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Alle radici del MALE... e del BENE. (PerchŔ, siamo come siamo?)
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

19 maggio 2017


L'uomo parla di tutto. E parla di tutto come se, la conoscenza di tutto, consistesse tutta in lui” (A. Porchia). Cari Lettori, ciò che colpisce l'attenzione (e, non credo solo la mia...) all'indomani di eventi che scuotono le coscienze, è il brulicare di commentatori e fini analisti che cercano, in tutti i modi, di spiegare le motivazioni più recondite che spingono a manifestazioni sempre più difficili da accettare... il fatto, però è che (almeno per ciò che mi riguarda) mi sento alquanto insoddisfatto nell'ascoltare valutazioni che non “entrano” nel profondo e che, di fatto, ricordano il contenuto di certi temi svolti a scuola: belli nelle intenzioni ma con nessuna (o quasi) ricaduta positiva. Un po' come quando si cercano di capire le complesse equazioni che “esprimono” la Meccanica Quantistica e consentono la sua applicazione nei campi più svariati. Senza di essa (la meccanica quantistica) non esisterebbero i transistor, eppure, queste benedette equazioni, non spiegano cosa succede all'interno di un sistema fisico ma solo come, quest'ultimo, viene percepito da un altro sistema fisico. E, ciò, ricorda quello che si prova, ascoltando i commentatori di cui prima. Gente in gamba, per carità ma che non riesce a farti entrare nei veri motivi del perchè siamo quello che siamo. “Questo significa che la realtà essenziale di un sistema, è indescrivibile? Significa che manca un pezzo alla storia? O significa... PER CONTINUARE LA LETTURA, CLICCARE SUL TITOLO



come a me sembra, che dobbiamo accettare l’idea che la realtà sia solo interazione?” (Carlo Rovelli – Sette Brevi Lezioni di Fisica. Adelphi Ed.)

Cari lettori, anche in forza di ciò, non passa giorno che, i più sensibili, non sentano il bisogno di domandarsi (per cercare una risposta chiara) come sia mai possibile l’estrinsecarsi di tanta cattiveria, da parte degli esseri umani.

Eppure, Essere Umano, per definizione “ontologica” (riguardante la natura e la conoscenza dell’essere come oggetto in sé) dovrebbe essere il risultato premiante di un faticoso percorso che porta a divenire (e, quindi, ad “essere”) un individuo (entità capace di riflettere e provare emozioni, distinguendo se stesso dal resto del contesto che, pure resta condizionato da ciò che si è... che, a sua volta, diviene il risultato dell’adattamento all’Input ambientale) portatore di valori di sensibilità solidale, improntati al bisogno di una crescita condivisa.

E allora?

Il termine Male, nella lingua italiana, identifica, etimologicamente, “tutto ciò che (attraverso, danno, tormento, etc.) è contrario al Benessere, alla Virtù, alla Legge, al Dovere, alla Convenienza”.

La parola Bene, viene definita dai dizionari, come “ciò che è necessario per rendere felice (Beare) e tranquillo, in quanto conveniente alla Natura umana, secondo principi etici e morali”.

E andiamo ai comportamenti

Cari Lettori, è qui che casca l’asino (e mi scuso con lui se si è fatto male…): principi etici e morali!

La Morale, fotografa il valore di riferimento per ciò che attiene alla congruità di un’idea o di un comportamento. Tale indicatore, però, non è assoluto ma (neurofisiologicamente parlando) varia con ciò che, nel tempo storico, viene ritenuto probo, o meno. Ad esempio, le battaglie dei Gladiatori, all’epoca degli Antichi Romani, oggi sarebbero  censurate e vietate; così come, certe libertà pedofile ritenute “normali” nei tempi andati, oggi sono perseguite penalmente e considerate riprovevoli.

L’Etica, dal canto suo, connota la correttezza di idee e comportamenti, all’interno di precisi riferimenti, fuori dai quali, assumerebbero valenze differenti. Ecco, quindi, che il soldato in azione è obbligato ad uccidere prima di essere ucciso e, l’avvocato penalista, ha l’obbligo di far rispettare l’esecuzione di un giusto processo (chiedendo l’invalidazione dell’intera procedura, in caso di errori tecnico formali) anche nei confronti del peggiore assassino…

Nella realtà dei fatti…

Esiste un solo parametro “relativamente” assoluto che, il mio vecchio maestro Giovanni Russo, mi insegnò a riconoscere come LOGICA UNIVERSALE. Una sorta di satellite artificiale puntato sulle Leggi di Natura, che governano ciò che esiste nell’Universo e che ci rende come siamo.

Questo elemento di riscontro oggettivo si comporta come l’oracolo di Delfi: è a tua disposizione ma risponde, al massimo, con un si o con no; per cui, il confronto con esso, diventa valido in funzione delle domande che gli si pongono.

Se, inoltre, teniamo conto del fatto che, il suo principio ispiratore si basa sulla massima del “mors tua, vita mea” (cioè, “devo mantenermi in vita a qualsiasi costo”) ecco che diviene importante avere, crescendo in un ambiente ispirato ad una sana educazione, le idee chiarissime sull’importanza (in senso egoistico) del principio del Rispetto. Tale presupposto fondamentale, sarebbe responsabile dell’attivazione delle specifiche zone di corteccia cerebrale, coinvolte quando facciamo prevalere scelte morali.

La nostra mente, sostanzialmente, si comporta come il pittore che, partendo dai colori fondamentali (in base alla propria creatività frutto, anche, dell’apprendimento) li miscela per produrre nuances non presenti, in partenza, sulla tavolozza: ogni individuo (cosiddetto) pensante, si trova a disposizione un range determinato dalla genetica (all’interno del filamento di DNA); il bello è che, però, ciascuno, in base a capacità acquisite (e non innate) può, inconsapevolmente, “tirar fuori” dal nastro a doppia elica, informazioni adeguate alle circostanze (sul piano oggettivo) oppure no. Questo meccanismo, si chiama epigenetica. “Chi ha visto vuotarsi tutto, quasi sa di che si riempie tutto.(A. Porchia)

Più o meno, accade questo:

  • Ogni manifestazione del mondo esterno, viene scomposta, all’interno dei campi di elaborazione cerebrale, nei suoi costituenti fondamentali elettromagnetici;

  • Ciascun costituente (micropezzettino del puzzle che abbiamo percepito) viene riconosciuto, come tale, in funzione di quanto di simile ci ritroviamo in memoria;

  • Quello che ripeschiamo dal serbatoio dei ricordi, si porta dietro, anche, lo strascico emotivo che abbiamo provato nel momento in cui abbiamo vissuto l’esperienza che, frammentata, abbiamo poi archiviato;

  • Tale vestito emotivo (acquisito con l’esperienza e, quindi, non geneticamente determinato), condiziona la scelta in funzione del piacere o del fastidio che ci arreca;

  • tutto ciò premesso, con tale meccanismo, riconosceremo il quadro (venuto dall’esterno) assemblando pezzetti di ricordi che gli somigliano e saremo indotti a decidere sul da farsi, in relazione all’evento determinatosi e, a quel punto, percepito;

  • le nostre reazioni saranno diverse in base alla personalità di ciascuno e al momento dell’accaduto ma, comunque, non potranno derogare dal range messo a disposizione da Madre Natura, come i colori fondamentali della tavolozza di cui prima, pur con la nostra capacità di miscelare e sfumare...

Il punto è che, ogni decisione, sarà presa dopo un confronto con il parametro di riferimento oggettivo (che si rifà, come detto prima, alle leggi di Natura) che abbiamo definito Logica Universale e che, si ritiene, sia allocato nell’Ipotalamo (importante struttura cerebrale).

In base alle convinzioni, ai condizionamenti, all’ignoranza, al pregiudizio, alla presunzione, alla maturità, alla chiarezza o all’incapacità più o meno temporanea, opereremo scelte che riterremo idonee, anche quando produrremo dubbi in proposito che ci faranno cambiare idea. Infatti, in quei momenti, valuteremo giusto riconsiderare e, di conseguenza, cambiare, per una nuova direzione.

Con questo principio, sarà motivata (anche se non “giustificata”), nella mente, qualsiasi azione, dalla più nobile alla più efferata. Tutto troverà un perchè. Magari frutto di un aggiustamento interiore di comodo accomodamento.

Nella vita ci sono cose che ti cerchi e altre che ti vengono a cercare. Non le hai scelte e nemmeno le vorresti, ma arrivano e, dopo, non sei più uguale. A quel punto le soluzioni sono due: o scappi cercando di lasciartele alle spalle, o ti fermi e le affronti. Qualsiasi soluzione tu scelga, ti cambia, e tu hai solo la possibilità di scegliere se in bene o in male. (Giorgio Faletti – Io uccido)

Quindi, ad esempio, è possibile restare indifferenti di fronte alle efferatezze compiute all’interno di un qualsiasi mattatoio..

E, allora, non è affatto strano che si lascino morire affogati bambini e genitori che tentano di salvarsi da guerre che abbiamo creato (direttamente o indirettamente) noi. Non è roba dell’altro mondo che, di fronte a simili tragedie (le cui immagini scuotono le coscienze ma non determinano le azioni) ci si muova solo per lucrarci su....

Allo stesso modo e con il medesimo principio neurofisiologico ma non certo morale e civile, assistiamo a slanci di solidarietà estrema.

Ognuno ha una base bimodale comportamentale (che va dal quadro solidale a quello menefreghistico) con varie sfumature molto personali: ciascuno sceglie in base al carattere acquisito, alle capacità del momento, agli egoistici bisogni da appagare, etc

Come, spesso, mi è capitato di scrivere, i saggi sostengono che noi nasciamo per portare avanti un progetto. Per quanto si possa speculare su ciò, non si può fare a meno di concludere che, al di là di evolvere le nostre capacità (nel bene o nel male) migliorando la gestione del nostro potenziale genetico e restituendo il tutto (con gli interessi) a "fine corsa" come si fa con i prestiti bancari, non si può andare.

La Natura (o chi per Lei), magnanima, ha creato un escamotage per indurci a darci da fare: godere. D’altronde, se per avere dei figli, non si provasse quel piacere estremo che, i più, chiamano “orgasmo”, con ogni probabilità ci si sarebbe estinti, da Adamo ed Eva in avanti.

Quindi, come ho spiegato prima, tutto quello che facciamo è provare piacere da ogni esperienza, anche quella negativa (fatte salve le situazioni in cui l’imprevisto ci pone di fronte al dolore). E anche nella sofferenza, vale lo stesso discorso.

Sì, è necessario soffrire, perfino invano, per non vivere invano (Cit.)

Insomma, dal momento che, come sosteneva il sommo poeta “fatti non fummo, per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza” , forse è arrivato il momento di accettare l’idea di essere poca cosa rispetto alla grandiosità di ciò che ci circonda... però, siccome quello che ci circonda, ci comprende e ci costituisce (perchè siamo fatti della stessa materia dei “sogni dell’Universo”) ecco, sarebbe opportuno fare nostra quella massima, che, testualmente, recita: “Per poter raggiungere certe altezze, non le abbasso... le alzo ancora!”

Giorgio Marchese (Medico Psicoterapeuta, Counselor) - Direttore "La Strad@" (19 luglio 2016)

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