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La miseria di un ritorno.
di Sabrina Granese  

18 ottobre 2011






Senza gloria, senza radici.


 

Racconti, riflessioni ed emozioni

Ho acceso un’altra sigaretta, l’ennesima. Ricordo bene dove ho lasciato il mio cuore. L’ho seppellito sotto quell’albero vicino casa mia. E poi sono partito. Ripartito da una casa a cui prima o poi sapevo di dover fare ritorno. Vicissitudini ed eventi controversi mi avevano fatto tornare. Andare via, scoprire ed infine, ritornare. Ma non c’era nessun striscione a festa, né la mia famiglia, ormai sparsa chissà dove, né quel giardino fiorito che mi piaceva da bambino andare a visitare come se fosse l’unico pezzo di mondo fuori casa. Ritorno alla casa del padre e della madre entrambi cambiati nella loro ultima trasformazione su questa terra. Mio padre da buon cattolico non praticante è seppellito appena fuori. In periferia era nato e in periferia era da morto. Mia madre, benché credente a modo suo, mi chiese per trent’anni di consegnare le sue ceneri al vento, perché tutta la vita era stata rinchiusa e, almeno dopo morta, voleva volare libera dove desiderava. Un giorno a Parigi, il suo sogno, un giorno errando tra i venti fino a vedere l’aurora boreale. Anche a me mi ha sempre fatto venire una sensazione claustrofobica il pensarmi rinchiuso tra delle fredde assi di legno, qualsiasi legno. Chissà che ora per risparmiare l’Ikea non s’inventi bare da costruire su misura. Un bel risparmio. Scegli quella che fa per te, un assemblaggio veloce a casa e via sotto terra. Caspita che bel viaggio. Bisogna veramente avere tanta fede per intraprenderlo senza mettersi ad urlare "Cosa state facendo?! liberatemi! Che io sia libero almeno dopo morto!"

Mi aggiro come se fossi un ladro tra i ruderi che sono rimasti. Dopo tanta fatica, sacrifici e sogni di avere una casa tutta per noi, abbastanza grande da contenere almeno due generazioni, ora non resta che la controfigura di un’immagine rappresentata in qualche bel quadro da salotto. E neanche quel pezzo di terra che mio padre desiderava coltivare da tutta una vita ora dà più i suoi frutti. Mi ricordo qualche pomodoro... mio padre amava i pomodori, ma quelli del sud, quelli grandi come meloni che, felice come un bambino, metteva in tavola nelle giornate soleggiate con qualche foglia di basilico fresco. Quell’odore inebriante più di qualsiasi profumo a sessanta euro a goccia invadeva tutta la cucina. E sembrava davvero estate anche se il mare era lontano, oltre le montagne. Toccava a lui prendersi cura della frutta e della verdura. Insomma c’è chi sogna di diventare un grande imprenditore, mentre il padre mio covava il sogno di un futuro bucolico finalmente lontano da tutta quell’ammasso di ferraglia, primo simbolo della modernità. Ora non rimanevano che i calli sulle sue mani grandi e tozze corrose dal lavoro e dal tempo e dalla malattia che appena andato in pensione l’aspettava trionfante sulla soglia di casa.

Le finestre sono tremendamente sporche, ormai negli ultimi anni di vita mia madre aveva smesso anche di pulirle, non guardava più fuori da tempo, non c’era niente da vedere diceva tutta amareggiata, seduta davanti al balcone col suo uncinetto. Ah l’uncinetto! Era diventato lo strumento per non impazzire. Ripeteva sempre: "Un giorno guarderete verso questo balcone e vi ricorderete della mamma sempre qui col suo uncinetto." Effettivamente aveva ragione, proprio ora che mi soffermo a guardare il balcone mi sembra quasi di vederla colma di rancori e di sogni infranti sempre in perenne lite con mio padre che aveva inseguito tutta la vita finché, ormai stremata, si dovette fermare. Si accorse, però, che il suo nemico era diventata se stessa, ma le trame della sua mente non erano più forti degli anelli che componevano i suoi centrini e, quindi, aveva ingaggiato una lotta con mio padre artefice del suo atroce destino di casalinga frustrata, lei che un tempo era così vivace, così alla moda, così ribelle. Ero nato troppo tardi per vederla ancora inondata di quella luce che, ormai, potevo solo scorgere nei suoi occhi piccoli e verdi, come quelli di mio nonno. Neanche lui aveva fatto mai granché per lei. Dopo molti anni scoprì che anche mio padre era stato incapace di donarle quelle gioie che solo un uomo può dare ad una donna. Penso di non averglielo mai perdonato questo a mio padre, che pur amavo e stimavo, mai smitizzato neanche durante quella fase in cui i genitori smettono di essere esseri supremi e si vanno in parte a condensare nella nostra coscienza con altri nomi, con altre regole e simboli.

E invece tu padre mio perché hai scelto la fredda terra per trascorrere la vita eterna? La risposta non è difficile dal momento che hai sempre visto la vita come un continuo ammonimento, un’espiazione dei peccati che, per orgoglio, non rivelavi che a te stesso. Che infanzia hai avuto... Felice e spensierata quando potevi correre via da quella casupola senza bagno dove quel tiranno di tuo padre e quel maresciallo di tuo madre ti caricavano di responsabilità e impegni, perché ti dimostravi essere il bambino più bravo e disciplinato del mondo. Niente università per te, benché tu fossi più che promettente, dovevi andare a lavorare, la famiglia era povera e le tue quattro sorelle non ancora sistemate. Dio mio alle mie orecchie questi particolari sembravano usciti da qualche romanzo verista letto a scuola. Quel poco che guadagnavi doveva essere versato a beneficio di tutti. Così quando mettesti incinta la mamma arrivasti con una sola vecchia valigia sulla soglia della tua nuova casa, povera anche questa. Deve esserci ancora da qualche parte. Una vecchia valigia di pelle marrone scuro, dove dentro si riponeva la roba vecchia per racimolare un po’ di spazio. Ho sempre pensato che la mamma non l’avesse mai buttata via per ricordarti, come per altro faceva quotidianamente, "da dove venivi". Crescendo venni a conoscenza di tanti particolari che umiliavano mio padre, così orgoglioso e serio col suo sopracciglio sempre arcuato.

Mia madre nei suoi momenti più cupi in preda ad un’isteria divampante ce li raccontava tutti uno per uno e, se poteva, li ripeteva così da farsi qualche alleato per la sua battaglia ingaggiata col sergente istruttore pluri decorato. Ma a me non scalfivano la sua immagine, né quella di mia madre. Mi rivelavano, al contrario, altri particolari di cui non si parla mai nelle migliori famiglie e, cioè, che entrambi erano infelici e che, ormai, non gli restava che rinvangare il passato visto che il futuro per loro si era fermato sull’orlo dell’abito da sposa di mia madre col pancione. Ricordo quando vidi la fotografia del matrimonio. L’unica felice era mia madre raggiante d’ amore per il suo uomo per cui aveva detto tanti no a partiti di un certo livello, intendiamoci. Mia madre veniva da una famiglia benestante e mio nonno ne fece un vera e propria tragedia quando scoprì che si era unito a quella famiglia così tanto povera, senza modi, dalle credenze quasi pagane.

Gli fece costruire il bagno in casa per nascondere la cosa, credo. Col suo accento veneto in preda all’alzaimer puntando il suo fucile invisibile urlava vecchi ricordi, gli unici a sua disposizione, e qualche volta captavo un frammento che riguardava la storia dei miei genitori. Insomma sembravo un reporter. Nel periodo della mia infanzia e della mia adolescenza restavo per lo più in silenzio e ascoltavo le voci di questo stonato e maldestro coro che era la mia famiglia. Li facevo parlare o li ascoltavo e intanto sul mio taccuino invisibile annotavo la vera storia di tutti loro. Quella vera, quella che non si deve dire, altrimenti saremmo stati tutti nudi l’uno di fronte all’altro nella nostra miseria.

Ma ecco che non ho il coraggio di entrare. L’unico motivo è che non ho assolutamente voglia che una qualche commozione possa turbarmi in alcun modo. Mi scoprirei a piangere su delle macerie che per tutta la vita ho desiderato divenissero tali e dovrei fuggire al cospetto della mia anima vinta, alla luce di tutta la mia mediocrità. Senza gloria, senza radici, anch’io pronto ormai a scegliere se farmi divorare dalle fiamme e, finalmente, andare in giro per il mondo, oppure, giù sotto terra a scontare le mie pene.

S. G.

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