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Caro Paolo (La Forza del Silenzio).
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it ) e di Marilena Dattis  ( marilenadattis@gmail.com )

20 luglio 2017


Qualcuno sostiene che esistono “caduti” che non si alzano per non tornare a cadere. Giovanni Verga ne “I Malavoglia” addirittura descrive un tipo di umanità che, di fronte a ciò che riteneva essere un destino ineluttabile, preferiva abbassarsi per essere travolta, dalle onde delle difficoltà, il più velocemente possibile. “Io credo che se ci fosse un po' più di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire.” (La voce della luna- Fellini, 1990). Il silenzio: condizione di equilibrio necessaria indispensabile per poter vedere, finalmente, se stessi come riflessi in un tranquillo specchio d'acqua. Eppure ciascuno vacilla di fronte allo svanire di quelle certezze dettate dall'abitudine a credere vero quello che, spesso, tale non è. La Morte, ad esempio. Un'uscita di scena definitiva. “All'inizio della mia carriera si rivolgevano a me chiamandomi... a Pa'. Dopo i miei primi successi... Sor Pa'. All'indomani della mia esperienza con Federico Fellini... Maestro!”. Ecco, il sapere che un'icona come quella di Paolo Villaggio non sia più presente in carne e ossa, fa sì che le emozioni si accavallino e la sua voce, i suoi personaggi comincino a scorrere nella mente come fotogrammi di un film montato male che riportano alla memoria le sue gag, il suo sorriso sarcastico, le sue battute pungenti... PER CONTINUARE LA LETTURA, CLICCARE SUL TITOLO.




Del resto, è solo la curiosità che mi fa alzare la mattina!” Così il prefetto Gonnella, nel film di Fellini descriveva la propria vita, così è possibile immaginare la vita vissuta da Paolo Villaggio.

Dove la curiosità verso i comportamenti umani certamente ha contribuito a dare vita al suo personaggio più famoso : Fantozzi Rag. Ugo, (come si legge sulla porta del suo appartamento nei film che lo vedono protagonista), surreale impiegato. “Il prototipo del tapino, ovvero la quintessenza della nullità”, come lo definì lo stesso Villaggio.

Eppure, osservando fino in fondo l’anima dell’uomo in questione e analizzando i suoi dolori, gli egoismi, le paure, la presunzione ma, anche, la grande cultura, non possiamo notare uno stridore fra lo stato d’animo che proviamo e il “supino” Fantozzi.

Forse perchè il “ragioniere”, così passivo non era... forse perchè incarnava le frustrazioni, reali o temute, di tutti quanti noi. Ed è per questo che, quando osa definire “la corazzata Kotiomkin una cagata pazzesca” ciascuno di noi ha fatto parte di quel pubblico che, assieme ai colleghi di scena, gli ha tributato i simbolici "novantadue minuti di applausi".

E, soprattutto per questo, di applausi a teatro e al cinema l’attore (e l’uomo) Paolo Villaggio ne ha avuti tanti nel corso della sua carriera. Da ex impiegato dell’Italsider a interprete di ruoli indimenticabili. Scrittore, autore, doppiatore, poliedrico, spietato, ironico, con lo spessore attoriale di un uomo dotato di genio capace di far ridere intere generazioni nei suoi ruoli più comici, intenso e commovente nei ruoli drammatici, Villaggio ha saputo dare ad ogni personaggio, ad ogni battuta quell’impronta geniale che se pur non sempre risultava gradita, forse perché troppo graffiante, o troppo sincera, rappresentava di certo un aspetto imprescindibile del suo essere originale.

Avete mai chiesto a qualcuno per strada se è mai stato invidioso? Io si. Ebbene, avendo capito benissimo la domanda, vi chiederà di ripeterla per prender tempo e pensare a quella volta in cui è stato invidioso. La risposta che vi darà, probabilmente, sarà negativa…( con un tono beffardo) ma con la lente di ingrandimento potreste vedere un rivolo di livore che scorre da un lato della bocca”.

Come amava spiegarci, la vita è come un treno, sul quale saliamo e conosciamo la gente che, mano mano, sale alle diverse stazioni intermedie. Quelli che scendono li salutiamo, promettendo di rivederci, con quelle che salgono stringiamo nuovi rapporti. Arriva un momento, però, in cui il treno accelera sempre più, evitando la salita di nuovi passeggeri e consentendo solo la discesa, repentina. Ad un certo punto alle nostre spalle il macchinista grida che il viaggio è finito. Non essendo rimasto nessun altro, capiamo che non può che rivolgersi a noi. E’ lì che l’uomo scopre di essere solo...

Triste, beffardo, romanticamente disincantato eppure capace di sperare, paternamente, in una “luce” migliore: “E’ quello che oggi manca alle generazioni, il credere, o meglio il credere in qualcosa che non sia il denaro o il successo (elementi fugaci)... ma in Dio”

Si narra che. ad una festa di gala, un soldato di guardia si innamorò della figlia del Re. Costei, impressionata dal suo coraggio e dal suo animo nobile, gli chiese, come prova d’amore, di restare, a guardia, cento giorni e cento notti sotto il proprio balcone, davanti al palazzo reale. Alla fine, sarebbe stata sua. Lui ebbe modo di dimostrare ciò che valeva e, imperterrito, rimase immobile giorno dopo giorno, con ogni tempo e trovando la forza di vincere fame, sete e sonno per novantanove giorni. Ma, giunti alla novantanovesima notte, inaspettatamente, andò via.

La morale di questa storia, probabilmente è che il coraggioso soldato, decise di non correre il rischio di scoprire che la Principessa avrebbe potuto non mantenere la parola data. In questo modo, almeno per novantanove notti, visse nell’illusione che lei fosse li, ad aspettarlo.

E probabilmente allo stesso modo, il Maestro esce di scena un attimo prima di mandare in onda la sua ultima fatica: “la voce di Fantozzi”. Forse per la paura di scoprire un’umanità non più capace di capirlo. E incapace, quindi, di salvare se stessa.

Oggi Paolo Villaggio non è più tra noi, forse è insieme al suo grande amico Fabrizio de Andrè con il quale scrisse Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, forse ora suonano insieme…magari un violino. “Ma certo. Che ne potete sapere voi? Avete mai sentito il suono di un violino? No. Perché se aveste ascoltato le voci dei violini come le sentivamo noi, adesso stareste in silenzio…”

Quel silenzio che (alla stregua del bianco, che contiene ogni colore dell’arcobaleno), racchiude tutti i suoni dell’Universo.

Marilena Dattis – Saggista, Counselor

Giorgio Marchese – Direttore La Strad@




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