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Alle radici del Narcisismo...
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

9 aprile 2012






Specchio, servo delle mie brame, sono io il più bello del reame?


A spasso, verso un futuro migliore.

"Mago dello specchio magico, sorgi dallo spazio profondo, tra vento e oscurità io ti chiamo: parla! Mostrami il tuo volto!"

"Che vuoi conoscere, mia regina?"

"Specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella del reame?"

Il narcisista, così come l’istrione, si considera irresistibile, speciale. Trova perfettamente naturale che gli altri lo ammirino e non si capacita del contrario. Sembra che il narcisismo stia diventando il male più diffuso e allarmante dell’uomo contemporaneo. E’ davvero così?

Prima di rispondere alla domanda, è necessario intendersi sul significato, sia del termine narcisista, che su quello di istrione. Entrambi, rientrano in quadro di disturbo della personalità.

Disturbo Istrionico di Personalità

Viene diagnosticato in base al manifestarsi di un quadro caratterizzato da emotività eccessiva e ricerca di attenzione, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

  • Disagio in situazioni nelle quali non è al centro dell’attenzione;
  • Interazione con gli altri spesso caratterizzata da comportamento sessualmente seducente o provocante;
  • Espressione delle emozioni rapidamente mutevole e superficiale;
  • Utilizzo dell’aspetto fisico per attirare l’attenzione su di sé;
  • Stile dell’eloquio eccessivamente impressionistico e privo di dettagli;
  • Autodrammatizzazione, teatralità ed espressione esagerata delle emozioni;
  • Facile suggestionabilità;
  • Valutazione delle relazioni interpersonali in maniera più intima di quanto non siano realmente.

Disturbo Narcisistico di Personalità

Caratterizzato da un quadro di grandiosità (nella fantasia o nel comportamento), necessità di ammirazione e scarsa disponibilità alla considerazione altrui, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di situazioni, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

  • Senso grandioso di importanza (per esempio, esagera risultati e talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza un’adeguata motivazione);
  • Fantasie illimitate su successo, potere, fascino, bellezza;
  • Illusione di essere "speciale" e unico, e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone (o istituzioni) speciali o di classe elevata;
  • Richiesta di eccessiva ammirazione;
  • Convinzione che tutto sia dovuto, con irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative;
  • Comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi.

Ciascuno di questi due quadri, comunque, nascondono un problema: la paura di non essere all’altezza delle aspettative (le proprie e quelle degli altri). Per motivi che si possono scoprire attraverso un esame approfondito delle esperienze personali (la cosiddetta anamnesi), si è scelto di affrontare il problema attraverso la costruzione di un sistema basato su una grandiosità artefatta. Come quando, un imprenditore in difficoltà economiche, si reca in banca per chiedere un prestito, a bordo di una lussuosa limousine (presa in leasing e con le rate non onorate). Fin tanto che si Ŕ coscienti di essere artefici di una montatura, il problema è relativo. Diventa preoccupante, invece, nel momento in cui si comincia a credere che, tutto quel "fumo", costituisca l’architrave di una realtà.

Siccome la nostra Società è costellata di pavidi che "vogliono" fingersi eroi, ecco che non è strana l’infestazione di tanto narcisismo.

Volendo analizzare il contenuto del filmato proposto, saltano all’occhio dell’attenzione i termini "brame" e "specchio (servo delle mie brame)".

Possiamo intenderli, all’interno del costrutto, come l’espressione di un bisogno: sentirci importanti... mentre temiamo di non valere granché!

Essere considerati, diventa, a questo punto, un qualcosa che noi cerchiamo in maniera spasmodica ma, al tempo stesso nascondendolo, tra l’altro, per raggiungere un fine che, di solito, contrasta con l’interesse degli altri perché, favorisce chi lo persegue e danneggia chi sta intorno.

Servo, specchio: due vocaboli interpolati che richiamano un’immagine riflessa, modificata in funzione di ciò che ci serve per raggiungere un obiettivo che non siamo in grado di ottenere altrimenti.

Gallo Cedrone

- Guarda che bel "sito!" Ti ci hanno mai cliccato sopra? Lo sai che hai un sorriso verticale da favola? Gli manca solo la parola! Ma chi te lo ha scolpito? Michelangelo? Eh? Era in forma quel giorno! Ma perché non ridi mai? Guarda che io sono uno che fa ridere! Non hai sete con quest’afa? Ti posso offrire una bibita?

- Ma fattici una doccia!

- Ma vai a farti un giro! Vai! Sparati!

- Guarda che bel "panettone!" Quando lo scartiamo?

- Ma falla finita!

- Ti posso offrire una bibita? Con quest’arsura!

- Si! Per dartela in faccia!

- Selvatica! Eh! Ma perché non ridi mai?

- Oh! Perché non vai a farti un giro?

- Perché mi hai flesciato!

- Silvano! Silvano! Scendi un attimo!

- Ma che hai, un altro?

- Falla finita!

- Ma dimmelo prima! Ché mi fai parlare due ore sotto al sole? Neanche ci entri in macchina!

- Me la mandi giù?

- Si, adesso scende! Ma ancora con la moto stai? Ma ché vieni a prendere la ragazzina con la moto? Certo sei proprio un incosciente! E saresti il padre! Non hai proprio un filo di ritegno! Ma mi stai a sentire? Scemo!

- Non hai più benzina ma hai un gran "serbatoio" bella puledra! Bella!

- Ciao papà!

- Bella di papà! Come stai? Ma quanto pesi? Quanti anni hai adesso?

- Sette e mezzo!

- Sette e mezzo? Mamma mia il tempo come vola! Guarda che cosa ti ha portato papà! Due bei occhialoni da moto, guarda quanto sei minacciosa! Ma che gli facciamo noi a questi! Mettiamo paura a tutti! Caschetto che accompagni papà in un posto! Mettitelo! Ma ché mi cresci anche di testa? Mamma mia! Allora, con la mano destra lo tieni se non ci fermano! Monta!

- Ok!

- Vai!

- Ma così cado!

- Mi arpioni qui sulla cinta! Non caschi! Questo me lo tieni che sono tutto sudato! Ok? Pronti!

- Ok!

- Ahia! Si è ingolfata! Maschio! Maschio! Vieni a darmi una botta di pedale? Sbrigati Và!

- E che ti do?

- Ah! Ma con l’altra no?

- Ci proviamo!

- Provaci, và! Dai, dai che ho fiducia!

- Dove?

- Dammi una zampata qua! Vai! Vai! Vai, un’altra ancora più forte, più forte! Dai, dai! Un’altra ancora!

- Ancora?

- Dai, dai!

-Ah!

-Hai un grande piede!

-Maledetto te!

In questo "Gallo Cedrone", film del 1998 diretto da Carlo Verdone, possiamo notare tre momenti diversi accomunati da una vita tesa alla ricerca di ottenere qualcosa, rifiutando le frustrazioni.

Nel primo caso, il personaggio reagisce malissimo e manda a quel paese la ragazza, dopo averla considerevolmente importunata e, quando lei reagisce, lui non tollera perché non è maturo abbastanza per saper accettare il no e non è capace di chiedere, con correttezza ed educazione.

Nel secondo caso, mostra un altro limite della sua personalità, che è la paura di non essere adeguato ad affrontare la situazione. Infatti, appena si accorge che la ragazza avrebbe chiamato qualcuno in soccorso, scappa da codardo, nascondendosi dietro un: "...ma potevi dirmelo prima? sto due ore sotto al sole e manco mi ci entri in macchina!". Ovviamente è una scusa che non sta in piedi e che evidenzia la necessità di mantenere il rapporto con se stessi sempre più alto di quello che in realtà non sia, per cui ci si difende dalla paura del fallimento.

Nel terzo momento, noi ritroviamo un individuo che "supera" se stesso e che, di fronte alle lamentele dell’ex moglie, per il fatto che pretenda di uscire con la figlia piccola, sfidando i pericoli di una motocicletta, evita il confronto ignorando completamente la realtà (lucida, con la sciarpa, il contachilometri posto sul serbatoio della motocicletta): non può addurre motivazioni a sua discolpa, perché sa di essere nel torto e, per converso, si atteggia a mattatore "penoso".

Cosa si nasconde dietro una personalità narcisista?

Come abbiamo visto prima, esiste un elenco di caratteristiche, per identificare, sia la personalità narcisisitica, che quella istrionica. L’immagine proposta, è assemblata partendo da una definizione del DSM IV, manuale, nato negli Stati Uniti, che racchiude i disturbi di tipo psicologico o psichiatrico.

In questo caso, siamo all’interno dei disturbi della personalità, precisamente del Gruppo B (che comprende, anche, il disturbo antisociale e quello borderline). Abbiamo due varianti di uno stesso problema: la variante istrionica e quella narcisistica.

Nell’istrionica: emotività eccessiva e ricerca dell’attenzione altrui in maniera quasi isterica. Come rappresentante emblematico della "categoria", è riportato Carmelo Bene.

Nella narcisistica: sentimento di grandiosità interiore, necessità di sentirsi ammirati e scarsa disponibilità alla considerazione altrui. In questo caso, il personaggio simbolo può essere, senz’altro, Vittorio Gassman.

Da dove deriva, il termine Narcisista?

Come spesso accade, viene fuori da un racconto della mitologia greca di cui ci sono diverse varianti. La più interessante è quella modificata dagli antichi Romani.

Un giovane ragazzo, di nome Narciso, raggiunta l’età di sedici anni, resosi conto di essere particolarmente bello, si faceva desiderare da tutti (uomini, donne, adulti, bambini, anziani, che si innamoravano perdutamente di lui) senza ricambiare alcuno. Perse la testa, per lui, anche una ragazza di nome Eco. Costei, punita da Giunone per essersi prestata a fare da ruffiana per Giove (coprendo le sue infedeltà coniugali) e costretta a ripetere le ultime sillabe di ogni frase, avrà non poche difficoltà a farsi apprezzare da Narciso il quale, anche per questo motivo (la scambierà per una minorata!) la rifiuterà sdegnosamente. Eco, per il dolore, si lascia morire perdendosi nelle vallate e, di lei, resterà semplicemente la voce (ecco perché, quando noi urliamo qualcosa, all’interno di una conca chiusa da montagne, parte della nostra voce ritorna indietro).

Accade, però, che anche Narciso riceva la sua punizione. Infatti, un giorno, specchiandosi nell’acqua di un torrente, finisce con l’innamorarsi della propria immagine. Resosi conto che in realtà era lui stesso e che non avrebbe mai potuto coronare il suo sogno d’amore, si lascia morire anch’egli.

Si racconta che, le Parche che andarono a prenderlo, per stenderlo sulla pira funebre trovarono, al suo posto, un fiore a cui diedero il nome di Narciso.

Quindi, essere narcisista, in apparenza pone al centro dell’attenzione ma, in realtà, avvelena (e non poco) la propria (e l’altrui) esistenza!

Egocentrismo e narcisismo, sono due facce della stessa medaglia?

Analizziamo questa immagine, partendo dal basso verso l’alto, da sinistra verso destra. Ognuno di noi, nasce come quel bambino che, con la sua espressione ci trasmette tutta la sua scarsa propensione a tollerare le frustrazioni, lasciandoci intendere che, la sua pretesa, consisterà nell’averci a disposizione, per 24 ore al giorno. Questo si chiama egocentrismo primario, ed è indispensabile per garantire la sopravvivenza a chi non è in grado di essere autosufficiente, nell’appagamento dei bisogni più elementari.

Procedendo nell’osservazione dell’immagine, si passa nel ruolo che viene espresso dal bambino poco meno che adolescente, imbronciato, con le mani che sorreggono il mento e, se ci facciamo caso, sono chiuse in un pugno perché lui vorrebbe essere un pugile, vorrebbe colpire gli ostacoli della vita, vorrebbe colpire i genitori, il fratello... ma ha tanta paura, paura di non riuscire, paura di essere, poi, emarginato... e finisce che, i suoi pugni, se li tiene bloccati a sorreggersi il mento. Quel blocco, poi, troverà una via d’uscita, o attraverso una realizzazione professionale o familiare, oppure attraverso la costruzione di una personalità narcisistica (conglobante tutte quelle preoccupazioni, tutte quelle pretese osservate nel neonato e nell’adolescente)... che ritroviamo in alto a destra: e quella è un’immagine del film "Gallo cedrone" che, appunto, abbiamo avuto modo di commentare prima.

Dorian Gray - Vendersi l’anima

- Davvero, è la cosa più bella che hai fatto! Sarete sulla bocca di tutti, tu e lui. Di’ qualcosa, ragazzo altrimenti lo offendi!

- Sono veramente così? È proprio realistico!

- E’ meglio della realtà! Lui resterà così! Tu, invece Gray, cambierai aspetto. Col tempo madre natura cederà il passo alla veccchiaia.....!

- Alcune cose sono più preziose perché non durino!

-Sciocchezze! Diventiamo vecchi e avvizziti perché gli Dei sono crudeli e odiosi!

- Allora, forse, dovrei giurare la mia anima all’altare di Satana!

- Per restare come sei? Ottimo scambio!

- Che ne dite di un altro gin, invece?

- Tutto quell’abracadabra, infiniti sortilegi, libri rilegati con pelle di neonato, pentagrammi di fuoco, bevute di sangue di vergine! Dorian non si venderebbe mai l’anima. Vero Dorian? Lo faresti?

- Si!

Il film (da cui è tratto il frammento riportato) è tratto dal celebre romanzo di Oscar Wilde: il ritratto di Doriam Gray, appunto, pubblicato nel 1890.

Il romanzo è ambientato nella Londra del XIX secolo. narra di un giovane, Dorian Gray, che arriverà a fare della sua bellezza un rito insano. Egli inizia a rendersi conto del privilegio del suo fascino quando Basil Hallward, pittore suo amico, gli regala un ritratto che lo riproduce nel colmo della gioventù. È preso, allora, da un possente desiderio: di rimanere, per sempre, giovane mentre il dipinto avrebbe registrato su di esso la decadenza riservata al corpo di Dorian. Il suo desiderio viene esaudito e, il ritratto, assumerà non tanto le veci del corpo ma lo specchio dell’anima del giovane.

Lord Henry Wotton avrà un ruolo decisivo nella vita di Dorian, che conosce proprio presso Hallward: infatti, con i suoi discorsi estremamente articolati, cattura l’attenzione del ragazzo, rendendolo, a poco a poco, quasi l’incarnazione del suo modo di pensare. Infatti Dorian, dopo un lungo discorso con Lord Wotton, comincia a guardare alla giovinezza come a qualcosa di veramente importante, tanto da provare invidia verso il suo stesso ritratto, eternamente bello e giovane. Ciò lo porterà a stipulare una sorta di "patto col demonio", grazie al quale rimarrà eternamente giovane e bello, mentre il quadro mostrerà i segni della decadenza fisica e della corruzione morale del personaggio.

Dopo una tormentata storia d’amore con un’attrice di teatro di nome Sybil Vane, terminata col suicidio della ragazza, Dorian, vedendo che la sua figura nel quadro invecchia ed assume spaventose smorfie tutte le volte che egli commette un atto immorale, come se fosse la rappresentazione della sua coscienza, nasconde il quadro in soffitta e si dà ad una vita all’insegna del piacere, sicuro che il quadro patirà le miserie della sorte al posto suo. Non rivelerà a nessuno l’esistenza del quadro, fuorché a Hallward, che poi ucciderà in preda alla follia fomentata dalle critiche del pittore, che ritiene causa dei suoi mali in quanto creatore dell’opera. Ogni tanto, però, si reca segretamente nella soffitta per controllare e schernire il suo ritratto che invecchia giorno dopo giorno, ma che gli crea anche tanti rimorsi e timori finché, stanco del peso che il ritratto gli fa sentire, nella speranza di liberarsi dalla vita malvagia che stava conducendo, lacera il quadro con lo stesso coltello con cui aveva ucciso Hallward.

I suoi servi troveranno Dorian Gray morto, irriconoscibile e precocemente avvizzito, ai piedi del ritratto incontaminato, con un coltello conficcato nel cuore.(Fonte Wikipedia)

Da quanto appena riportato, viene da pensare che, quando ci guardiamo allo specchio, in momenti diversi della giornata non necessariamente al mattino, a volte ci meravigliamo del fatto che ci troviamo gradevoli, nonostante gli impegni che potrebbero trasfigurarci e quando questo accade, accade perché nella nostra memoria esiste una serie di ritratti che ripropongono delle immagini di noi avvicinandoci alle quali possiamo essere contenti oppure no.

Queste immagini, chiaramente, le scattiamo ogniqualvolta ci osserviamo o ci vediamo rispecchiati negli altri; scattiamo queste istantanee e le mettiamo in memoria e le colleghiamo a dei momenti particolari; onde per cui, fissati i parametri di riferimento, vogliamo mantenere tali immagini identificative, ripetendole in maniera ossessiva, un po’ come scimmiottando qualcuno che riteniamo essere un individuo in cui identificarci. Anche da qui, nasce l’autocelebrazione del narcisismo. Però, siccome si cammina su un terreno scorretto e pericoloso (perché è il risultato protettivo e proiettivo, di disturbi dai quali si tenta di fuggire, creandone altri) i risultati creeranno problemi sempre meno sopportabili.

Questo aforisma fa tornare in mente la seguente altra massima: "il gatto non ci accarezza; si accarezza addosso a noi" (Rivarol Maximes e Pensees, 29).

Se tu, caro compagno di vita, mi coltivi, mi fornisci attenzioni, mi fai sentire importante, mi comprendi, mi capisci, mi rispetti... io ti amerò.

Se, invece, tu conduci una vita portata, non dico votata, comunque incline prevalentemente al rispetto di te allora, io sentirò di non essere al centro dei tuoi pensieri. E ne soffrirò

Perché?

Perché tu, oltre che pensare a me penserai a te e, quando ti occuperai di me, in qualche modo, io, dovrò costituire un "investimento" che ti torni utile, in qualche modo... così come io mi aspetto da te, qualcosa che mi aiuti a star bene.

Quando funziona l’amore e, quindi, la possibilità di creare e mantenere una coppia?

Quando gli obiettivi, si intersecano all’interno di programmi o progetti comuni; a breve, a medio o lungo termine non ha importanza: quello che conta, è che si cammini in questo programma comune, per cui si crea sintonia.

È chiaro che, come più volte spiegato, sono importanti elementi come rispetto, sensibilità, educazione, attaccamento, comprensione, accettazione, etc... ma, senza un obiettivo comune, tu non sarai disponibile verso di me e, di conseguenza io, per ripicca, non sarò disponibile verso di te.

Ma conta così tanto, il sentirsi importanti o, addirittura, indispensabili?

Si! Perché se io mi sento importante per qualcuno, ottengo una qualifica remunerativa per cui, avrò la percezione di aver utilizzato bene le mie risorse principali: il tempo e la vita.

La riflessione contenuta all’interno dell’immagine proposta, è una spiegazione ulteriore di quello di cui stiamo parlando. È chiaro che, io, nasco egocentrico (cioè, io al centro di tutto), perché altrimenti non sopravvivo, perché ho bisogno delle attenzioni di tutti, perché in realtà io non posso ricambiare le cure che mi vengono elargite; in pratica, mi mantengo come una pianta o un animale parassita, succhiando dagli altri per mantenermi in vita.

In quella prima fase della mia vita, va bene così. Man mano che cresco, però, ho l’obbligo di evolvere e, di conseguenza, di partecipare al processo di interscambio solidale che si dovrebbe creare fra le persone. Però, siccome non trovo individui capaci di spiegarmi il vantaggio del "crescere" (che comporta, comunque, una serie di rinunce), allora mi fossilizzo in una posizione parassita non più fisiologica. Per superare la crisi conseguente alla ribellione altrui, o si diventa più maturi, o ci si arrocca sugli errori, convinti di essere nel giusto: è questa, l’origine dei problemi di personalità.

Carmelo Bene - Vita mia, a noi due!

Mi restano forse ancora vent’anni, trent’anni da campare e poi verrà il mio turno come è venuto per gli altri... Che sventura non esserci più! Si! Voglio andarmene via domani e informarmi di tutti i procedimenti di imbalsamazione... ah, tutto è bene quello che non finisce mai! Come m’annoio, superiormente. È un’ora che aspetto qui la morte. Ma io morire? Ma ché andiamo! Io morire! Ma andiamo! Si d’accordo si! Si muore ma, non essere più! Non esserci più! Parole, parole, parole ma che cosa vi ci vuole se tutto mi fa freddo, bastardi! Quando ho fame... ho fame! Quando ho sete... ho sete! Quando ho voglia... ho voglia... e allora! Se l’idea della morte mi è così lontana vuol dire che la vita mi è in balia, vuol dire che la vita mi reclama e allora, vita mia: a noi due!

"Tutto è bene, quello che non finisce mai". Questo è un passaggio fondamentale. Perché non deve finire mai? Perché così, la vita, la trasformo in un videogioco: quando non mi piace, resetto e ricomincio.

La vita mi reclama, la vita mi è in balia.... quindi la morte, ma per favore su! Non diciamo sciocchezze! Ecco, in tal modo è espresso, in pieno, il concetto di istrionismo su base narcisistica. Certo, dietro l’attore c’è una grandissima preparazione ma, in fondo, in quell’uomo, si trova, anche, un bel po’ di insicurezza che riesce a rendere accettabile attraverso questa spettacolarizzazione.

Molti anni dopo, un personaggio amato da tantissimi, Renato Zero, ha ripetuto la stessa modalità, soprattutto nella prima fase della sua carriera: un grande poeta che ha puntato, con l’istrionismo, a focalizzare l’attenzione di tutti vestendosi, comportandosi e vivendo in maniera alquanto alternativa.

Ci occupiamo della nostra passione... perché?

Perché la persona che ci ama, ci dà la spinta ad andare, quindi è come se noi tornassimo... la baciassimo, più che altro, per prendere il suo ossigeno e riprendere ad andare. Utilizziamo gli altri, questa è una verità! È importante che, almeno, ringraziamo, ci rendiamo disponibili e condividiamo questo cammino di utilizzo reciproco. D’altronde, ognuno di noi deve bastare a se stesso ma, ognuno di noi, ha bisogno degli altri per poter scambiare opinioni, pareri, energia, consigli e prospettive, da utilizzare, poi, in maniera personale.

Noi siamo tante isole che calano i ponti levatoi ogniqualvolta hanno necessità; tutte le volte che comunichiamo, lo facciamo per necessità e, anche quando non comunichiamo, lo facciamo per una necessità. Quando stiamo bene, ma proprio bene, vorremmo che nessuno ci desse fastidio. Quando, invece, siamo troppo "pieni" o un po’ troppo "scarichi", andiamo alla ricerca di qualcuno che ci stia a sentire o che ci dica qualcosa per riempirci.

È questa la fisiologia dell’essere umano, è questa la nostra condanna alla vita: cercare il modo di costruire degli equilibri: in questo modo saremo di esempio agli altri. Forse siamo nati anche per questo.

Il Marchese del Grillo - Perché io so’ io...

- Io stavo solo a guardare!

- Silenzio!

- Dai! E dai!

- Che succeda qua? Marcello!

- Tutto fatto, tutto a posto signor commissario, gioco d’azzardo, rissa a mano armata e false generalità! eccoli questi galantuomini!

- Bravi, bravi, bravi! Signor Marchese! E che ci fa lei in mezzo a tutta questa canaglia?

- Che ci faccio? Hai visto! Ora sono "fatti tuoi" mi ci ha messo questo scemo qua!

- Ma davvero? Ma ché ti sei ubriacato? Arresti il Marchese del Grillo?

- Ma stava in mezzo a tutti questi ladroni!

- E tu non sai distinguere un nobile da un plebeo? Per questo ti farai due mesi di galera così impari!

- E che impara! È uno scemo, non lo vedi? Glielo avevo pure detto che ero!

- Ah te lo aveva detto? Allora quattro mesi! Lo perdoni, Eccellenza! Tutti quanti gli altri in galera!

- No! Meno quello! quello è il mio servitore, mi viene sempre appresso andiamo Ricciò! Andiamo! Ricciò! Vai a vedere come vanno i lavori in via Die Banchi Vecchi, io vado faccio una scappata dagli Orsini e vi raggiungo, ci vediamo all’alba! Ah! Mi dispiace ma io sono io e voi non siete un cazzo!

Una considerazione necessaria: allo stato attuale, osservando cosa accade (per arroganza, maleducazione e tracotanza) sui palcoscenici istituzionali contemporanei, possiamo concludere che, poco o nulla, purtroppo, è cambiato, dai tempi del Marchese del Grillo!

Io sono un istrione ma la genialità è nata insieme a me. Nel teatro che vuoi, dove un altro cadrà io mi surclasserò. Io sono un istrione, ma la teatralità scorre dentro di me. Quattro tavole in croce e qualche spettatore... chi sono lo vedrai! In una stanza di tre muri, tengo il pubblico con me, sull’orlo di un abisso oscuro, col mio frac e coi miei tics. E la commedia brillerà del fuoco sacro acceso in me. E parlo e piango e riderò, del personaggio che vivrò. Perdonatemi se, con nessuno di voi, non ho niente in comune... Io sono un istrione a cui la scena dà la giusta dimensione. La vita torna in me, ad ogni eco di scena che io sentirò... e, ancora, morirò di gioia e di paura, quando il sipario sale... paura che potrò non ricordare più la parte che so già; poi, quando tocca a me, puntuale sono là, nel sogno sempre uguale. Io sono un istrione ed ho scelto, oramai, la vita che farò. Procuratemi, voi, sei repliche in città e un successo farò. Io sono un istrione e l’arte, l’arte sola è la vita per me. Se mi date un teatro e un ruolo adatto a me, il genio si vedrà . Con il mio viso ben truccato, con la maschera che ho, sono enfatico e discreto, versi e prosa vi dirò. Con tenerezza o con furore e, mentre agli altri, mentirò fino a che sembri verità, fino a che io ci crederò. Non è per vanità, quel che valgo, lo so e ad essere sincero, solo un vero istrione, è grande come me ed io ne sono fiero. (Charles Aznavour - L’istrione)

G. M. - Medico Psicoterapeuta

Si ringraziano Emanuela Governi (dottore in Scienze Sociali, Mediatore Familiare, Counselor in formazione) e Marilena Dattis (esperta di Cinema e teatro, Counselor professionista)

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