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La famiglia e il senso della vita.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

10 novembre 2010






Alla ricerca di sé, fra malinconia e nostalgia.


A spasso, verso un futuro migliore.

Chissà perché, quando si è un po’ tristi o, meglio, quando una certa malinconia avvolge il nostro animo senza un motivo preciso, come se ci rendessimo conto di dover accettare l’idea di aver perso qualcosa senza averla mai avuta veramente...

Ecco, chissà perché, a noi che abbiamo più di 45 anni (o giù di lì) viene in mente "Nuovo Cinema Paradiso".

Sarà perché lo abbiamo visto quando eravamo più giovani di vent’anni... sarà, forse, perché la storia di Salvatore de Vita (il piccolo Totò) che, da Giancaldo (in Sicilia), va a Roma, nella Capitale e raggiunge il successo (come regista, nel mondo dorato del cinema) perdendo la possibilità di essere veramente felice... ecco, in tutto ciò, ci "accomodiamo" tristemente felici, ammettendo che la nostra battaglia per vincere sul senso della vita... non potremo portarla a termine. Siamo stanchi, sfiduciati alla ricerca di un giaciglio in cui attendere di essere coccolati.

Come quando eravamo bambini!

Per rendere più reale quello che state leggendo e che si sta cercando di spiegare, provate a continuare la lettura, ascoltando il tema portante del film in questione. Quasi 10 minuti di sensazioni ed emozioni coinvolgenti e dolcemente struggenti.

L’abbandono e la speranza, l’illusione e la solitudine. Con un po’ di rimpianto...

La Società che cambia che ci arricchisce e ci depreda. Che ci lascia sempre meno tempo di capire l’importanza del giocare con la vita, godendo degli affetti più veri e sinceri...

Come è cambiata la famiglia nel corso del tempo?

..ognuno di noi, nel momento in cui scava nella galleria dei propri ricordi, rivede una sorta di ambientazione in cui si sentiva protetto o meno, ma sicuramente diverso rispetto all’epoca in cui vive in maniera contemporanea; dal momento che, il primo dei luoghi dove ci si trova a vivere, a camminare, a pensare... oltreché il luogo in cui si nasce (che, a volte, è un ambiente di tipo ospedaliero), è la famiglia, allora è chiaro che si ritorna indietro a ripensare, a riconsiderare, utilizzando spessissimo quelle che sono le foto (per il passato, le foto stampate su carta, per il quotidiano, invece, le stampe digitalizzate) che ci ricordano il passato.

In questa immagine di famiglia (presumibilmente dei primi anni del secolo scorso) si fa un po’ di fatica per stabilire chi è la consorte del signore seduto comodamente, in maniera patriarcale, sulla destra del riquadro. Potrebbe essere la signora seduta sulla sua destra (quindi leggermente a sinistra guardando l’immagine) ma potrebbe anche essere la signora che le sta dietro. In realtà, visti i ruoli specifici, molto delineati, che esistevano nel passato, è estremamente probabile che sia la signora con la collana. Poi, a fianco, abbiamo una signora più avanti negli anni. Dietro c’è un contorno, potrebbero essere fratelli o, molto probabilmente figli, un numero imprecisato di figli.

Cosa notiamo?

Notiamo dei personaggi che sono fieri di mostrare il proprio ruolo, nel proprio ambito (probabilmente sarà stato il cortile di casa). In effetti, in questo tipo di organizzazione familiare, c’era una forte impronta sia paterna che materna; in aggiunta, era presente un corollario fatto di zie, per lo più, che decidevano, consapevolmente o meno, di non sposarsi, per dare una mano alla famiglia e, quindi, restare accasate con la sorella maggiore o col fratello maggiore, contribuendo alla crescita dei figli. Si aveva, inoltre, la presenza dei genitori anziani e, tutti, contribuivano ad un progetto comune, che era quello di tenere in piedi questa microsocietà abbastanza articolata, che faceva fronte alle intemperie che venivano da fuori.

In tutto ciò vi erano degli aspetti positivi e degli aspetti limitanti.

Gli aspetti positivi erano quelli di far crescere i figli in un sistema abbastanza protetto; quelli negativi consistevano nel fatto che, per lo più, tutta la vita di una persona sarebbe avvenuta, in maniera stanziale, su una base specularmente simile a quella di chi lo aveva preceduto. E molte volte, senza avere la possibilità di seguire un percorso alla ricerca della propria identità.

Guardami, non potrei sembrare una sposa mai... O una buona figlia. Ma lo so, questo ruolo non mi va. Sono qui, ma se io facessi ciò che vorrei, i miei cari perderei. Dimmi, dimmi che è l’ombra che riflette me, non è come la vorrei... perché non so chi sono e chi sarò! Lo so io, e solo io. E il riflesso che vedrò mi assomiglierà. Quando il mio riflesso avrò, sarà uguale a me" (Marianna Cataldi - IL MIO RIFLESSO - MULAN 1998 ).

La famiglia di oggi, cosa è diventata?

Ognuno di noi se la immagina... per un attimo torna indietro nel tempo ed ha un attimo di confusione perché non sa come collocarla e "collocarsi rispetto ad essa, in funzione di quello che è diventato. Ma io appartengo, come figlio, alla famiglia del passato o alla famiglia di oggi? Ed io stesso, che tipo di famiglia ho determinato? Una famiglia "francamente" moderna oppure mi porto dietro dei valori, condizionanti, del passato?

La famiglia di oggi è sistemata sicuramente in maniera diversa rispetto al passato.

Come vediamo nell’immagine, è una struttura "tipicizzata" dalla presenza di un padre, di una madre e dei figli, con ruoli leggermente diversi rispetto a quelli impostati nella "fotografia" precedente. Abbiamo entrambi i genitori su uno stesso piano, non è presente il corollario dei familiari ma è evidente, il vero "collante": la figlia, dietro, che abbraccia entrambi i genitori e li tiene idealmente uniti in un qualcosa che gli favorisce il cammino... ed il bambino piccolo davanti, a rappresentare un punto che consenta, alla famiglia, di procedere nel percorso al di là delle avversità.

E’ chiaro che, al di là della forte caratterizzazione delle due immagini (volutamente estremizzata), noi possiamo ipotizzare e discutere sul fatto che, in realtà, le famiglie si trasformano un po’ alla volta.

Perché un po’ alla volta la Società cambia; perché un po’ alla volta si presentano gli aspetti positivi ed i problemi; perché un po’ alla volta si fa fronte ai problemi cercando di utilizzare al meglio quelli che sono gli aspetti positivi; perché un po’ alla volta si determina ogni tipo di trasformazione. Quando noi osserviamo una nostra fotografia di qualche anno fa (10, 15, 20 anni fa), ci troviamo diversi; eppure, se ci osserviamo al mattino, quando ci si trucca o ci si fa la barba o ci si pettina, in fondo, da un giorno all’altro le differenze sono minime.

Allora, quando è accaduta questa trasformazione?

Un po’ alla volta, in maniera talmente graduale da non rendercene conto, a meno che, poi, non siamo costretti o indotti ad osservare la differenza rispetto al passato. E, in questo caso, rispetto alla famiglia, ce ne accorgiamo quando ci troviamo di fronte alla necessità di dover attingere ad alcuni valori che non troviamo più... quando, ad esempio, torniamo a casa e troviamo i nostri figli "avvinghiati" alle postazioni telematiche dalle quali traggono tantissime informazioni, attraverso le quali stringono molti rapporti di amicizia o continuano i rapporti di amicizia che hanno fuori. Siccome il Web rappresenta una strada che è molto più grande di quella del quartiere in cui si viveva prima, con rischi maggiori, a maggior ragione la famiglia dovrebbe rappresentare un modello di riferimento per consentire al figlio di saper discernere, nella migliore delle condizioni possibili, quello che è giusto da quello che è sbagliato, riducendo la possibilità di cattivi incontri.

Allora ti accorgi della differenza quando torni a casa e li trovi impegnati ed assorti, e devi fartene una ragione perché questa è la nuova Società, una Società fatta di individualizzazioni e non di raggruppamenti.

Siamo arrivati a costruire dei raggruppamenti virtuali per cui, da soli, seduti ad una scrivania o ad una poltrona con un computer portatile, viviamo immersi a dialogare con centinaia di migliaia di persone; nonostante tutto, però, siamo, nella realtà, piuttosto soli. E di questo risentono le famiglie oggigiorno.

E’ un bene che entrambi i partner lavorino, è un bene che ci si realizzi, a volte non è altrettanto positivo il dover costruire, attraverso delle ricerche sempre più complesse, la possibilità di realizzarsi a scapito di qualche cosa.

Di che cosa?

Di quel nucleo fondamentale che è la famiglia, perché, stando fuori casa per tantissime ore al giorno, non hai la possibilità di frequentare il resto del tuo mondo affettivo di pertinenza, che è disgregato e disperso, anche se all’interno di comunità virtuali...

Paradossalmente, ci si incontra, molte volte, quando si avrebbe bisogno di star da soli per recuperare energia e tranquillità.

Tornando alle due immagini, ecco la differenza fondamentale fra la famiglia di una volta e quella di oggi: nella prima foto c’è la forza del gruppo; nella seconda, dietro ai sorrisi, c’è la sofferenza e la difficoltà del dover fare da soli, inventandosi il quotidiano e pagando il prezzo, a volte, dell’improvvisazione. Come appare, evidente, nel trailer di presentazione di Nuovo Cinema Paradiso.

Alla base della famiglia c’è la coppia, che ha subito, nel tempo, delle trasformazioni. Possiamo definirle evoluzioni o involuzioni?

Tenera e suggestiva, questa immagine rappresenta due coniugi di una volta. Guardano verso il fotografo, probabilmente non riuscendo ad inquadrare l’obiettivo, entrambi hanno un’espressione che ricorda quella di un bambino, entrambi cercano di mostrarsi al meglio delle proprie possibilità, (avranno indossato l’abito della festa!), assumono una posizione per cui si nota abbastanza formalismo.

Questo formalismo sarà stato dettato dal rapporto che c’era tra i coniugi oppure dalla necessità di apparire in forma statuaria?

Di sicuro, una volta i compiti ed i ruoli erano delineati, definiti, per cui il padre, il marito, aveva come obiettivo (indotto dalle necessità), quello di lavorare, di garantire, sul piano economico, la sopravvivenza della famiglia, mentre alla madre era devoluto il compito della crescita e dell’educazione del gruppo, quindi anche del marito.

Quante volte, abbiamo sentito affermare al capo famiglia: "io prendo lo stipendio ogni mese, lo consegno a mia moglie e poi è lei che pensa a tutto, quindi, anche se ho bisogno di fare degli acquisti, o ci pensa mia moglie o passo da mia moglie e mi faccio dare i soldi che mi servono per andare avanti"!

Apparentemente, il ruolo predominante era quello del marito, ma poi, in realtà, colei la quale gestiva era la moglie.

"L’uomo, sì, è il capo della casa, però la donna è il collo e fa andare il capo ovunque lei voglia" (Antico proverbio cinese).

Com’è la coppia di oggi? E come può aiutare un figlio ad affrontare la vita?

Michael Douglas e Catherine Zeta Jones. Immagine "simpatica" ed evocativa. Entrambi seduti su un piatto della bilancia: quale dei due peserà di più, chi avrà maggiore incidenza? Apparentemente la signora, comodamente distesa in posizione sicuramente predominante, però, se facciamo attenzione ad osservare i bracci di questa bilancia, ci renderemo conto che sono equivalenti, perché è soltanto un’illusione ottica, quella di mostrare l’uomo in posizione più rialzata. Più rialzata significa apparentemente più in luce rispetto alla donna, in realtà di meno peso, con meno spessore. E’ una situazione decisamente differente dalla precedente, una condizione che mostra un uomo ed una donna non più in difficoltà rispetto ad un obiettivo.

D’altronde, in senso metaforico (ma non tanto), ognuno di noi, al giorno d’oggi, si sente al centro di quel set che è la vita e, non solo ci si è abituato ma, addirittura, vuole inventarsi la regia senza averne, molto spesso, le competenze!

Questo comporta, da una parte, una maggiore familiarità a farsi osservare dagli altri ma, al tempo stesso, una minore disposizione a trovare il tempo per dialogare con se stessi. La coppia si è trasformata in questo senso...

È un bene o un male?

Ci sono, come sempre, degli aspetti positivi, perchè siamo diventati estrememente più dinamici e degli aspetti meno positivi, dal momento che si ha meno tempo per fermarsi a riflettere. A volte ci si domanda: "Ma perché oggi abbiamo meno valori?"

Per un motivo abbastanza semplice, anche se poco intuitivo.

Quand’è che una cosa o un evento ci fa soffrire? Quando ci colpisce su qualcosa in cui crediamo veramente; perché, se ci crediamo poco, se è poco importante per noi, ci colpisce in maniera relativa, anzi possiamo passarci su con abbastanza facilità. Quando, invece, è importante, questo non accade.

Come ci difendiamo?

Senza rendercene conto, abbiamo cominciato a "difenderci"... non tanto diventando migliori, quindi difendendo i nostri valori ma, semmai, riducendoli e, quindi, proteggendoci all’interno di un "nulla", che i sociologi chiamano mondo di disvalori.

Ecco le motivazioni per cui poi, di fronte a delle domande di tipo esistenziale (come ad esempio: "Ma io vivo in funzione di cosa?") cominciano i problemi, anche perché la famiglia, presa da tante difficoltà, non ha avuto il tempo di spiegarti verso che direzione andare, ma, soprattutto, perché! "Andare" per migliorare. Senza dimenticare?

Arriva un tempo in cui parlare o stare zitto è la stessa cosa...

"Mi hanno detto che non esci mai. E che non parli con nessuno! Perché?"

"Sai com’è... prima o poi arriva un tempo in cui parlare o stare muti, è la stessa cosa. E allora è meglio starsi zitti. Totò, portami al mare! Ognuno di noi ha una stella da seguire. Totò, vai via da qui, questa è terra maligna! Fino a quando ci sei tutti i giorni, ti senti al centro del mondo. Ti sembra che non cambia mai niente! Poi parti (un anno o due) e, quando torni è cambiato tutto. Si rompe il filo. Non trovi chi volevi trovare. Le tue cose non ci sono più. Bisogna andare via per moltissimi anni, per ritrovare al ritorno la tua gente, la terra dove sei nato. Ora no, non è possibile. Ora tu, sei più cieco di me".

"Questo, quale attore di Hollywood l’ha detto?"

"Questo non l’ha detto proprio nessuno. Questo lo dico io! La vita non è come al cinematografo... la vita è più difficile. Vattene! Tornatene a Roma! Tu sei giovane... il mondo è tuo! Io sono vecchio... non voglio più sentirti parlare... voglio sentire parlare di te! Non tornare più. Non ci pensare mai a noi... non ti voltare, non scrivere.... non voltarti indietro, non farti fottere dalla nostalgia! Dimenticaci tutti! Se non resisti e torni indietro... non venirmi a trovare. Non ti faccio entrare in casa mia! Hai capito? "

"Grazie, per tutto quello che hai fatto per me".

"Qualunque cosa farai, nella tua vita, amala, come hai amato la cabina del Cinema Paradiso... quando eri piccolo!"

"Totò... addio, addio! Sono arrivato tardi, che peccato!"

Ci sono i figli dell’amore "incosciente" e quelli dell’amore accompagnato alla maturità; ci sono i figli della "riconciliazione" della coppia; ci sono i figli che si pensa di avere per "curare", magari, una depressione materna. Considerando tutte queste cose, prima di avere un figlio, che condizione si dovrebbe aver raggiunto?

Per quanto riguarda la donna, quest’ultima dovrebbe essere soddisfatta come persona, al di là del pensare alla coppia e alla famiglia (quindi ad avere dei figli) e, per quanto concerne l’idea di avere un figlio, sentirsi disponibile sul piano affettivo (perché c’è molto da dare), sul piano fisico (perché c’è molto da spendere) e sul piano mentale (perché c’è molto da impegnarsi per pensare per sé e per il figlio), perché avere un figlio è un investimento che dura una vita, è un investimento sul piano delle responsabilità, del piacere, dell’impegno, delle preoccupazioni, delle soddisfazioni; perché, in fondo, quando, poi, tu osservi tuo figlio e lo vedi cresciuto e lo "senti" capace di prendere delle decisioni che, fino a qualche tempo prima, sembravano impensabili, sicuramente ti sentirai soddisfatto... soddisfatto di aver contribuito alla realizzazione di un progetto importante, interessante e, soprattutto, altamente aderente alle Leggi di Natura.

Per quanto concerne l’uomo, anche lui dovrebbe essere realizzato come persona (realizzato non significa aver raggiunto posizioni di vertice nella Società ma, quantomeno, riuscire ad essere tranquillo nel sapere di trovarsi sulla strada corretta); trovarsi, come per la donna, disponibile affettivamente, fisicamente e mentalmente, per gli stessi motivi e, poi, soprattutto, non delegare le responsabilità alla partner. Questo significa che l’uomo, in virtù di quello che ha osservato fare agli uomini dell’ambiente in cui è cresciuto, quindi alla famiglia del passato, sa di avere un compito, quello di impegnarsi, di lavorare e, come in natura, andare a procacciare il cibo da portare, poi, alla compagna e alla prole.

Tenuto conto del fatto che, ormai, anche la donna è capace di fare altrettanto, è rimasto l’ambito del condizionamento in base al quale io mi occupo di una cosa, fuori da casa, tu ti occupi di tutto quello che gira in casa e anche, poi, se vuoi, di quello che è fuori di casa, quindi, si finisce coll’incorrere nell’errore di delegare le responsabilità alla partner.

Questo, però, porta delle limitazioni, perché la famiglia è composta di elementi che dovrebbero dialogare tra loro in maniera continua, anche se incostante, dettata dalle circostanze e quindi, per l’uomo, sarebbe importante provare ad immaginare il piacere di compartecipare a quel magnifico gioco (nel senso più corretto, più nobile, più educativo del termine) che si chiama "crescere insieme", per condividere insieme, camminare insieme e fornire un esempio a chi sta intorno (senza ostentarlo), per dimostrare che, tutto ciò, è una cosa fattibile.

E’ chiaro che, a volte, si commettono degli errori di valutazione per cui ci si imbarca all’interno di programmi, di progetti, onerosi da diversi punti di vista, e, quindi, chi può, nella coppia, "fa" di più, senza sentirsi "sfruttato". Allora, in quel caso, ci si dovrebbe ricordare che si è stabilito, insieme, di determinare quel programma, di raggiungere quell’obiettivo, rispettando chi, alla fine della corsa, si trova più "corroso" dagli urti della vita.

Una simile "preparazione" genitoriale, in che modo potrebbe influenzare un figlio, nella preparazione alla vita?

La storia del soldato...

"Ti voglio fare contento, Totò, ora ti racconto una storia... sediamoci un attimo. Una volta un Re fece una festa... e c’erano le principesse più belle del regno. Un soldato di guardia, vide passare la figlia del Re: era la più bella di tutte e se ne innamorò subito! Ma che poteva un povero soldato, a paragone con la figlia del Re? Finalmente un giorno riuscì ad incontrarla e, vinta, la titubanza, le disse che non poteva più vivere senza di lei. La principessa restò così impressionata di questo sentimento che rispose in maniera inaspettata!"

"E cioè?"

"Se saprai aspettare cento giorni e cento notti sotto il mio balcone, alla fine io sarò tua!"

"E il soldato che fece?"

"Subito si posizionò sotto il balcone e aspettò un giorno... e poi dieci... e poi venti... E ogni sera, la principessa controllava dalla finestra ma, lui non si muoveva. Mai! Con la pioggia, con il vento, con la neve, lui era sempre là... anche se le api se lo mangiavano vivo! Dopo novanta notti, era diventato l’ombra di se stesso e gli scendevano le lacrime dagli occhi... e non poteva trattenerle, ché non aveva la forza nemmeno per dormire. Sempre sotto lo sguardo vigile della principessa. Arrivati alla novantanovesima notte, il soldato si alzò, si prese la sedia... e andò via!"

"Ma come? Proprio alla fine?"

"SI! E non domandarmi il perché. Prova a scoprirlo da solo!"

"Te la ricordi la storia del soldato e della principessa?"

"Si, Totò!"

" Ora ho capito perché il soldato andò via proprio alla fine. Si, sarebbe bastata solo un’altra notte e la principessa sarebbe stata sua... ma lei avrebbe potuto anche non mantenere la sua promessa. E sarebbe stato terribile. Sarebbe morto dal dolore! Così, invece, almeno per novantanove notti era vissuto nell’illusione che lei era stata là ad aspettarlo, dimostrando a se stesso di essere capace dell’impresa!"

"Fai come il soldato, Totò, vattene. Questa è terra maligna!"

In conclusione, cosa dovrebbe caratterizzare il rapporto tra un uomo ed una donna?

Totò parla alla madre

"A cosa stai pensando, Totò?"

"Pensavo che non avevo mai parlato con te, mamma. Quando ero piccolo, ti vedevo come se fossi diventata già vecchia. Forse capita a tutti i figli, chi lo sa! Solo ora mi rendo conto che eri giovane, eri bella. Avevi tutta una vita davanti a te. Come hai potuto vivere sempre sola senza nessuno che pensasse a te? Potevi risposarti. Perché?"

"Sono rimasta sempre fedele, prima a tuo padre e poi a te. Sono fatta così! E tu somigli a me. Sei troppo attaccato alle tue cose. Non so se è un bene, la fedeltà. In fondo la fedeltà è una brutta cosa. È una parola ampia... se sei fedele, sei sempre solo!"

"Mamma, io ho sempre avuto paura di tornare! Ora, dopo tanti anni, credevo di essere più forte, di avere dimenticato molte cose. E invece... ritrovo tutto davanti! Come se fossi rimasto sempre qui. Eppure guardo mia sorella e mi sembra di non conoscerla. E tu , mamma... ti ho abbandonato! Sono scappato come un bandito e non ti ho mai dato una spiegazione".

"E io non te l’ho mai chiesta! Non devi spiegare niente. Ho sempre pensato che fosse giusto quello che facevi. Una sola mi faceva soffrire... quando la sera, prima di andare a dormire mettevo il chiavistello alla porta!"

"Non lo facevi mai, prima!"

"Quando lavoravi al cinema, la notte, se prima non rincasavi, io non riuscivo a prendere sonno. Quando arrivavi, io facevo finta di dormire ma seguivo, con amore, tutti i tuoi movimenti. Poi, quando ti addormentavi, io mi alzavo e, senza far rumore, andavo a mettere il chiavistello alla porta. Quando sei partito, ogni volta che lo facevo, mi sembrava di lasciare qualcuno dietro la porta, lontano. Hai fatto bene ad andartene. Sei riuscito a fare quello che volevi. Quando ti telefono, mi rispondono sempre donne diverse. Io faccio finta di conoscerle per toglierle dall’imbarazzo delle presentazioni. Sono sicura che mi avranno preso per una vecchia pazza! Ma finora non ho sentito mai una voce che ti ama veramente... lo avrei capito, sai? Eppure, mi piacerebbe saperti sistemato... che ti innamorassi. Ma la tua vita è lì. Qua ci sono solo fantasmi, lascia stare, Totò!"

Cosa dovrebbe caratterizzare il rapporto tra un uomo ed una donna?

Di sicuro non quello che osserviamo nell’immagine in alto a sinistra, nel fotogramma preso dal film con Jim Carrey... "Una settimana da Dio", in cui si capisce che l’uomo pensa di essere una diretta promanazione di Dio e considera la donna una delle sue costole; non la persona che troviamo in alto a destra, ossia la donna che si considera, sì, la regina della casa ma, in questo caso, l’imperatrice indiscussa, quasi come la matrigna delle favole che incute timore se non rispetti i suoi dettami.

Cosa si dovrebbe determinare?

Quello che osserviamo in basso al centro, un camminare insieme, mano nella mano, perché, alla base ed alla continuazione di tutto, dovrebbe esistere il dialogo, il rispetto, la comprensione. Non di certo, la commiserazione e la sopportazione

Le sofferenze delle illusioni e degli ideali


Finale

G. M. - Medico Psicoterapeuta

Si ringraziano, rispettivamente, Adelina Gentile (counselor), Emanuela Governi (dottore in scienze sociali), Erminia Acri (avvocato e counselor) e Stefania Labate (musicista e counselor) per la collaborazione nella stesura del dattiloscritto.

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