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Cara Mamma (Amare. paura di soffrire)...
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

2 novembre 2017


"Inconcepibile è, a volte, l’assurdità della vita. Vivere sapendo che si può soffrire in qualsiasi momento e, nello stesso tempo, sperare che tutto quanto si trasformi in gioia. Siamo esseri limitati nelle nostre azioni, nel nostro pensiero, eppure a volte ci sentiamo degli Dei. Comprendere che la vita è fatta così, di alti e di bassi, è capire noi stessi: la nostra intima natura di uomini " (Andrea Filice). Cara mamma, mi hai insegnato che, fin dai primi istanti di vita, ognuno di noi sperimenta la necessità di abitare il cuore dell’altro e impara, a propria volta, quanto sia importante aprire il proprio cuore all’altro. Nelle fredde sere d'inverno, mi hai più volte spiegato che, qualcuno, ha scritto che siamo in grado di conoscere la verità non soltanto con la ragione ma, anche, con quel meraviglioso termine che si chiama compassione, una forma di empatia sintonica che implica la capacità di prendere parte alle passioni dell’altro. Siccome nella passione si mescolano il "sentire" e l’agire, la compassione non comprende solo ciò che si sperimenta dell’altro ma, anche, il movimento che spinge verso gli altri. E, forse per questo (o, anche per questo) che ho scelto di essere come sono. E Cosa c’entra questo con l’amore? Ricordi quante volte ho posto la domanda? Caro Giorgio, non c’è felicità nell’essere amati perchè ...ognuno considera solo se stesso. E, allora, prova ad Amare e scoprirai la differenza... PER LEGGERE TUTTO IL TESTO, CLICCARE SUL TITOLO


Una bella lezione di vita. Nel tempo mi sono irrigidito e anche un po’ “ingrigito”...

Non c’è niente di più sbagliato e, al tempo stesso, di falso nell’affermare che, in tema di sentimenti, siamo sottoposti a forze misteriose che ci governano in maniera irrazionale. Il sentimento infatti, è un’emozione composita in cui, su un elemento razionale (anche se inconsapevole) si innesta una componente affettiva. Il tutto si traduce in una evidenza disarmante ma reale.

Ci innamoriamo di qualcosa (un lavoro, un ambiente, etc.) o di qualcuno provando vivo interesse nel realizzarci attraverso (e mediante) questo "qualcosa" o questo "qualcuno". Ricambiamo l’opportunità offertaci, mediante disponibilità sentimentale.

Da qui nasce tutto il resto.

"Amore non è guardarci l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione" (Antoine de Saint Exupéry)

Questo, all’interno di una coppia, non significa che uno dei due debba sacrificarsi a favore dell’altro. Vuol dire semmai, che l’uno serve all’altro, in maniera complementare. Ecco cosa significa, condividere interessi e obiettivi.

Qual è il motivo per cui, man mano che procediamo negli anni, siamo attratti da tutto ciò che ci intristisce e, in ultima analisi, ci divide fra la nostalgia e la malinconia e ci porta a soffrire?

"Siamo minacciati dalla sofferenza da tre versanti: dal nostro corpo, condannato al declino e al disfacimento e che non può funzionare senza il dolore e l’ansia come segnali di pericolo; dal mondo esterno, che può scagliarsi contro di noi con la sua terribile e formidabile forza distruttiva; infine, dalle nostre relazioni con gli altri" (S. Freud, Il disagio della civiltà).

Allo stato attuale delle cose, mi sento di affermare che, con molta probabilità, questo è dovuto a più fattori. Anzitutto, più avanziamo nel tempo, maggiore è la quantità di progetti che temiamo di non riuscire a portare a termine. Poi, ci si scontra con numero sempre maggiore di ostacoli (frustrazioni, sensi di colpa, rimorsi, conflitti e angosce varie) che, pur facendo parte del gioco, perché ci allenano a crescere, al tempo stesso sfiancano la nostra voglia di continuare. In ultimo, e non è poco, aumenta il solco degli affetti "sublimati" (che non ci sono più). Quindi, ci si trova, come necessità compensatoria a "rifugiarsi" all’interno di realtà virtuali che portano a cercare stati d’animo risultanti da riflessioni inerenti quello che abbiamo avuto, di bello (e che non possiamo più abbracciare) e quello che avremmo potuto avere (ma che non si è mai realizzato).

"Mano a mano, ti accorgi che il vento ti soffia sul viso e ti ruba un sorriso... la vecchia stagione, che sta per finire, ti soffia sul cuore e ti ruba l’amore. A mano a mano si scioglie nel pianto quel dolce ricordo sbiadito dal tempo, di quando vivevi con me in una stanza: non c’erano soldi ma tanta speranza. E a mano a mano mi perdi e ti perdo. E quello che è stato ci sembra più assurdo, di quando la notte eri sempre più vera. E non come adesso nei sabato sera.... Ma...dammi la mano e torna vicino. Può nascere un fiore nel nostro giardino, che neanche l’inverno potrà mai gelare Può crescere un fiore da questo mio amore per te. E a mano a mano vedrai che, nel tempo, lì, sopra il tuo viso, lo stesso sorriso che il vento crudele ci aveva rubato, che torna fedele. L’amore è tornato da te" (Riccardo Cocciante).

Mamma, ma perché si deve soffrire?

Soffrire. Termine composto che deriva dal latino e significa "attività perturbata dell’animo, come conseguenza a squilibri (o disequilibri) da mancato appagamento". Qualcuno, nei secoli, ha concluso che la sofferenza è l’unico mezzo valido ed efficiente, in grado di rompere il sonno dello spirito e della ragione. E in effetti, in determinate circostanze critiche, il cervello attiva il meglio di sé per elaborare strategie efficaci alla risoluzione del problema. Ogni epoca storica, a ben guardare, è caratterizzata da momenti altalenanti compresi fra gioie e dolori. 

Ogni rapporto umano, quando è "vero"presenta frazioni di tempo "critico".

 La nostra mente, analizzandola su un piano psicobiologico si "accende" in due circostanze: quando si raggiunge l’equilibrio (perché si prova benessere) e quando ci si è assuefatti a quella condizione (perché, generando noia, si deve cercare qualcosa di meglio, per poter ripristinare un equilibrio più "evoluto" del precedente).

È per questo che l’amore (in qualunque tipo di rapporto), quando è "intriso di valore", è tutto carte da decifrare e lunghi momenti da raccontare.

"Vedo questo spazio immaginario di stelle. Fa bene al cuore ma, perché non sia un’illusione, cerco di scrutare quel mare senza più fine, per continuare a camminare verso te. Vorrei afferrare il vuoto che ogni tanto mi afferra, attutire questa guerra che c’è in me..."

Perché ci si rende conto dell’importanza di chi ci sta vicino, solo quando non abbiamo più la possibilità di relazionarci con lui?

Perché quando noi interloquiamo, non in maniera virtuale ma realistica con qualcuno, il rapporto è globale e prevede una serie di fattori come, ad esempio, le cose che di questa persona non ci piacciono e le cose che, a questa persona, di noi non piacciono e in virtù delle quali, magari, ci contrasta e ci contesta. Sono i momenti in cui si dà per scontata la presenza di questa persona e quindi, la nostra attenzione viene indirizzata verso altri elementi di maggiore interesse temporaneo. Quando poi ritorniamo con i piedi per terra e dobbiamo accettare l’idea di non poter più, sul piano pratico, relazionarci con essa, allora il nostro modo di osservare le cose ci porta a valutare nella maniera più approfondita possibile il valore che costei o costui aveva per noi (che non avevamo messo da parte ma lo davamo per scontato).

"A certe condizioni, la verità, come la luce, acceca. La menzogna, invece, è un bel crepuscolo, che mette in valore tutti gli oggetti" (Albert Camus).

Mamma, la vita è un insieme di attimi concatenati. Silenziosi, presi da soli. Assordanti nel loro stare uniti. Apparentemente scoordinati e incapaci di generare immagini, quando li guardi singolarmente (come i colori fondamentali); intensamente espressivi, incostanti ma continui quando li sommi alchemicamente.

Bisogna saperli impastare. Forse, questo, significa essere saggi.

Qualcuno sostiene che, così come un genitore ha il piacere di vederti venire al mondo, un figlio debba avere il privilegio (che poi diventa un dovere) di stare accanto al padre o alla madre, nel momento del trapasso. Per aiutarlo a morire con la dignità di un tramonto. Come Natura vuole.

Qualcun altro ritiene che anche nei rapporti di coppia si debba stare uniti allo stesso modo. Non per niente si è "consorti", l’uno dell’altro. Quando ci si innamora, nascono delle emozioni uniche e irripetibili. Il loro infrangersi come onde, sulla spiaggia della memoria, ci modella in maniera specifica rispetto a chi siamo (per come viviamo i sentimenti) e a chi ci ha fatto palpitare. Così forgiamo le unioni. Per questo, nel rispetto di tutti, quando è il momento, dobbiamo aiutarle a morire.

Per il gusto di soffrire?

L’accelerazione critica, che deriva dallo stress emotivo conseguente, imprime a fuoco i contenuti del patrimonio che abbiamo condiviso e che, a quel punto, diventa parte di noi. E sapremo vivere meglio la nostra solitudine.

Per il piacere di vivere.

Cara Mamma, per tanto tempo (forse troppo) sono andato avanti convinto di poter fare a meno di chiunque... ma è da un po’ di tempo (forse da troppo poco) che ho dovuto accettare i miei errori con te. A partire da quello che mi ha portato a voler credere che, in fondo, siamo nati per restar soli.

Forse è vero, Madre mia ma, per una volta vorrei che il Mondo e, con esso, la Natura tutta sovvertisse l’ordine delle cose e ci cullasse con un abbraccio collettivo. Forse allora, qualunque distacco, sarebbe attenuato dall’amore di una dolce nenia.

La mia presunzione, come un servofreno dentro al cuore, mi impedisce di sentire la tua assenza ma la verità è che ho paura di non poter contattare più il mio “Dolore Originale”; quello che ho provato nel momento della mia venuta al mondo, col terrore di essere stato abbandonato.

Che stranezza che è la vita... quante volte sei stata con me: quando leccavo le ferite delle mie bocciature o sorridevo all’idea che ti avrei reso una Regina; nei momenti che ho temuto di non farcela e anche nei frangenti in cui avrei preferito che, tu, non fossi lì.

Il punto, doloroso (per me, oggi) è che, forse, io ho fatto in modo di non esserci, quando te ne sei andata.

"E’ tutto un silenzio questa nottata. Un venticello, da questa sera, sembrava volesse accarezzarmi il viso... e finalmente, da solo... piango! Tu non puoi vedere perché sei lontana... come puoi accorgerti della mia struggente malinconia? Però te lo mando a dire perché tu possa credermi... e se mi credi, allora piangi insieme a me! Scendono, queste lacrime, lentamente, teneramente, dolcemente... e io non faccio nulla per asciugarle. Io grido per farti sentire la mia voce ma tu non puoi sentirmi. Tutto è silenzio... in cielo, quante stelle! Affacciati, anche tu puoi vederle: sono a migliaia. E sai perché sono così belle? Perché stanno lontano, proprio come te! (Eduardo de Filippo).


Tuo figlio Giorgio


Ho scritto (e di getto) questo articolo, all’indomani della morte di mia madre, il 13 aprile 2009. Ha rappresentato, di fatto, una sorta di confronto allo specchio, grazie al quale analizzare e analizzarmi. Nella vita di ciascuno di noi, in fondo, i momenti difficili si susseguono e, spesso, temiamo di non riuscire a venirne a capo. In questa particolare ricorrenza, ho inteso ripubblicarli per come avrei voluto che fossero, fin dall’inizio, sperando che siano di aiuto a chi sente di essere in difficoltà.


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