doveva risolversi in un TRITEISMO, costituita da tre persone distinte, dal momento che tutta la realtà è costituita da singole individualità, per cui la TRINITA’ poteva considerarsi unica sotto l’aspetto della comunione delle tre persone, ma non come sostanza unica, dal momento che il concetto di Umanità è un’astrazione, mentre la vera realtà è formata dai singoli individui.-

Ciò gli valse una condanna per eresia, ma riuscì ad evitare il linciaggio degli abitanti di Reims ,perché ritrattò la sua tesi, sottomettendosi alle decisione del Concilio tenutosi nella cattedrale di Reims nel 1093: e non fu certo un caso se la cattedrale di Reims venne scelta come sede sacrale per l’incoronazione dei Re di Francia.-

Ma colui che intese la filosofia, come l’espressione più alta della ricerca razionale, fu un altro canonico: Pietro ABELARDO, nato a Nantes il 1079 e morto a St. Marcel il 1142. Egli impegnò tutta la sua vita nella ricerca della Verità, fidando soltanto sulle forze della ragione.-

Dotato di un’inarrivabile capacità dialettica, s’impegnò nella dimostrazione razionale delle Verità di Fede, rifiutando ogni dogmatica obbedienza alle stesse, ed insegnando l’ “intelligere ” (comprendere) in ciò in cui si crede.-

Anche S.AGOSTINO aveva affermato ” Intellego ut credam ” (capire per credere ); ma, per sfuggire ad una interpretazione eretica del suo principio, aveva subito soggiunto ” Credo ut Intellegam ” ( credere per capire).-

Abelardo, invece, vuole sottoporre all’analisi della ragione ogni verità rivelata, attraverso l’impulso del dubbio, il solo modo per praticare la difficile via del Conoscere.

In effetti, Abelardo riprende il metodo socratico; il metodo del “Dover Essere”, che consente all’uomo di rifiutare ogni sapere fittizio, avendo la consapevolezza della propria ignoranza, ma, nel contempo, desidera ardentemente pervenire alla conoscenza del Sommo Bene, proprio per diradare il dubbio iniziale ( l’ardore della conoscenza assoluta è sempre stata l’aspirazione fondamentale che, da Socrate a S. Agostino, da Abelardo a Cartesio, impegna il pensiero speculativo alla ricerca di Dio, a partire dalla scoperta, in ciascun essere, del perché della propria esistenza ) .-

Certamente, il Nominalismo di Roscellino, contrapponendosi al Realismo di S. Anselmo d’Aosta, aprì la via alla filosofia moderna, incentrata nella conoscenza scientifica della natura e dell’uomo, prescindendo da ogni condizionamento metafisico; ma si deve pur ammettere che un rigido scientismo ha instillato, nell’uomo, la superbia del suo dominio sulla natura stessa, forse per esorcizzare l’ancestrale condanna biblica .-

E così, dal NICHILISMO di Nietzsche, distruttore dei valori tradizionali, all’UTILITARISMO, tutto proteso alla ricerca del vantaggio e del piacere duraturo; dal POSITIVISMO settecentesco, che ripone ogni credenza nelle inelastiche scienze esatte, al PRAGMATISMO statunitense, che dà valore agli oggetti solo se questi siano capaci di produrre nell’uomo effetti pratici ed emozionali, fino all’ESISTENZIALISMO che viene definito come filosofia della crisi, in cui angoscia e disperazione distruggono ogni certezza del vivere, l’egoismo negativo umano ha svolto un’opera devastatrice della natura, la cui vendetta oggi cominciamo ad avvertire con i grandi travolgimenti climatici ai quali assistiamo impotenti.-

La Ragione deve guidare la Scienza affinché si possano scoprire ed interpretare le leggi immutabili della natura, ma, soprattutto, rispettarle.-

Né la realtà dell’Universo può essere liquidata e circoscritta da una convenzione linguistica o nominalistica, perché la legge che regola l’armonia degli “infiniti mondi” è manifestazione della potenza dell’Ente Supremo, Causa Prima di tutto il Creato.-

Ciò che metafisicamente indichiamo col termine “Eternità”, è già stato tradotto nella scienza galileiana col termine “Infinito”: laddove il SECONDO non è altro che la molecolarizzazione del PRIMO.-

– Prof. Dott. Giuseppe Chiaia –



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