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Fobie...
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

27 febbraio 2018



Quando la Paura è “tremenda” ma immotivata.


La parola fobia (dal greco phobos, timore, paura) indica un complesso di paura intenso, inquietante, devastante e invincibile provocato da oggetti o situazioni che, normalmente, non dovrebbero determinare tali emozioni così conflittualmente insostenibili. In realtà, più che di paura, spesso si tratta di vere crisi di angoscia grave che si manifestano ogni volta che, la persona fobica, si trova nella situazione che innesca il meccanismo "critico".

Partendo dal principio (più volte ribadito) che la paura rientra nell’esperienza umana universale e che ognuno di noi cerca, in qualche modo, per il grado di sofferenza che essa provoca, di rapportarvisi nel modo più consono e adeguato, la fobia, appunto, non contraddistingue la risposta a un pericolo oggettivamente riconosciuto e identificato ma, semmai, una condizione di apprensione irrazionale che diventa ossessiva e inappropriata.

Tale situazione ostacola l’individuo anche nelle sue attività più semplici, attraverso dei comportamenti di evitamento nei riguardi degli stimoli fobici.

La paura del buio, della solitudine o, anche, di alcuni animali o di persone sconosciute sono tutte condizioni dietro le quali si mascherano angosce interiori, magari derivanti da problematiche non risolte del nostro percorso di crescita maturativa.

Quando le fobie si ingigantiscono e dominano gran parte della vita della persona, stanno a significare che l’insicurezza nel rapporto con se stessi, con l’ambiente e con le proprie azioni è fonte di tensione profonda, tale da costituire una gabbia dalla quale non si esce se non a prezzo di gravi sofferenze.

Infatti, nei casi più seri, questo malessere limita fortemente la propria libertà costringendo ad organizzare ogni aspetto della propria vita in modo da prevenire ogni occasione di problematica.

Le persone che hanno vissuto in un’atmosfera di paura, di rimprovero o di violenza in genere, sono molto spesso quelle che adottano il meccanismo del "controllo autorepressivo" per affrontare i disagi del quotidiano e, comunque, ridurre l’impatto con le frustrazioni. Quando, però, una situazione sfugge loro di mano, o perché si sentono minacciate per qualche motivo ( salute, relazioni affettive o sicurezza materiale) o perché sono semplicemente un po’ stanche di questa vita troppo "sotto tono", generano, via via, una situazione di difficoltà "gestionale" legata a stress continuativo e, nel tempo, producono quadri di ansia acuta generalizzata che tendono a "razionalizzare" mediante la produzione di fobie.

Questo perché, in tal modo, ci si concentra su falsi bersagli, restando molto lontani dalle vere motivazioni che, a livello inconsapevole, si ritiene di non poter risolvere. Abbiamo, allora una "folla" di manifestazioni disturbanti: tachicardia, pressione alta, crampi, nodo in gola o allo stomaco, vampate di calore, abbondante sudorazione o sensazioni di freddo, etc.

Partendo dal principio che la fobia è una manifestazione di sofferenza strettamente personalizzata, motivata dalla necessità inconsapevole di attirare l’interesse di qualcuno che ci aiuti (familiari, ma non solo), nell’intento di ottenere quello che, tecnicamente, viene definito "vantaggio secondario" (cioè, nella fattispecie, protezione, sostegno, accettazione, comprensione, giustificazione, etc. ), possiamo concludere che, la persona fobica "vive" la sensazione di "penzolare" nel vuoto, con la percezione di precipitare.

Per essere d’aiuto non si può affrontare la problematica con aggressività, magari sollecitando "incisivamente" il sofferente a non "lasciarsi andare". Si finirebbe per creare, nella persona, una paura della propria aggressività e con conseguente maggiore "chiusura" fobica. Chi soffre di fobia non è certamente un individuo violento ma può reagire male se si sente costretto a dover "forzare" la propria fobia. Per lo più, se lasciato in pace, cerca un luogo dove nascondersi per sentirsi protetto.

Allora, non essendo un lavoro che si può fare da soli, si agisce in due modi, con il coinvolgimento di una figura professionale specializzata:

- anzitutto è necessario intercettare e amplificare (mediante spiegazioni rassicuranti e realistiche) la propria solidità interiore; in questo modo, a livello inconsapevole, nella psiche della persona fobica si genera un meccanismo di stabilizzazione che "rassicura" gli elementi delle idee che oscillano nel vuoto e inizia un barlume di sicurezza e solidità;

- successivamente, mediante l’applicazione di un percorso terapeutico concordato tra professionista e sofferente, si lavorerà per raggiungere l’obiettivo di imparare a costruire quell’autostima necessaria a dare il giusto valore alle proprie capacità, onde imparare come risolvere le indecisioni che generano quei conflitti responsabili delle fobie

Chi ha paura non fa che sentir rumori. (Sofocle)


Giorgio Marchese – Medico Psicoterapeuta

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