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La Mente e la qualità della Vita...
di Liliana Cimmarrusti  ( info@sfpid.it )

9 ottobre 2018






...ago della bilancia fra Benessere e Malattia.


INTRODUZIONE

Il presente elaborato si propone di indagare quegli aspetti del benessere e della malattia che rimandano ad un funzionamento della mente in senso ampio, dal ramo biologico a quello psicologico. L’ottica di riferimento è quella bio-psico-sociale, che considera l’individuo – e i suoi meccanismi – come influenzato in egual misura da fattori, per l’appunto, biologici, psicologici e sociali.

Il primo capitolo tratta nello specifico i concetti di salute e malattia. Inizialmente verrà presentato un breve excursus storico sull’evoluzione di questi concetti, fino ai giorni nostri. Successivamente, verranno approfonditi i temi della qualità della vita e del benessere, in stretta correlazione col costrutto di salute ma con accezioni tutte proprie e specifiche.

Nel secondo capitolo, la protagonista sarà la mente: da un lato, verrà trattata in riferimento alla Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) e all’Epigenetica; dall’altro, verrà illustrato il mondo delle emozioni, con particolare trattazione dello stress –condizione che attualmente riguarda una porzione sempre più ampia di popolazione. In entrambi i casi, si farà specifico riferimento alle condizioni di malattia connesse. L’ottica rimane, quindi, sempre quella dell’approccio bio-psico-sociale, in cui biologia, attività psichica e mondo esterno risultano essere in continuo dialogo tra loro.

In ultimo, sarà presentato un breve accenno alla Psicologia della Salute – che sta prendendo sempre più piede e che tiene conto dell’integrità delle dimensioni precedentemente menzionate.

Salute e Malattia

La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza di malattia e di infermità.”

(World Health Organization, 1946)


Etimologicamente, il termine ‘salute’ rimanda al latino salus, che significa “benessere”, “fortuna”, “prosperità”, “salvezza”, “vita” e “sicurezza”. Rimanda anche al greco holos e ai termini inglesi health e whole, che fanno riferimento alla salute come connessa all’idea di un tutto, di un insieme: per cui, la salute è integrità di un sistema.

I concetti di ‘salute’ e ‘malattia’ rimandano alla sfera biopsicosociale, e quindi alle connessioni esistenti fra: mente, corpo e contesto di appartenenza. Particolari forme di malattia e di modalità di cura sono, infatti, riconducibili all’interazione tra processi fisiologici, psicologici e sociali. Per cui, i sensi di salute e malattia fanno inevitabilmente riferimento anche all’assetto culturale di ciascun individuo: credenze, abitudini, valori e stili di vita dei diversi contesti sociali. Infatti, ciascuna cultura possiede peculiari regole implicite di traduzione di alcuni “segnali” del corpo in sintomi, e di collegamento degli stessi a specifici modelli eziologici e d’intervento (Saita, 2011).

    Evoluzione storica dei concetti

Nell’antichità, le concettualizzazioni di salute e malattie presentavano un consistente rimando alla religione e alla mitopoiesi – quindi, con: connotazioni morali, eziologia trascendente e riferimento ad un’entità estranea all’esperienza umana. Per esempio, quando una persona compiva azioni non gradite agli dei, una divinità adirata poteva punirla – per i babilonesi, ogni patologia era causata da una specifica sanzione divina; oppure, ignaro del proprio destino, un uomo poteva essere vittima della stregoneria di un demone. Da questo quadro emerge come salute e malattia siano state spesso considerate in modo mutualmente esclusivo: la presenza dell’una implicava necessariamente l’assenza dell’altra. Ne conseguiva una costante contesa tra queste due condizioni.

Col passare del tempo, la concezione di malattia è passata da un’idea magico-religiosa ad una più naturalistica. La prima vedeva l’introduzione di elementi esterni – magici o demoniaci – in corpo; la seconda era caratterizzata da assenza di riferimenti a punizioni e colpe. Il mito di Pandora rimanda proprio a questo passaggio: scoperchiando il vaso contenente i mali del mondo – malattie, vecchiaia e fatica di cui gli uomini, fino ad allora, erano stati privi – questi si dispersero, giungendo all’uomo senza diretto intervento divino né responsabilità personali. Entrando a far parte del mondo, le malattie diventano fenomeni naturali.

Nel V secolo a.C. si cominciò a pensare alla malattia come ad un’alterazione del naturale equilibrio organico. Alcmeone di Crotone – medico e filosofo della Scuola Pitagorica – sosteneva che la salute fosse determinata da un equilibrio di forze organiche (isonomia) – caldo e freddo, umido e secco, dolce e amaro – mentre la malattia fosse il risultato di una perdita del loro equilibrio (dyscrasia). Anche secondo Ippocrate la malattia era da ricondurre alla reazione di quegli elementi che assicurano il funzionamento dell’organismo. A quel tempo, quindi, salute e malattia dipendevano da un buon funzionamento organico. Da qui, si fece largo anche l’idea che esistano diversi livelli di gravità della malattia: un consistente disequilibrio genera una malattia grave; un modesto disequilibrio causa una malattia più moderata.

Nel 129 a.C., il medico e filosofo greco Galeno di Pergamo sviluppò – tra coloro che ripresero la concezione ippocratica – un’idea “organicistica” di malattia, per cui essa nasca dal malfunzionamento di specifici organi. È, quindi, un’alterazione dell’equilibrio, dell’armonia (Saita, 2011). Egli sosteneva che le risposte biologiche dell’organismo possono essere condizionate da alterazioni dello stato psicofisico – osservazioni da lui scientificamente codificate. In Occidente, Galeno fu il primo a concepire i concetti di salute – dunque, intesa come equilibrio dinamico – e malattia come rispondenti ad un sistema congiunto di filosofia e pratica medica. Per cui, il trattamento terapeutico – volto a ripristinare l’equilibrio perduto – doveva necessariamente integrare: accorgimenti di vita, buona dieta e uso di medicinali ad estrazione naturale (Marchese, 2003).

Da questo breve excursus sull’evoluzione storica dei concetti di salute e malattia, è possibile identificarne due principali modelli rappresentazionali: uno centrato sull’organismo, sui sintomi e sui fattori endogeni generanti la malattia; uno centrato sull’armonia delle parti e sui legami tra ciò che fa stare bene e ciò che fa stare male (Saita, 2011). Nel ‘700, per esempio, l’ospedale – termine che deriva da “ospitalità” – era un luogo che offriva ospitalità a chiunque avesse disagi e difficoltà non necessariamente legati alla malattia fisica: difficoltà psichiche, povertà, problematiche caratteriali ecc. L’ospedale offriva accoglienza, un prendersi cura dell’individuo e dei suoi bisogni. Il medico interveniva solo in caso di patologia fisica; per cui, aveva un ruolo marginale. Col passare del tempo, l’accrescimento delle conoscenze specialistiche e l’ipertrofia delle tecnologie mediche hanno fatto sì che la dimensione medica ospedaliera si affermasse sempre più, al punto che il modello medico divenne ben presto quello prevalente all’interno degli ospedali – ormai intesi come luoghi di trattamento e cura delle malattie.

Fino a pochi anni fa, la salute era definita in termini di assenza di malattia, e quindi al negativo: si intende salute “quando non c’è malattia”. Questo la rendeva un qualcosa di immisurabile, di intangibile: una cosa che c’è, ma di cui nessuno saprebbe dire esattamente cosa sia. Il centro dell’attenzione, dunque, era proprio la malattia – pur parlando di salute. Con l’avvento del modello bio-psico-sociale, c’è stato un cambio di prospettiva: «La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza di malattia e di infermità» (OMS, 1946). Si tratta di una definizione della salute in positivo, come “uno stato di” e non semplicemente “un’assenza di” (Bertini, 1999).

La prima Conferenza Internazionale per la Promozione della Salute, riunitasi ad Ottawa il 21 Novembre 1986, formulò la Carta di Ottawa, con lo scopo di condurre un’azione mirante alla salute per tutti nell’anno 2000. Nella sezione “Promozione della Salute” dichiara:

La Promozione della Salute è il processo che conferisce alle popolazioni i mezzi per assicurare un maggior controllo sul loro livello di salute e per migliorarla. Questo modo di procedere deriva da un concetto che definisce la salute come la misura in cui un gruppo o un individuo possono, da un lato, realizzare le proprie ambizioni e soddisfare i propri bisogni e, dall’altro, evolversi con l’ambiente o adattarsi a questo. La salute è, dunque, percepita come una risorsa della vita quotidiana, e non come il fine della vita; è un concetto positivo che mette in valore le risorse sociali e individuali, come le capacità fisiche. Così, la promozione della salute non è legata solo al settore sanitario: supera gli stili di vita per mirare al benessere”. (Carta di Ottawa, 1986).

La salute è intesa, quindi, come un processo di costante interazione tra l’individuo e il contesto (fisico, culturale, relazionale e sociale), con lo scopo di ricercare e mantenere gli equilibri funzionali.

I concetti di ‘salute’ e ‘benessere’ vengono spesso usati in modo interscambiabile e associati a quello di ‘qualità della vita’. In realtà, ognuno di essi è un costrutto del tutto autonomo.

    La qualità della vita

Una buona salute è una ricchezza fondamentale per il progresso sociale, economico e individuale e, nello stesso tempo, costituisce un aspetto importante della qualità della vita. I fattori politici, economici, sociali, culturali, ambientali, comportamentali e biologici possono intervenire tutti in favore o a danno della salute. L’azione di Promozione della Salute tenta di rendere queste condizioni favorevoli tramite la promozione delle idee”. (Carta di Ottawa, 1986).

Il concetto di Qualità della Vita (Quality of Life, QoL) nasce intorno agli anni Settanta nell’ambito delle scienze sociali – approdando in quello delle scienze mediche in un secondo momento, con particolare rimando alle patologie croniche e invalidanti. È un concetto più esteso rispetto a quello di salute e connesso a quello di stress. Il costrutto di qualità della vita si basa su una concezione della persona centrata sulla salute, mentre il costrutto di stress rimanda ad una prospettiva centrata sulla malattia.

Nel 1996, Spilker formula tre possibili definizioni di QoL:

  1. come riferita al benessere globale della persona;

  2. come connessa a specifiche dimensioni dell’esistenza (per esempio, fisica, economica e sociale);

  3. con focus sulle peculiarità di ogni dimensione (per esempio, per quanto concerne la dimensione fisica, i sintomi della patologia e la percezione del dolore).

Da qui, si delinearono due principali approcci di qualifica della qualità della vita: l’approccio qualitativo-fenomenologico e l’approccio quantitativo.

La prospettiva qualitativo-fenomenologica si rifà a studi confacenti alla prima definizione di QoL proposta da Spilker. In quest’ottica, la qualità della vita viene concepita come una sorta di “gestalt” misurabile soltanto a livello globale. Inoltre, la qualità della vita dev’essere considerata sia in termini di livello di funzionamento della persona, sia in termini di vissuto soggettivo di tale livello di funzionalità. Di conseguenza, in questo approccio l’attenzione viene spostata dall’oggettività della malattia – misurabile con strumenti standardizzati – alla soggettività dell’esperienza.

La prospettiva quantitativa, invece, fa riferimento alla seconda e alla terza definizione di QoL proposte da Spilker. Gli studi condotti in quest’ottica si sono occupati dell’operazionalizzazione della qualità della vita attraverso specifici indicatori connessi a particolari ambiti dell’esperienza. Tra i principali indicatori troviamo: ansia, depressione, autostima, percezione di controllo e via dicendo. Ciò a cui gli studi quantitativi mirano è la generalizzabilità dei risultati, a prescindere dai vissuti soggettivi. È possibile raggiungere tale scopo tramite strumenti di tipo self-report – generici o specifici per patologia. Uno degli strumenti più noti è sicuramente il “Questionario sullo stato di salute” – o “Short Form 36 Items”(SF-36). Questo approccio ha, però, dei limiti. Diversi interrogativi possono nascere proprio dal concepire la qualità della vita come un costrutto costituito da molteplici indicatori. Per esempio, sarebbe opportuno stabilire il grado di covariazione-indipendenza tra gli indicatori, così come il loro peso in relazione alla variabilità di ogni persona, della malattia e del trattamento (Midtgaard et al, 2006; Saita, 2011). Un altro limite riguarda la scarsa attenzione alle relazioni familiari e sociali – anche in senso di rete – che sono d’importanza fondamentale. Per esempio, diversi studi hanno dimostrato che il cancro ha un impatto negativo non soltanto sul malato, ma anche sui familiari – primo fra tutti il partner (Thornton, Perez, Meyerowitz, 2004; Saita, 2011). Infine, un ulteriore limite riguarda il fatto che molte ricerche non sempre operano una chiara distinzione tra:

  • le fasi mediche della malattia (diagnosi iniziale vs. cronicizzazione);

  • gli stadi della malattia (nei pazienti oncologici, per esempio, si dovrebbe distinguere tra malattia localizzata e malattia metastatica);

  • gli effetti a breve e a lungo termine della malattia.

Ciò che manca, inoltre, è la distinzione tra ‘indicatori’ e ‘mediatori’ della qualità della vita (Tomich, Helgeson, 2006; Saita, 2011). Non è ancora chiaro, per esempio, se la depressione sia una specifica dimensione della QoL (indicatore) o se ne sia una concausa (mediatore).

Ad oggi, l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la QoL come la percezione soggettiva che ogni individuo ha della propria posizione nella vita, nel contesto culturale e del sistema di valori in cui vive, e in relazione ai propri obiettivi, alle aspettative, agli standard di riferimento e alle preoccupazioni (Saita, 2011).

Per queste ragioni, si può affermare che un sostanziale miglioramento della qualità della vita potrebbe generare una limitazione delle sofferenze (Marchese, 2003). Per esempio, i principali indicatori di adattamento – e disadattamento – alla patologia cardiaca sembrano essere: qualità della vita, stato emotivo, stress psicologico, senso di efficacia personale e compliance medica. A tal proposito, diverse ricerche hanno dimostrato che una soddisfacente relazione di coppia influenza positivamente l’adattamento psicosociale di questi pazienti (Molinari et al., 2007).

È anche vero, d’altro canto, che la patologia fisica causa, in molti soggetti, una compromissione della qualità della vita – anche in termini di riduzione del benessere psicosociale. Uno studio eseguito su pazienti affetti da psoriasi ha rilevato una correlazione inversamente proporzionale tra patologia dermatologica e qualità della vita, e che tale compromissione della qualità della vita induce, a sua volta, l’emergere di sintomi depressivi (Compare, Grossi, 2012).

A livello epigenetico, si è osservato che una buona qualità della vita aiuta a mantenere a lungo l’efficacia intersistemica – ossia una buona risposta organica alle minacce esterne quotidiane – e, quindi, un dialogo psiconeuroendocrinoimmunologico (Marchese, 2014).

    Il benessere

Per svariati anni e in diversi contesti culturali, si è ritenuto che l’equilibrio delle forze naturali presenti in ogni individuo ne garantisse il benessere fisico, psicologico e sociale. Fin dai tempi di Ippocrate risultava evidente l’interconnessione tra: salute fisica, fattori emotivi e personalità. Per esempio, nel 1628, William Harvey riscontò che i “turbamenti mentali” in grado di indurre uno stato di piacere o di dolore – inteso in senso affettivo – influiscono sull’attività cardiaca. Nel 1910, Sir William Osler riconosceva i pazienti cardiaci come uomini enormemente ambiziosi in grado di spingere fino al limite i propri meccanismi corporei (Molinari et al., 2007).

Agli inizi degli anni Settanta, in ambito psicosociale – e non sanitario – nasce l’interesse per un concetto di benessere volto all’identificazione di precisi indicatori obiettivi della qualità della vita. In prima battuta, l’attenzione si è focalizzata su parametri sociali ed economici – istruzione, reddito e via dicendo. Col passare del tempo, però, si sono definiti anche indicatori di tipo personale – per esempio, i giudizi di soddisfazione. In parallelo, si è cominciato a riconoscere il ruolo fondamentale della dimensione soggettiva, come esercitante un rilevante ruolo d’influenza su quelle condizioni abitualmente ritenute oggettive – per esempio, le esperienze di salute e malattia. Il concetto di benessere, quindi, assume sfaccettature diverse a seconda che lo si interpreti avvalendosi di criteri esterni o interni. Riferendosi a criteri esterni e normativi, il benessere assume l’accezione di condizione di vita ottimale – solitamente convergente col possesso di quegli elementi considerati desiderabili nel sistema di valori sociali condivisi nel contesto di appartenenza. Basandosi, invece, su criteri interni e soggettivi, il benessere diviene una condizione influenzata dalla specificità delle esperienze individuali – valori di riferimento, aspirazioni, condizione attuale e valutazione delle esperienze passate (Saita, 2011). Diversi Autori hanno osservato che le persone che si trovano in una situazione di sofferenza – intesa come dolore fisico – tendono a ricercare l’assistenza sanitaria non soltanto per la valutazione diagnostica e per la risoluzione dei sintomi, ma anche perché il dolore interferisce con le attività quotidiane, causa preoccupazione e sofferenza emotiva e mina la fiducia nella propria salute. Quando il dolore persiste per settimane o mesi, i suoi effetti sul benessere possono essere molto estesi e profondi, fino ad alterare la salute psicologica e la sfera sociale – lavoro, famiglia ecc. – del soggetto (Gureje et al., 1998).

Numerosi sono gli studi che hanno interessato il costrutto di benessere negli ultimi decenni, e grazie ad essi è stato possibile identificarne tre principali dimensioni: benessere soggettivo, benessere psicologico e benessere sociale.

Il benessere soggettivo consiste nella stima della propria esistenza in termini sia cognitivi – soddisfazione per la propria esistenza – che emotivi – presenza di stati affettivi piacevoli ed esperienza di stati affettivi spiacevoli (Kahneman et al, 1999). Rientra, quindi, tra le principali dimensioni della qualità della vita e della salute. Diversi studi sul benessere soggettivo hanno dimostrato che gli aspetti concreti della vita – per esempio, le condizioni di vita e di lavoro – possono influenzare la salute di un individuo, ma non determinarla: a giocare un ruolo cruciale sono le percezioni individuali delle situazioni. Inoltre, tali percezioni rispondono, a loro volta, ad altre importanti variabili: personalità del soggetto, suoi processi cognitivi, temperamento, contesto psicosociale di appartenenza, eventuale sostegno sociale e capacità di coping. Quest’ultima variabile merita una breve introduzione. Il coping consiste nell’insieme di atteggiamenti, abilità ed attività messe in atto dal soggetto per far fronte a quelle situazioni percepite come stressanti e problematiche. Comprende svariate strategie di soluzione delle difficoltà, classificabili sulla base di specifici criteri. Alcune strategie si focalizzano sul problema (per esempio, la ricerca di informazioni), altre sulle emozioni (per esempio, tecniche di rilassamento). Inoltre, una strategia di coping può essere considerata funzionale o disfunzionale (per esempio, uso di sostanze) ad un individuo.

Il benessere psicologico consiste in un’esperienza psicologica ottimale, un equilibrio psicofisico (Cicognani, 2000). Basandosi sulle teorie psicologiche esistenti, Ryff (1989) ne ha individuato sei dimensioni: accettazione di sé, scopo di vita, autonomia, crescita personale, relazioni positive con gli altri e padronanza ambientale.

Il benessere sociale consiste nella capacità del contesto e dei fattori sociali di influenzare benessere e salute. Ogni individuo fa parte di unità sociali – famiglia, gruppi, comunità, organizzazioni ecc. L’esperienza psicologica soggettiva dello “star bene” è strettamente connessa e inseparabile dalla percezione e dalla consapevolezza dell’appartenenza ad una comunità, all’interno della quale ciascun soggetto possa avere un ruolo – e un valore – riconosciuto e significativo ed esperire relazioni positive di sostegno (Zani, Cicognani, 1999). Secondo Keyes (1998), le ricerche sul benessere sociale hanno da sempre posto l’attenzione su temi quali: accettazione sociale (senso di accettazione dagli altri e fiducia verso gli altri), integrazione sociale (senso di appartenenza ad una comunità), attualizzazione sociale (valutazione delle potenzialità e dell’andamento della società), contributo sociale (sentirsi un membro fondamentale della comunità) e coerenza sociale (percepire organizzazione e qualità della società) (Saita, 2011).

Alcune ricerche condotte su pazienti con patologia cardiaca hanno dimostrato che la qualità delle relazioni interpersonali di questi soggetti è associata alla gravità e al decorso della malattia. Nello specifico, tali studi hanno indagato la percezione soggettiva – da parte dei pazienti – delle relazioni sociali con gli altri significativi, specialmente l’atteggiamento – sollecito e supportivo vs. critico e negativo – che si dimostra essere stabile e peculiare del contesto sociale. Studi correlazionali hanno evidenziato che i pazienti che percepivano come positive le relazioni interpersonali presentavano un disturbo cardiaco più lieve rispetto ai pazienti che le percepivano come negative; inoltre, i primi mostravano un miglior recupero psicofisico in seguito ad un evento cardiaco. In questo quadro, pareva svolgere un ruolo rilevante proprio il benessere psicologico del soggetto, e in due principali direzioni:

  • i soggetti che percepivano supporto sociale mostravano minori sintomi depressivi;

  • i soggetti in stato di benessere psicologico percepivano relazioni interpersonali positive.

Un interessante studio di Baker e colleghi si è proposto di indagare la percezione della qualità delle relazioni interpersonali con gli altri significativi mettendo a confronto soggetti ipertesi con o senza sintomi psichiatrici – nello specifico, ansia e depressione. I risultati hanno evidenziato che, diversamente dai soggetti ipertesi senza sintomi psichiatrici, quelli con sintomi psichiatrici tendevano a percepire le relazioni interpersonali come più stressanti; inoltre, a distanza di sei mesi non si rilevava alcun miglioramento dell’ipertensione (Molinari et al., 2007).

Secondo la Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), il benessere – così come la vita e la morte – di ogni individuo dipende da una sorta di Network, una “Grande Connessione” fra psiche, sistema nervoso, sistema immunitario e sistema endocrino, che comunicano tra loro attraverso i neuropeptidi (molecole di natura proteica) (Marchese, 2003). Il benessere diviene, quindi, una condizione temporanea data da uno stato di equilibrio metabolico psicofisico conseguente all’appagamento dei propri bisogni (Marchese, 2011).

IL RUOLO DELLA MENTE

Ciò che conosciamo di noi è solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa”

(Pirandello, 1937)

    L’Epigenetica

Il meccanismo epigenetico

L’esistenza dell’organismo si deve alle sinergie e agli equilibri compensatori che esitano dal costante dialogo fra tre grandi strutture: il sistema nervoso, il sistema endocrino e il sistema immunitario. È all’interno degli atomi del DNA di ogni cellula che origina la vita. I messaggi provenienti dall’ambiente esterno provocano delle trasformazioni strutturali e di movimento nelle macroparticelle – protoni, elettroni e neutroni. La macromolecola del DNA “registra” queste trasformazioni all’interno dei magazzini della memoria – informazioni che costituiranno il serbatoio dei ricordi, e quindi l’identità storica personale (Marchese, 2003) – e:

  • elabora una strategia operativa;

  • va a costituire l’elemento della catena di tessuti, organi e apparati che opereranno in sinergia costruttiva (Marchese, 2004).

In ambito chimico, i principali meccanismi epigenetici sono la metilazione del DNA e la modificazione covalente degli istoni, che alterano fisicamente la densità della cromatina, e quindi l’accessibilità ai complessi molecolari preposti all’espressione dei geni, modulando, così, la potenziale trascrizione di alcuni di essi (Annesi, 2009).

Il Sistema Nervoso (SN) è considerato la sede delle più avanzate capacità dell’intelletto. Esso regola sia le funzioni della vita vegetativa – ossia il funzionamento di organi e apparati – sia le funzioni della vita di relazione – che rapportano il nostro organismo col mondo esterno. Il sistema nervoso si divide in:

  1. Sistema Nervoso Centrale (SNC) – composto da cervello e midollo spinale;

  2. Sistema Nervoso Periferico (SNP) – composto da organi sensoriali e fasci di fibre nervose che veicolano informazioni nei centri importanti del sistema nervoso;

  3. Sistema Nervoso Vegetativo (SNV), che a sua volta si divide in simpatico e parasimpatico – localizzato alla base del cervello, nel tronco encefalico e nel midollo spinale.

È bene sottolineare, però, che non si tratta di una rigida classificazione: i diversi sistemi sono strettamente connessi tra loro dalle fibre nervose, cosa che consente la coordinazione delle loro funzioni.

La Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) – assieme al concomitante e costante sviluppo degli studi scientifici – ha sempre più, nel corso degli anni, reso possibile la spiegazione della comunicazione tra organi e apparati. Ciò ha reso possibile l’accettazione dell’idea che la complessa costruzione dell’essere umano dipenda sia dalla genetica che dall’ambiente, tra loro connessi e in continuo dialogo. Ma in che modo comunicano? Ogni individuo ha in sé una matrice genetica dotata di messaggi potenziali. Gli stimoli proveniente dall’ambiente esterno andranno ad influenzare la modalità di lettura dei geni. Verrà, quindi, a determinarsi una personalizzazione in funzione delle stimolazioni ambientali. In questo consiste la nascita dell’Epigenetica (Marchese, 2011), ossia di quella branca della biologia molecolare che indaga i cambiamenti che avvengono in risposta alle interazioni gene-ambiente (Annesi, 2009). Bruce H. Lipton, biologo cellulare e ricercatore statunitense, sostiene di aver scoperto che non sono tanto i nostri geni a controllarci, ma piuttosto sono essi stessi controllati da influenze ambientali esterne alle cellule, inclusa l’attività del pensiero. Per cui, attraverso il meccanismo dell’apprendimento, i geni “imparano” dai messaggi in entrata. I cosiddetti meccanismi epigenetici di regolazione del cervello sono in grado di alterare l’attività dei geni senza modificare la sequenza del DNA. Queste osservazioni suggeriscono che l’epigenetica potrebbe spiegare in che modo le esperienze di vita precoci possono lasciare una traccia permanente nel cervello e influenzare, così, sia la salute fisica che il comportamento in età più avanzata (Marchese, 2011).

Eric R. Kandel, docente alla Columbia University di New York e premio Nobel per la Medicina e le Neuroscienze nel 2000, è considerato uno dei più grandi esperti circa i meccanismi cellulari e molecolari del condizionamento e della memoria. Egli sosteneva che la relazione epigenetica tra mente e cervello risponde a cinque principi fondamentali (Marchese, 2011):

  1. Tutti i processi mentali, anche quelli psicologici più complessi, derivano da operazioni del cervello. Ciò che noi chiamiamo “mente”, quindi, non è altro che la gamma di funzioni svolte dal cervello. Tali funzioni, infatti, sono alla base tanto di comportamenti motori relativamente semplici (per esempio, mangiare e camminare), quanto delle azioni cognitive complesse – consapevoli e non – che noi accostiamo ad un comportamento specificamente umano (per esempio, parlare, pensare, creare opere d’arte). Da questo quadro, ne consegue che i disturbi del comportamento caratterizzanti la patologia psichiatrica rimandano a disfunzioni cerebrali – anche in caso di evidente origine ambientale delle cause. È bene, però, fare chiarezza sulle due principali funzioni del gene: la funzione modello (trasmissione) e la funzione trascrizionale. La prima fornisce le copie di tutti i geni dell’individuo alle generazioni successive. La seconda consiste nella capacità del gene di dirigere la produzione di specifiche proteine in una data cellula – esercitando, così, una regolazione sensibile ai fattori ambientali.

  2. I geni e i loro prodotti proteici sono determinanti importanti del modello di interconnessione tra neuroni nel cervello. Questo, sia dal punto di vista funzionale che da quello strutturale. Di conseguenza, i geni e le combinazioni di geni sono in grado di controllare significativamente il comportamento. Ne risulta che la genetica esercita un ruolo importante nello sviluppo delle più importanti psicopatologie.

  3. L’alterazione dei geni non spiega, da sola, tutta la variabilità di una data malattia mentale. Nella stessa misura in cui le combinazioni di geni esercitano un’azione sul comportamento (anche di tipo sociale), anche il comportamento e i fattori sociali possono agire retroattivamente sul cervello fino a modificarne l’espressione genica – e quindi anche la funzione delle cellule neuronali. L’apprendimento – compreso quello esitante da una disfunzione comportamentale – produce alterazioni nell’espressione genica.

  4. Alterazioni nell’espressione genica indotte dall’apprendimento, danno luogo a cambiamenti nei modelli di connessione neuronale. Si tratta di cambiamenti che contribuiscono alle basi biologiche dell’individualità e potrebbero contribuire anche all’insorgenza e al mantenimento di anomalie comportamentali provocate da fattori sociali.

  5. La psicoterapia produce modifiche a lungo termine nel comportamento – probabilmente mediante l’apprendimento – provocando modifiche nell’espressione genica che alterano la forza delle connessioni sinaptiche e causano modifiche strutturali che alterano i modelli anatomici di interconnessione tra cellule nervose del cervello. Diverse ricerche nell’ambito della biologia molecolare hanno evidenziato come il genoma presenti una variabilità di espressione di gran lunga più plastica di quanto si immaginasse in passato.

Un importante contributo nell’ambito dell’epigenetica è sicuramente quello del medico e ricercatore italiano Giovani Russo, che sintetizza in sette passaggi il meccanismo epigenetico (Marchese, 2011):

  1. Dal mondo esterno della cellula – dal resto dell’organismo a ciò che sta fuori alla persona – arrivano sollecitazioni che vengono captate da recettori sensoriali specifici, che generano sensazioni corrispondenti.

  2. Attraverso le vie di conduzione afferenti, tali sensazioni giungono al Talamo, e da qui saranno inviate alla zona corticale di corrispondenza.

  3. Una volta giunte a destinazione, vengono confrontate con elementi di similitudine per stabilire – anche grazie all’azione dell’Ipotalamo – di cosa si tratti. Il criterio di valutazione si basa su tre parametri principali: utile/non utile, logico/non logico e piacevole/sgradevole.

  4. Nascono così le percezioni, che consistono nel riconoscimento di una stimolazione che viene contestualizzata nello spazio-tempo per stabilire come reagire. La procedura prevede:

  • raccolta dei dati – ossia delle informazioni precedentemente memorizzate e archiviate su un dato argomento;

  • elaborazione dei dati – che avviene nel campo psicobioelettromagnetico degli atomi e nello spazio d’interazione degli elettroni delle molecole del DNA e della membrana delle cellule neuronali e nevrogliari;

  • scelta – basandosi sugli elementi posseduti e sulle capacità riflessive;

  • verifica – con l’intervento della logica, viene verificato il lavoro realizzato e, in caso di necessità, vengono suggeriti eventuali correttivi;

  • associazione – dei diversi elementi elaborati;

  • strutturazione di un concetto completo – che consente adeguate valutazioni.

  1. Interviene, ora, l’individuale capacità di adattamento, in grado di modulare – con l’intervento di neurotrasmettitori e neuro modulatori – e, talvolta, anche modificare il segnale di partenza.

  2. Trasportato da mediatori bioumorali (flussi elettrici e chimici) sulle cellule bersaglio, il segnale si trasforma in un elemento che va ad attivare dei recettori di membrana che consentono l’apertura o la chiusura di canali di membrana attraverso i quali passano specifiche sostanze – presenti nel liquido interstiziale – che entrano, così, nel citoplasma intracellulare.

  3. Queste sostanze raggiungono i cromosomi e modulano la lettura genetica attraverso lo srotolamento di porzioni di cromatina lette a stampo, con l’RNA, nelle zone in cui l’Eterocromatina diventa Eucromatina.

Per comprendere meglio quest’ultimo punto, può essere utile immaginare il DNA avvolto su rocchetti di istoni come un capello avvolto su un bigodino: la parte “srotolata” potrebbe determinare la lettura tramite l’RNA, che, uscendo dal nucleo ed entrando nei ribosomi, stimola la produzione di proteine. Nel meccanismo epigenetico, il segnale risultante dal meccanismo dell’apprendimento attuato dalla mente, “guida” la lettura modulata – a parità di DNA. In psicoterapia, per esempio, anche le parole dello psicoterapeuta – e il modo in cui le esprime – possono indurre il segnale. Ne consegue che l’attivazione di un cambiamento su base epigenetica avverrà in funzione del transfert (Marchese, 2011).

Malattia ed epigenetica

La malattia di Alzheimer – patologia neurodegenerativa con comparsa di manifestazioni cliniche nella tarda età – rappresenta uno dei temi maggiormente studiati per comprendere l’interazione tra meccanismo epigenetico, malattia e ambiente. I diversi studi condotti su primati e roditori, hanno evidenziato come la precoce esposizione a certi metalli (come il piombo):

  1. favorisca il potenziamento dell’espressione dei geni associati alla malattia;

  2. reprima l’espressione di altri geni;

  3. aumenti lo stress ossidativo del DNA.

L’esposizione precoce ai metalli rappresenta il fattore ambientale. Questo va ad inibire alcune DNA-metiltransferasi – preposte alle reazioni di metilazione – ipometilando i promotori di alcuni geni associati e aumentandone i livelli. Ne consegue una produzione di specie reattive all’ossigeno, che arrecano danno al DNA accelerando gli eventi neurodegenerativi. Quando i geni vengono epigeneticamente modificati nelle fasi precoci della vita, è possibile risultino più suscettibili allo stress ossidativo dell’età adulta.

Da queste osservazioni, è possibile dedurre che qualsiasi tipo di perturbazione – stress, deficit nutrizionali ecc. – potrebbe inficiare il programma epigenetico, modificandone l’espressione differenziale. Interessanti ricerche condotte su gemelli monozigoti hanno messo in luce come, nonostante questi soggetti si presentino genotipicamente identici, mostrino spesso differenze a livello fenotipico – per esempio, rispetto al grado di suscettibilità alle malattie, specialmente a quelle di tipo psichiatrico (schizofrenia, disturbo bipolare ecc.). Questa discordanza fenotipica ha una natura ancora poco conosciuta, che potrebbe dipendere tanto da fattori ambientali quanto dall’esistenza di diversi profili epigenetici.

Un altro ramo ampiamente sondato è quello delle malattie tumorali, alla cui origine sembrano esserci importanti basi epigenetiche. Le cellule tumorali, infatti, presentano anomali schemi di metilazione. Quindi, la questione epigenetica è molto rilevante per queste patologie (Annesi, 2009). Il cancro è caratterizzato da un’incontrollata proliferazione cellulare che potrebbe essere causata sia da mutazioni genetiche che da processi che bloccano la trascrizione di quei geni aventi una funzione protettiva. Questa scoperta apre lo scenario a nuove prospettive terapeutiche per quei tumori originanti da un processo epigenetico (Marchese, 2014). Infatti, le mutazioni epigenetiche sono farmacologicamente reversibili (diversamente dalle mutazioni geniche); quindi, diventa estremamente fondamentale proseguire e sostenere la ricerca di possibili terapie adeguate (Annesi, 2009).

A tal proposito, diverse ricerche hanno posto l’accetto su una visione terapeutica che potremmo definire rivoluzionaria: l’immunoterapia anti-cancro. Secondo quest’ottica, bisognerebbe puntare a rafforzare il sistema difensivo dell’organismo affinché impari ad attaccare il “nemico” (il tumore): l’apparato immunitario deve imparare a difendersi al meglio. Ma in che modo? Sbloccando – ricorrendo ad anticorpi mirati – i freni imposti al sistema immunitario da alcune tipologie di tumore. In questo modo, sarà possibile osservare e ottenere una risposta clinica almeno in una parte di pazienti oncologici.

Un’altra terapia indagata in diverse ricerche è quella dell’ipnosi. Il suo impiego in pazienti presentanti verruche – ossia affezioni cutanee generalmente benigne causate da un virus potenzialmente oncogeno – ha prodotto esiti maggiormente positivi rispetto alla terapia farmacologica, inducendo, in molti casi, la scomparsa della lesione in maniera più o meno definitiva. La questione dell’ipnosi – unitamente a quella più ampia della suggestione – è stata indagata anche in studi sugli effetti dei meccanismi di autoguarigione, nella quale intervengono, oltre all’ipnosi, importanti fattori, quali: cultura, risposte psicologiche (e personalità), “rituali” tra paziente e medico e idea che ci si fa circa la propria malattia (Marchese, 2014).

La questione epigenetica è implicata anche nella genesi dei disturbi mentali: le esperienze sono in grado di aggiungere o rimuovere marcatori epigenetici, causando, così, anche modifiche epigenetiche a lungo termine – come avviene, appunto, in disturbi mentali come la depressione e la dipendenza (Nestler, 2012).

La correlazione tra la dimensione psicologica e il vasto scenario delle malattie fisiche è sicuramente molto estesa e complessa. Merita, dunque, una trattazione dedicata.

    Le emozioni

Il termine “emozione” deriva dal latino ex-movere, che significa “spingere fuori”. Ogni elaborato di pensiero produce un’idea, che a sua volta genera un’emozione che – a seconda dei contenuti dell’idea prodotta – può essere più o meno intensa. Quindi, in risposta a stimoli esterni e/o pulsioni interne, avviene una vera e propria accelerazione di energia mentale – per l’appunto, l’emozione – che determina lo stato d’animo di ogni individuo.

Esistono tre tipi di emozioni:

  1. Emozioni semplici, che rimandano alle pulsioni di base utili all’appagamento dei bisogni necessari indispensabili;

  2. Emozioni composite, che rimandano alle pulsioni a più alto contenuto energetico utili all’appagamento di bisogni inerenti alla propria realizzazione, e costituiscono i sentimenti rappresentati da una base elaborativa logica e relazionale (neutrergia) su cui aderisce l’elemento affettivo – che può essere positivo (amore), negativo (ostilità e rancore) o conflittuale (profondi contrasti interni che determinano le psicosomatosi);

  3. Emozioni complesse, che rimandano ai pulstimoli.

Lo scopo delle emozioni è quello di metabolizzare o scaricare quelle tensioni energetiche attivate da stimoli, pulsioni e pulstimoli. Sulla base di ciò, è possibile distinguere due macrocategorie di emozioni: emozioni positive ed emozioni negative o conflittuali. Quelle positive determinano gioia di vivere se scaricate nel mondo interno, e contenuti di disponibilità, gioia, gaiezza ecc. se scaricate nel mondo esterno. Quelle negative o conflittuali determinano psicosomatosi, sudorazione, tachicardia, tensione, pianto, riso “isterico”, ansia, melanconia, depressione, angoscia ecc. se scaricate nel mondo interno (per esempio, in caso di repressione), e fenomeni di tensione, collera, violenza, ostilità ecc. se scaricate nel mondo esterno.

Le emozioni non fanno parte del mondo consapevole – nel senso che non possiamo provare un’emozione a comando – ma vengono inconsapevolmente gestite dalla propria identità (Marchese, 2008).

Le basi neurologiche dell’emozione

Diversi Neuroscienziati – come G. Edelman o A. R. Damasio – ritengono che la “coscienza nucleare” (che è alla base di tutto) origini dal dialogo fra le microparticelle che risiedono nel DNA degli atomi di neuroni e novreglia dei centri nobili cerebrali. Queste informazioni vengono, poi, trasmesse alle cellule degli apparati endocrino e immunitario per creare un feedback, una comunicazione costante e biunivoca fra i tre sistemi – nervoso, endocrino e immunitario. Questo processo fa sì che un’estesa massa di cellule – nervose, endocrine e immunitarie – si configuri in modo tale da creare le condizioni per la realizzazione di un’identità strutturale in grado di riconoscersi come entità a sé, rispetto all’ambiente da cui provengono i segnali e le sollecitazioni. Si genera così il mondo delle emozioni – avente come sede di partenza l’area cerebrale talamo-corticale (Marchese, 2011).

Le emozioni generano a livello sottocorticale, come risultato dell’attività del sistema limbico, che è in grado di influenzare la corteccia in termini di funzionalità. L’amigdala – nel sistema limbico – produce gli stati emozionali più intensi, a livello inconscio (Marchese, 2008).

Un importante ruolo di coordinazione nella trasmissione e nella gestione delle emozioni è rivestito dall’Ipotalamo (Marchese, 2004).

Stress e malattia

Il termine “stress” prende spunto dalla fisica, denotando la forza che, agendo su un organismo, ne altera le caratteristiche. Harvey (1968) sosteneva che «Qualsiasi sollecitazione della mente sperimentata come dolore o piacere, come attesa o paura, è causa di squilibrio psicosomatico la cui influenza si estende al cuore». Il fisiologo Cannon considerava lo stress quell’insieme di modificazioni fisiologiche – dette “reazioni d’allarme” – dettate dalla percezione di situazioni avverse (Compare, Grossi, 2012).

Diverse patologie, anche fisiche, sembrano avere un’origine, o comunque un importante determinante, di tipo mentale. Diviene, quindi, importante comprendere in che modo un individuo risponde e si confronta con certi stimoli ed eventi esterni. Al giorno d’oggi sono ampiamente studiate tutte quelle emozioni negative che agiscono in modo incisivo sul fisico (Bertini, 1999).

L’esposizione allo stress è generalmente associata ad innumerevoli esiti negativi, tra cui: decremento del benessere, maggior incidenza di malattie, Disturbo d’Ansia Generalizzato, Depressione Maggiore e Disturbo Post-Traumatico da Stress. Non tutte le persone, però, sviluppano questi disturbi se esposte ad elevati livelli di stress. Diversi individui, infatti, ricorrono alla resilienza, ossia alla capacità di fronteggiare in maniera positiva gli eventi traumatici e di riorganizzare positivamente la propria vita di fronte alle difficoltà. La resilienza è, inoltre, quella capacità di migliorare o mantenere la salute psichica di fronte a situazioni stressanti, anche dopo eventuali brevi interruzioni del normale funzionamento (Compare, Grossi, 2012). Quindi, in situazioni stressanti ogni individuo cerca delle strategie di risposta. Se i suoi sforzi falliscono, però, si instilla un trauma in grado di rendere il soggetto vulnerabile nei confronti della malattia – che sia psichica, somatica o entrambe. Col passare del tempo, questo trauma può divenire cumulativo: il vivere due malattie croniche invalidanti può causare nell’individuo la sperimentazione di successivi microtraumi di perdita della propria integrità corporea (Cavallero et al, 2010).

Lo stress può giocare un ruolo molto rilevante in diverse patologie, come quelle oncologiche, quelle somatiche, quelle cardiache e via dicendo. Ad esempio, diversi studi hanno mostrato come, stressando dei topi – dandogli scosse elettriche e sottoponendoli a stress psicologici (per esempio, facendoli stare in ambienti iperaffollati) – e successivamente iniettandogli sostanze cancerogene in grado di sviluppare un tumore, i ratti del gruppo sperimentale (con stress) sviluppavano molto più rapidamente il tumore e con una modalità maggiormente accelerata rispetto ai ratti del gruppo di controllo (senza stress) (Bertini, 1999). È bene, però, precisare che le innumerevoli ricerche svolte nel corso della storia sulla relazione tra stress e cancro hanno prodotto risultati talvolta contraddittori – senza contare gli evidenti limiti di molte di queste ricerche (Saita, 2011). Per quanto riguarda i sintomi psicosomatici, essi coinvolgono diversi apparati e sistemi corporei e forniscono una risposta vegetativa a situazioni stressanti e di disagio psichico (Compare, Grossi, 2012).

Se da un lato è vero che eventi di vita stressanti possono concorrere all’insorgenza di una patologia, d’altro canto è vero anche che lo stress può conseguire dall’essere malati (Cavallero et al, 2010). Prendiamo come esempio l’esordio di una patologia cutanea, evidenziandone quello che gli Autori chiamano “il flusso causale dalla pelle alla mente”. Questa comporterà: l’alterazione dell’immagine corporea (più grave in caso di lesioni visibili e nella zona genitale), la compromissione del funzionamento sociale (più grave in caso di ripercussioni sulle relazioni affettive intime), cambiamenti indesiderati nello stile di vita, riduzione della qualità della vita ed esperienze di stigmatizzazione. Di conseguenza, il soggetto si troverà a provare emozioni autocoscienti spiacevoli (vergogna, imbarazzo), tristezza, preoccupazione e tensione. Il mancato miglioramento della patologia cutanea e il perdurare della situazione, porteranno al consolidamento della sofferenza emozionale (talvolta in un disturbo mentale diagnosticabile). Un recente studio su pazienti affetti da psoriasi, per esempio, ha suggerito l’affiorare di sintomi depressivi a causa della compromissione della qualità della vita arrecata da tale malattia (Compare, Grossi, 2012).

Lo stress, però, non è sempre un qualcosa di negativo, anzi: talvolta diviene effetto motivante all’attivazione di un meccanismo d’azione volto alla realizzazione di un determinato obiettivo. In questo caso, si parla di eustress o stress acuto, ossia uno stress positivo e funzionale all’organismo. Si differenzia dal distress o stress disfunzionale, in cui lo stress da acuto diventa cronico, danneggiando le capacità di adattamento individuali (Marchese, 2008; Compare, Grossi, 2012).

    La Psicologia della Salute

La scienza psicologica si è occupata dei temi di salute e malattia fin dalle sue origini, ma un vero e proprio spazio specifico e un riconoscimento sociale della psicologia della salute si sono potuti osservare solo più recentemente. Risale alla fine degli anni Settanta il costituirsi della Divisione di Psicologia della Salute dell’American Psychological Association, volta a considerare «[…] l’insieme degli specifici contributi educazionali, scientifici e professionali [destinati] alla promozione e al mantenimento della salute, alla prevenzione e al trattamento della malattia, all’identificazione dei correlati eziologici e diagnostici della salute, della malattia e delle disfunzioni ad essa connesse», occupandosi inoltre «[…] dell’analisi e del miglioramento del sistema assistenziale e della formazione in campo di politica sanitaria» (Matarazzo, 1980, 1982; Saita, 2011).

In Italia, solo nel 1997 si è costituita la Società Italiana di Psicologia della Salute (S.I.P.Sa.), col proposito di promuovere la salute in un’ottica di benessere complessivo della persona, all’interno del vasto contesto socio-ecologico. Questo significa che l’attenzione dev’essere necessariamente rivolta alla tutela della salute come diritto di ogni individuo e come interesse della collettività, e al benessere della persona anche in condizioni di malattia (Saita, 2011).

BIBLIOGRAFIA

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Dott.ssa Liliana Cimmarrusti - SFPID 2° ANNO DI SCUOLA DI SPECIALIZZAZIONE BARI



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