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La vita che vorrei...
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

22 agosto 2012






L'importante, è riuscire a meritarla.


 

Riflessioni

Questo lavoro prende spunto da un articolo composto, per la prima volta il 28 gennaio 2006. Da allora ad oggi, troppo tempo è trascorso e tanti sono i cambiamenti intervenuti. Un tema così importante, dunque, non poteva non essere rivisto, alla luce di quanto è ora, partendo da quello che è stato, per arrivare a ciò che sarà. Punti di vista, modi essere e di affrontare, tanto le intemperie quanto le dolci brezze: insomma, i fatti della vita. Il tutto, provando a non nascondersi dietro interpretazioni perfezionistiche ma con la sincerità e la naturalezza dell’essere, nel bene e nel male... normalmente umani.

BUONA LETTURA

Ho avuto sonno, ad ogni ora del giorno e voglia di frullato, ad ogni ora della notte. Ho cercato il suo nome, in quelli delle strade... ho convissuto con la nausea, ho sentito il mio cuore battere con il suo. Ho visto il mio corpo cambiare. Ho riempito il "suo" mondo, di colore. Ho contato le ore e i minuti... ho avuto paura di non essere "pronta". Ho trattenuto, nel mio, anche il suo respiro. Ho messo tutta la forza che avevo e tutto, solo per questo momento!

Non è frequente che uno spot pubblicitario ci induca a riflettere sui valori della vita. In questo caso, l’ENEL invita a pensare su quanta energia possa mettersi in gioco, in un solo momento. Nell’istante in cui, ad esempio, abbracci per la prima volta il frutto di tanto amore, impegno e sacrificio. Prova ad immaginare un figlio. Ora pensa al "tuo", di figlio...

Accade che, un giorno, lo saluti come sempre, magari distrattamente e, mentre tu sei affaccendato nelle cose di sempre, lui va incontro ad un destino che tu non avevi preventivato. Perché, di solito, se tutto va come deve andare, sono i genitori a "salutare" i figli, per lasciarli depositari di un testimone che porteranno, dopo di loro.

Accade che attendi il suo ritorno. Di cosa parlerete?

Cos’è, quello?

Cos’è quello?

Un passero, papà.

Cos’è quello?

Te l’ho appena detto... è un passero!

E quell’altro, dimmi, cos’è?

È un passero, papà... è solo un passero... un pas- se ro!

Cos’è quello?

Te l’ho già detto! È un maledetto passero! Perché stai facendo così? Perché non ci arrivi? Dove vai, ora?

Aspetta... prendi questo diario... leggi a voce alta!

Oggi, il mio bimbo più piccolo, che ha compiuto da poco tre anni, era con me al parco quando, all’improvviso, un passero si è fermato accanto a noi. Mio figlio mi ha chiesto per ben 21 volte: " Cos’è quello?" - Io ho risposto, per tutte le 21 volte: "Un passero!". L’ho abbracciato per ogni volta che mi ha posto la stessa domanda. Ancora e ancora, senza mai innervosirmi ma, al contrario, provando tenerezza per la sua innocenza

Quello che non ho detto...

Qualcuno sostiene che quanto che non hai detto, diventa uno spazio senza fine tra quello che saresti dovuto essere e ciò che non ti è riuscito di diventare perché, schiavo dei tuoi pregiudizi e dell’orgoglio che ne consegue, diventi bravo a farti del male, deludendo e ferendo la sensibilità altrui. Oltre che la tua.

Tanto ho tempo, posso spiegarmi...

Accade, invece che il tuo telefono squilli e, mentre la tua coscienza si rifiuta di accettare una realtà non prevista (e non voluta), dall’altra parte qualcuno ti prega di volere espletare una formalità. C’è stato un incidente... e c’è un corpo da riconoscere.

Da zero a cento, in questo momento, quanto contano gli affanni che, fino ad un attimo prima, ritenevi sufficienti a colorare di grigio la tua giornata? Come glielo spieghi, ora, a tuo figlio che, questa mattina, avresti tanto voluto abbracciarlo per testimoniargli tutto il tuo amore? Riuscirai a perdonarti per tutto che avresti voluto e non hai saputo fare?

Questa volta il gioco è finito. E non ci sarà alcun reset.

Lo sai qual è il vero problema?

Qual è?

Che passiamo, senza neanche farci caso, dall’età in cui si dice, "Un giorno farò così!", all’età in cui si dice "E’ andata così!"

Pur appartenendo alla galassia dei miei interessi lavorativi, non accetto volentieri gli incarichi di consulente tecnico, perché mi portano a dover redigere perizie, per conto del giudice o di un avvocato di parte. Nulla di particolare, contro questo tipo di lavoro ma il fatto è, che di solito, mi allontana dai miei studi di ricerca interiore. Non così per l’ultimo incarico. Due (persone) per quattro (occhi smarriti). Questa è un’occasione che difficilmente si ripresenterà. La possibilità di scoprire quanto, ancora, non ho espresso di me nel rispetto, anche, delle persone a me più care. Il senso della vita, gli errori, le cose che non rifarei, quello che non ho saputo spiegare. Quello che avrei voluto e ciò che ho meritato di ottenere.

Se tu fossi qui...

"Se tu fossi qui, adesso io saprei cosa fare; se tu fossi qui, non mi nasconderei davanti agli occhi tuoi; ti direi quello che non ti ho detto mai, sceglierei i momenti giusti da ricordare, se tu fossi qui. A volte basta una parola per stare bene a metà, fra l’emozione e la paura d’amarsi, in questa eternità. Se tu fossi qui, io non impazzirei per questo amore; se tu fossi qui, io non mi perderei davanti alla realtà" (Pino Daniele).

Questo è il senso della mia domanda: "Io, chi sono?"

Quelli che non se la pongono o, peggio, la sfuggono... non possono capire e, magari pensano che sono esagerato o, addirittura "eccentrico" (eufemismo che sostituisce termini come "esagerato", "fissato" e così via). Io, però, imperterrito, sento il dovere di continuare.

Vado così. Mi trascina la forza della vita. Ma non in maniera indiscriminata. Io non la amo in quanto tale ma, piuttosto, per ciò che mi può dare, attraverso l’impegno senza sosta. Io non cerco, sempre, le strade migliori ma, sicuramente, quelle chiare: semplici come una goccia d’acqua che ti sorride e complesse come il bisogno di capire cosa c’è al di là. Quelle che vale la pena percorrere.

Ho attraversato corsie, veloci nastri d’asfalto, ho cercato il brivido delle accelerazioni lineari per continuare, anche contro le sponde d’angolo. Oggi ho voglia di fermarmi. Almeno per un po’. Per capire, comprendermi, accudirmi. E ripartire.

Dico di si, ma non assecondo: capisco e rispetto. Ho scelto una professione che ha finito per essere il "mio" modo di essere.

A dirla tutta, io amo la mia vita alla stregua di come un grande artista, di nome Gianfranco Iannuzzo, ha amato la sua Girgenti. Se chiudo gli occhi e cambio qualche sostantivo... proprio quello che avrei voluto raccontarmi.

Girgenti, Amore mio.

"Io ho amato la mia città, come si ama una donna! Voltando spesso le spalle, sbattendo la porta prima di uscire... ma tornando, poi, sempre sui miei passi. Perché ogni volta che tu torni indietro riannodi, in un solo istante, tutti i fili di una memoria che altrimenti andrebbe perduta. E tu lo sai!

Lo sai bene che solo nella memoria si può conservare un Amore. Agrigento è la mia città! Ho imparato ad amarla crescendo, ascoltando i racconti di chi c’era nato prima di me, di chi, a quel tempo, la chiamava con un altro nome: allora si chiamava Girgenti.

Questo nome è la sua memoria, in questa memoria sta tutto il mio amore, per questo mi piace ancora chiamarla così: Girgenti! Girgenti è il nome che non c’è più di una città che invece c’è ancora. Agrigento è solo un punto tra le coordinate di una cartina geografica. Girgenti, invece, è un incrocio obbligato per cui passano tutte le mie emozioni. È gli stessi confini della mia anima, confini invisibili ma incancellabili.

Per ognuno di noi è così!

La città che ti porti dentro, non ti abbandona ti viene dietro; tutte le strade che percorri, ogni piazza che attraversi, sono le stesse strade, le stesse piazze e gli stessi angoli che hai già girato un’infinità di volte. Ho amato la mia città, come si ama la donna di cui sei innamorato... ma ho amato le città di tutti gli altri come si ama una donna che non ti appartiene, quella che non puoi avere e che altri hanno il diritto di amare più di te.

Ma, è guardando le loro città che mi sono accorto della mia. Ho sentito che nelle città degli altri c’erano gli stessi meravigliosi profumi, lo stesso tenace orgoglio di esserne figlio; la stessa eredità di passi, ombre, tracce, gesti, la stessa rabbia mescolata all’impotenza, perché il sale del mio mare brucia come il fumo di ciminiere in certe periferie metropolitane. Il cuore arabo della mia Girgenti ha gli stessi battiti di quello greco di Napoli, i vicoli della mia città sono le stesse vene che disegnano i carruggi di Genova; le pietre dei miei templi, resistono immobili come le pacifiche cattedrali medievali di città toscane.

E così, ho capito che non è la mia città quella che amo, ma la città che amano tutti gli altri, quella che io sento dentro di me. È un fitta ragnatela di emozioni che appartengono ad ognuno di noi. Palermo amore mio, Milano amore mio, Trieste amore mio, Napoli amore mio. Girgenti, già! Girgenti è la mia città e io mi chiedo che cosa mai possa esserci di più mio se non quello che mi accomuna a tutti gli altri, per questo la mia Girgenti, quella che amo, è sicuramente uguale alla vostra!" (Gianfranco Iannuzzo)

Scelgo adesso oppure mai... preferisco decidere da che parte stare, senza aspettare che mi venga indicato. Non chino la testa. No. Meglio lottare per sapere qual è il mondo per cui vale la pena morire! Poi un pensiero si fa strada. Non posso rimandare. Mi tuffo nell’archivio della mia coscienza a caccia di sentenze da riconsiderare, ragnatele di ricordi da non spolverare, mille idee chiuse a chiave in un cassetto. Cerco il mio sguardo profondo, senza tarli a fare il nido ma foto di bambini che sfogliano pagine d’inverno. In fondo, la primavera è solo un capitolo più avanti.

In apparenza sono più arido, rispetto a prima. In realtà, ho giustamente pagato per tutto quello che ha fatto soffrire chi mi ha amato. Ironia della sorte, per troppo attaccamento, da parte mia. Ora, non voglio più commettere gli stessi reati emotivi. E preferisco il silenzio.

Meraviglioso, il silenzio! Eppure, noi moderni, forse perché lo identifichiamo con la morte, lo evitiamo e ne abbiamo paura. Abbiamo perso l’abitudine a stare zitti, a stare soli. Se abbiamo un problema, corriamo a frastornarci con qualche rumore o a mischiarci ad una folla, anziché metterci, in silenzio, a riflettere.. uno sbaglio. Perché il silenzio è l’esperienza originaria dell’uomo. Solo nel silenzio è possibile tornare in sintonia con noi stessi e ritrovare il legame fra il nostro corpo e tutto quello ci sta dietro.

Un Re va da un famoso rishi della foresta.

"Dimmi, qual è la Natura del sé?"

Il vecchio lo guarda e non risponde.

Il Re ripete la domanda. Il rishi non risponde. Il Re chiede, di nuovo, la stessa cosa ma, il rishi, ancora una volta, resta muto.

"Vecchio, io chiedo e tu non rispondi!"

"Tre volte ti ho risposto ma, tu, non stai a sentire. La natura del sé, è il silenzio!"

(Tiziano Terzani - un altro giro di giostra Tea Ed.)

Ogni tanto mi perdo, come mi capita, quando ci torno, nei vicoli della Roma antica. Ma poi mi basta ascoltare "le voci di dentro", individuando in me una via d’uscita. Sono sempre giunto dove volevo andare. Come, non importa. Fa parte del gioco. E così intendo continuare. Non ho paura di fallire.

La mano del mio babbo è duemila volte più grande della mia. Con un passo, fa cento metri. Se non sta attento, batte la testa nei tetti delle case, perché è molto alto. È buono e mi vuole bene. Vuole bene anche alla mamma. Però un po’ di più a me. Il mio babbo non si lamenta mai. Io da grande voglio essere come lui.

Una lettera di speranza trovata nella soffitta di una casa antica, dove ho trascorso parte della mia infanzia. In stile gotico, stretta e alta, con molte stanze e cunicoli. Esattamente come il nostro mondo inconsapevole. Forse anche per questo ho amato le immersioni subacquee, col gorgoglìo delle bolle che trasmettono in superficie le tue emozioni, cadenzate, ritmiche, adeguate.

Ho avuto raramente, la tentazione di finirla qua. Ma solo quando la paura di una parabola in rapida, eccessiva discesa, mi ha indotto a vedermi chiuso nel ghetto delle disillusioni con, tra le mani, quel bicchiere della forza, ormai pericolosamente vuoto.

Non temo il tempo che scivola su di me, quanto, piuttosto, gli sguardi vuoti e i silenzi di chi si è arreso troppo facilmente. Questo, non lo posso accettare. A quel punto, meglio chinarsi in avanti per facilitare l’ineluttabile. Mi piace dipingere il sole. Che, in fondo è una stella di fotoni, in grado di spingere il battito del cuore e gli impulsi del cervello. Va bene anche la corrente alternata. Anzi, meglio. È forte chi cade... ma si rialza ogni volta.

Amo il blu, come quello del mare (che, poi, è lo stesso del cielo); ho, spesso, scelto il verde, come l’automobile che ho amato di più; in fondo preferisco il rosso, emoglobina: ossigeno propulsivo. Uso il grigio, per un necessario distacco.

Questo è l’andare diuturno di chi sa che, controvento, per ogni passo in più si stringono nel pugno nuovi sogni e obbiettivi da accarezzare... ma avendo, per contro, sempre meno ossigeno nei serbatoi. Questa è la mia vita, divisa tra le parole degli altri (spesso come sassi, precisi, aguzzi e pronti da scagliare, su una faccia non sempre invulnerabile) e i pensieri che, come nuvole sospese, diventano frecce infuocate che il vento e la perizia sanno indirizzare. In mezzo, muscoli da capitano e sudore da mediano di spinta, per agire sulle fasce in direzione uguale e contraria, giusto per scartare di lato e cadere, a volte. Per rialzarsi. Ogni volta

Attimi. Io che ho poca nostalgia del passato, a volte cedo alle lusinghe di quel suo dolce richiamo. È da lui che si ha l’idea di aver vissuto davvero. Ho provato il senso del dolore, quello vero, che attenua l’allegria dell’uomo "bambino". Spesso provo a raccontarmi ma non sono ancora riuscito a costruire la trama per intero. Attimi. Mi guardo dal di fuori come fossi due persone. Osservo le mie mani, la loro "espressione" e sento che, in quel movimento, io ci sono. Ascolto spesso gente confusa. È vero. Ma solo perché, in genere, devi essere "come un uomo, come un santo, come un Dio". Ci sono sempre i "come" ma non ci siamo "noi". Quante volte vivo in mezzo agli altri ma con la voglia di star solo, nella stanza dei miei pensieri. Quelle volte, a volte, non conta ciò che penso. È troppo più importante essere "io". Senza troppa confusione.

Attimi. Per me, che un giorno, in uno sguardo mi sono perso in te e ho amato i tuoi capelli, il tuo sorriso, il tuo portamento signorile. Cosa mi resta? Attimi. Troppo poco. Non mi riesce di cucire un bel vestito, soltanto con dei ritagli. Razionalmente, valorizzo ogni scampolo ma, mettendo in gioco i miei sentimenti, divento un bulimico emozionale. Non ho problemi nella digestione.


Quando arrivammo sul crinale, quel che ci si parò davanti, ci tolse il respiro: lungo l’intero orizzonte, al di sopra di un oceano di monti e valli, al di sopra di banchi di nuvole, ancor più in alto, là dove il mondo sembrava ormai finito, svettavano, a perdita d’occhio, montagne impervie che luccicava sullo sfondo d’azzurro. "Dica la verità, quelle sono dipinte?" dissi, rivolto al Vecchio che ci aspettava, fermo, davanti al portico di casa. Fece un gran risata. "Certo, è il Divino artista a farle. E ogni giorno, me le dipinge diverse". Poi, guardandomi fisso, aggiunse: "La verità? Perché, voi, siete in cerca della verità?"

Come potevamo dire di no?

"La verità è come la bellezza. Non ha limiti. Non può essere imprigionata nelle parole o nelle forme. La verità è senza fine". (Tiziano Terzani - Un altro giro di giostra - Tea Ed.)

Capita. Vele ferme, assenza di vento, cercando qualcosa da inventare, con un solo giorno di autonomia e l’obiettivo a poco più del passo della tua gamba. Capita. Giorni di quelli che vorresti non avere mai, senza nulla da scrivere sul tuo personale libro di bordo, a galleggiare su inutili dubbi. Giorni, che "io non ci sto!". Notti buie a scandire questo tempo, maledetto e senza storia.

E poi, finalmente, accorgerti di avere ragione, felice di ciò che sei e, solo a quel punto, disponibile all’intesa, senza museruola alle ambizioni. Capita anche di smarrirti, fino a rischiare di non amarti più. Con la stanchezza lì, a suggerirti di staccare la spina.

Spesso, chi ci vuole bene, ci invita a non demordere nel cercare di realizzare i sogni di quando eravamo bambini. Io credo, invece, che, nel momento in cui riusciamo a vivere nella maniera più giusta e sensata, saranno "quei" sogni a venire verso di noi, così da non doversi più affannare ma, soltanto sederci e assaporare...

Hai mai provato a guardare il cielo con gli occhi di un pittore? Secondo te, cosa pensa, di fronte al mare, un viaggiatore che va alla ricerca di una nuova libertà? Sei riuscito a concretizzare qualcuno dei programmi che ti eri proposto, nei momenti in cui, hai maggiormente creduto in te stesso? Quali che siano le risposte, a te che hai avuto la pazienza di leggermi fin qui, voglio proporre un esperimento:

Immagina la felicità che ti pervade, ogni volta che riesci in qualcosa per cui hai sudato e sofferto...

Immagina una carezza che, dalla nuca, scenda fino ai tuoi talloni...

Immagina un bacio che assaggi ogni parte di te...

Immagina il sorriso di chi è felice di riceverti...

Immagina l’abbraccio di chi non vede l’ora di accoglierti...

Che sensazioni hai vissuto, in quel breve istante in cui ti sei connesso col tuo "Io" più profondo? Ecco, questa è la vita che vorrei. Può essere anche la tua. L’importante, è riuscire a meritarla.

Father and Son (Cat Stevens)

(Padre)
Non è il momento di fare cambiamenti, rilassati e basta, prenditela comoda. Sei ancora giovane, questo è il tuo problema, c’è così tanto che devi conoscere, trovati una ragazza, sistemati, se vuoi puoi sposarti. guarda me, sono vecchio, però sono felice un tempo ero come tu sei ora, e so che non è facile, stare calmo quando trovi qualcosa per andartene ma prenditi il tuo tempo, pensa molto perchè, pensa a tutto quel che hai. Domani tu sarai ancora qui, ma i tuoi sogni potrebbero non esserci.

(figlio)
Come posso provare a spiegargli? quando lo faccio lui si gira dall’altra parte è sempre stata la solita vecchia storia. dal momento in cui potevo parlare mi è stato ordinato di sentire ora c’è una via, e io so che devo andare io so che devo andare.

(Padre)
Non è tempo per cambiamenti... solo siediti, prenditela lentamente. sei ancora giovane, è questo il tuo problema c’è così tanto su cui devi pensare trovati una ragazza, sistemati se vuoi puoi sposarti guarda me, sono vecchio, ma sono felice.

(Figlio)
Tutte le volte che ho pianto, tenendomi dentro tutto ciò che sapevo... è difficile... ma è più difficile ignorare; se loro erano nel giusto, io accettavo, ma il problema è che non mi conosci: ora c’è una via e io so che devo andare via io so che devo andare.

 

G. M.

Si ringraziano, rispettivamente (e sentitamente), Adelina Gentile, Emanuela Governi, Erminia Acri e Fernanda Annesi. Senza i loro spunti, questo lavoro non sarebbe stato così intenso.

 

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