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Counseling per il fine vita.
di Redazione La Strada  ( info@lastradaweb.it )

13 luglio 2011



Quali caratteristiche deve avere, per "render lieve la terra"?


Counseling News

Questa settimana, abbiamo pensato di pubblicare una lunga riflessione (indirizzata al nostro direttore)di un esperto che opera nel mondo della sofferenza: Christian Coppolino, volontario e fondatore di Mani che aiutano ONLUS

Caro dottore, ho pensato molto in questi giorni a questa figura professionale (sarà un counselor?) capace di rapportarsi a casi in cui la sofferenza è molta e ci sia bisogno di sollievo, per chi sta per avvicinarsi all’ora del passaggio e per chi invece rimane ad attendere il suo turno.

Ho cercato di pensare a tutte le persone, che ho conosciuto direttamente o indirettamente, che nel passaggio dalla vita alla morte hanno sofferto a causa di una malattia o di condizioni di vita che li hanno portati a morire giorno dopo giorno (poveri ed emarginati prima di tutto).

Ho dato un volto a queste persone e alla croce che hanno portato, sotto forma di dolore fisico e psicologico. Non tutti sono in grado di morire con dignità. Non tutti accettano l’idea di morire (specie se giovani). Non tutti sono felici di "lasciare il corpo" (così dicono gli indiani e questo la dice lunga sulla loro filosofia di vita) proprio perché hanno ancora tante cose da realizzare e da vedere: impegni di lavoro, figli da sistemare, debiti da pagare, gioie di cui godere e dolori dai quali venir fuori ancora più forti di prima.

Non è per niente facile morire, soprattutto quando non sappiamo cosa ci sia dietro quella porta. Ci può essere chiunque fondamentalmente, ci penso solo adesso...La religione cattolica ci ha insegnato che c’è Dio, quella musulmana dice che c’è il paradiso di Allah, l’induista dice che ci sarà qualcuno che come in un back stage ti cambierà l’abito per farti reincarnare in una nuova creatura, l’agnostico intanto aspetta di vedere chi c’è e, nel frattempo, non si esprime mentre l’ateo giura che non ci sarà proprio niente!

Se stessi per morire non saprei a chi di questi credere. Poi, sicuramente, prima di esalare l’ultimo respiro mi aggrapperei all’idea di Dio secondo la concezione cristiana (è quello che ho conosciuto di più per tradizione familiare e formazione) e magari mi farei far fare un funerale in chiesa (celebrato esclusivamente da un padre missionario...non vorrei altri preti al di fuori di loro). Non so come sarà quel giorno ma vorrei arrivarci sereno, leggero e soprattutto non vorrei persone attorno che piangano per me.

Ai funerali piangono tutti ma basta poco che, dal ghigno di uno durante la messa, iniziano a ridere tutti gli altri (almeno quelli della stessa fila). E’ la vita in fondo che prende il sopravvento sulla morte, al di la della spiegazione scientifica della tensione che viene esorcizzata col riso.

Qualche mese fa è morto il papà di uno dei miei cari amici per un ictus che ha portato a delle complicazioni cliniche. In realtà soffriva da tempo e faceva anche dialisi. E’ morto il giorno del 24esimo compleanno del figlio in ospedale, dopo 10 giorni tra intubazioni, controlli, visite. Si era svegliato una mattina come le altre e stava andando in bagno quando metà del suo corpo è rimasta bloccata e non riusciva a chiedere aiuto perché nel frattempo aveva perso la facoltà di linguaggio e conoscenza. Dal trasporto in ospedale e tutto il casino per riprenderlo non c’è stato nulla da fare. Ed è morto così.

A distanza di un mese è successo lo stesso con la mamma di un’altra delle mie amiche di sempre. La mamma, poco più di 50 anni, soffriva di leucemia. Avevano festeggiato in famiglia tutte le feste: a Natale la signora aveva preparato il cenone e aperto i regali, a capodanno invece era rimasta a casa e aspettato la mezzanotte per gli auguri e il brindisi con spumante e panettone. Dopo tre giorni dall’inizio del nuovo anno, quando aveva salutato la figlia (figlia unica!) e stava andando a letto, si è sentita mancare il respiro ed è morta tra le sue braccia (non so se questo motiverà ulteriormente la mia amica nel prosieguo degli studi di medicina, ma deve essere stato un colpo troppo basso a 24 anni vedersi morire una mamma tra le braccia).

Se penso al dolore che hanno provato i miei amici sprofondo. Non so come abbiano potuto fare a sopportare delle perdite così grandi. Al contempo però vedendoli e sentendoli pare che abbiano acquisito una grande maturità nell’accettazione di queste grandi perdite. Stanno reagendo !!! Noi amici abbiamo solo potuto dargli forza e fiducia come si fa in questi casi...ma talvolta le parole sono superflue e spesso non si sa cosa dire dal proprio osservatorio (momentaneamente) "privilegiato".

Cerco quindi di capire, a monte di questi due episodi recenti le caratteristiche che debba avere un counselor (o come lo si vuol chiamare?) da un punto di vista professionale ed umano.

Se partiamo dai bisogni di un sofferente, quali potrebbero essere? Bisognerebbe chiederlo a loro e alle famiglie per intanto mi pongo delle domande.

Di cosa ha voglia di parlare, ammesso che sia in grado di farlo, una persona che sta per morire (a prescindere se sappia di dover morire)? Di cosa dovrebbe poter beneficiare un ammalato? Come bisognerebbe rapportarsi a lui nelle vesti di un professionista e al contempo di una persona di riferimento (non solo per lui ma per tutta la famiglia) per quella specifica tappa di passaggio? Questa figura professionale deve poter essere in grado di assecondare anche "gli ultimi desideri proibiti" (la sigaretta, come la passeggiata al parco, piuttosto che qualche altro sfizio bizzarro) della persona che sta per morire? Questa figura professionale deve poter essere in grado di supportare la famiglia nel momento del bisogno durante e dopo il decesso della persona cara?

Sono solo alcuni dei quesiti che mi pongo, i primi che mi vengono in mente.

Io un counselor così lo vedrei bene solo a certe condizioni professionali: deve avere una preparazione completa a 360 gradi sull’essere umano e conoscere non solo nozioni psicologiche e mediche ma anche altre discipline come la storia, le religioni, la geografia, l’antropologia, le lingue, la musica, i viaggi, il teatro, la politica (quindi un back ground culturale medio-alto).

Deve poter essere in grado di comunicare a tutti i livelli e con chiunque a prescindere che sia un imprenditore di successo a dover morire o un poveraccio di Calcutta raccolto per strada prima che lo mangiassero i cani.

Un counselor così lo vedrei bene con certe caratteristiche umane: grande capacità di ascolto, di empatia, onesto, limpido, sorridente, ottimista, equilibrato sul lavoro, in famiglia e nei rapporti con le altre persone. Possibilmente che provenga dal mondo del volontariato (a garanzia che si è avvicinato agli altri per il desiderio profondo di mettersi in discussione, dando valore a se stesso nella misura in cui ne possa dare a chi soffre a prescindere da quanto gli resta da vivere).

Se esistesse un corso per formare delle figure professionali capaci di tutto questo io lo proporrei senz’altro ai volontari di "Mani che Aiutano"; sarebbe un modo per caratterizzare di più la nostra associazione che nel frattempo sta crescendo nelle attività e nelle competenze. Anche quest’anno la nostra associazione si recherà in India e noi, oggi più che mai, per i nostri volontari, abbiamo puntato molto sulla formazione umana (spiegando il perché di questa scelta sotto forma di testimonianza, foto, libri e quanto altro che possa motivare continuamente) e professionale (primo soccorso e lingua inglese).

Manca proprio questo tassello del counseling specialistico per chi interviene in ambiti simili dove si nasce e si muore come il giorno si alterna alla notte. Io spero che tutto questo sia realizzabile nella prospettiva di far nascere degli operatori completi che aiutino "a render lieve la terra"...

Ognuno di noi si impegna nella vita in cose diverse per non pensare a quel giorno.

 

Per saperne di più, su Christian Coppolino

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