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Il mondo della Paura.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

23 novembre 2014






Siamo stati naviganti...


 

 

A spasso verso un futuro migliore

Il presente lavoro rappresenta un approfondimento monotematico di alcune parti dell’articolo Quell’emozione chiamata paura risultante da trattazioni in dibattiti televisivi consultabili nell’apposita sezione di questo Magazine. E’ giÓ stato pubblicato qualche tempo fa ma Ŕ troppo interessante per non riproporlo. Con qualche "implementazione".

BUONA LETTURA

Presto vieni qui, ma su, non fare così... ma non li vedi quanti altri bambini che sono tutti come te, che stanno in fila per tre, che sono bravi e che non piangono mai! È il primo giorno, però, domani ti abituerai e ti sembrerà una cosa normale fare la fila per tre, rispondere sempre di si e comportarti da persona civile, Vi insegnerò la morale, a recitare le preghiere, ad amare la patria e la bandiera: noi siamo un popolo di eroi e di grandi inventori... e discendiamo dagli antichi Romani. E questa stufa che c’è, basta appena per me, perciò smettetela di protestare e non fate rumore; e quando arriva il direttore, tutti in piedi e battete le mani! Sei già abbastanza grande, sei già abbastanza forte, ora farò di te un vero uomo: ti insegnerò a sparare, ti insegnerò l’onore, ti insegnerò ad ammazzare i cattivi e, sempre in fila per tre, marciate tutti con me e ricordatevi i libri di storia. Noi siamo i buoni e, perciò, abbiamo sempre ragione, andiamo dritti verso la gloria! Ora sei un uomo e devi cooperare, mettiti in fila senza protestare e, se fai il bravo, ti faremo avere, un posto fisso e la promozione! E poi, ricordati che devi conservare l’integrità del nucleo familiare, firma il contratto, non farti pregare se vuoi far parte delle persone serie. Ora che sei padrone delle tue azioni, ora che sai prendere decisioni, ora che sei in grado di fare le tue scelte ed hai davanti a te tutte le strade aperte, prendi la strada giusta e non sgarrare se no, poi te ne facciamo pentire. Mettiti in fila e non ti allarmare, perchè ognuno avrà la sua giusta razione. A qualche cosa devi pur rinunciare in cambio di tutta la libertà che ti abbiamo fatto avere, perciò, adesso, non recriminare: mettiti in fila e torna a lavorare! E se proprio non trovi niente da fare, non fare la vittima se ti devi sacrificare, perchè in nome del progresso della nazione... in fondo in fondo puoi sempre emigrare!

Spesso mi domando da dove derivi, in alcuni di noi, quella voglia di ribellarsi alle regole imposte, accompagnata da una strana sensazione di oppressione che nasconde, a mala pena, uno scenario di paura e angoscia interiore... come a consapevolizzare quello che, prima o poi, piomberà come "una notte senza luna".

La casa discografica Ricordi, pubblica, nel 1974 il secondo lavoro di Edoardo Bennato: si tratta di un "concept album" intitolato I buoni e i cattivi, che descrive la difficoltà di distinguere il bene dal male, dove il "buono" è spesso di facciata e decide cosa sia "cattivo". Simili pezzi d’arte, hanno sicuramente orientato quelli della mia generazione (e non solo) a capire che, dai centri di potere, arrivano le indicazioni che, di solito, incutono paura nella massa: quella che subirà. È così da sempre.

Il messaggio che invio, e credo anche più importante di quello scientifico, è di affrontare la vita con totale disinteresse alla propria persona, e con la massima attenzione verso il mondo che ci circonda, sia quello inanimato che quello dei viventi. Questo, ritengo, è stato il mio unico merito. Io dico ai giovani: non pensate a voi stessi, pensate agli altri. Pensate al futuro che vi aspetta, pensate a quello che potete fare, e non temete niente. Non temete le difficoltà: io ne ho passate molte, e le ho attraversate senza paura, con totale indifferenza alla mia persona" (Rita Levi Montalcini).

Non è mai troppo, tentare di capire cos’è la paura, in maniera tale da riuscire a prendere le misure così da ridurre la preoccupazione di non saper gestire situazioni difficili quando ci troviamo di fronte ostacoli, imprevisti, complicazioni: in sostanza ogni qual volta decidiamo di "vivere sul serio".

"Ci si ritira nel guscio con gli anni. Incontro Gianni Boncompagni, mi parla della sua casa come di una confortevole e tecnologica tana, della sua nausea per i posti affollati, le situazioni mondane. Una tendenza che per me è vocazione quasi patologica. La mia repulsione per i salotti è fisica. Torno a casa la sera e alzo il ponte levatoio" (Maurizio Costanzo - E che sarà mai? - Edizioni Mondadori)

A ben riflettere, quante persone si chiudono all’interno dei loro gusci cercando di isolarsi dal mondo che li circonda proprio perché hanno provato la difficoltà del riuscire ad inserirsi, ad integrarsi ad affrontare quella che è la quotidianità senza restarne, per alcuni aspetti, schiacciati?

Credo sia arrivato il momento di capirne di più del riuscire a vivere in maniera normale, da esseri umani, con la fronte alta e con lo sguardo fisso verso tutto quello che ci può venire incontro, non tanto per mostrare di essere sprezzanti di fronte al pericolo quanto, piuttosto, per acquisire tutte le informazioni necessarie a capire in che modo elaborare la strategia più adeguata per la circostanza che si determina: in pratica, per essere adeguati al momento, al contesto, al bisogno.

Non e’ la specie più intelligente a sopravvivere e nemmeno quella più forte. E’ quella più predisposta ai cambiamenti. (Charles Darwin)


Abbiamo dato già altre volte, un incasellamento idoneo al concetto di paura: praticamente un allarme ogni qual volta riteniamo di trovarci di fronte a qualcosa che possa diventare o che possa costituire un pericolo. A queste condizioni, quando ci rendiamo conto di cosa effettivamente sia l’elemento problematico, allora stabiliamo cosa fare... a condizione di rimanere sufficientemente lucidi da riuscire a gestire le nostre capacità nella maggiore tranquillità possibile.

Di fronte alla paura (cioè, praticamente, di fronte all’allarme che si genera quando incontriamo un pericolo reale o presunto) ci si può comportare in maniera differente a seconda di chi siamo, del momento, dell’ambiente e, ovviamente del tipo di pericolo. Come appare evidente, alla base c’è sempre una serie di valutazioni da portare avanti: si può reagire aggredendo l’elemento che può costituire il pericolo, fuggendo, riflettendoci meglio, aspettando che il pericolo passi.

Abbiamo tutti due vite, la prima, dell’anima, ci porta a sognare, fantasticare, guardare all’infinito, la seconda, del corpo e del quotidiano, ci porta alla morte (Dal film "Notturno Indiano")

Proviamo ad immaginare qualche esempio scaturito dall’osservazione dei tanti documentari scientifici che evidenziavano il comportamento di alcuni animali che, nell’immaginario collettivo, incutono un certo timore: i serpenti.

Bene, è facile osservare come, persone esperte del settore, si relazionino con loro in maniera estremamente familiare, al riparo da rischi di morsi anche con le specie più pericolose e, ciò che saremmo in grado di capire dalle loro spiegazioni è che, in fondo, il rettile di qualunque natura sia (Boa a parte), evita l’aggressione nei confronti dell’essere umano perché, vedendolo molto più grande di lui, ritiene di non avere alcuna possibilità di poterlo battere per ciò che concerne l’attacco frontale e, quindi si viene aggrediti solo quando questo serpente capisce che non ha altre possibilità di mettersi al riparo. Quindi, immaginiamo il paradosso che si determina: noi restiamo atterriti alla visione di qualcuno che deciderà se aggredirci o meno in funzione di quanto ci reputa essere pericolosi e quanto riesce a vincere la paura di scagliarcisi addosso, con poche probabilità (secondo ciò che teme) di sopravvivenza.

Personalmente, credo che ciò, sia abbastanza esplicativo, per condurci a concludere che, per affrontare una problematica è necessario riuscire a saperne il più possibile in maniera tale da non agire senza riflettere per quanto si dovrebbe.

"Ogni giorno perdo coraggio, e ogni giorno, in qualche modo, lo ritrovo" (B. Honigmann, Romanzo di un bambino).

Quand’è, che proviamo paura?

In conseguenza di quanto ho potuto sin qui proporre, ogni qual volta noi non riusciamo a vederci chiaro in ciò che ci sta succedendo, sia per ciò che riguarda l’impatto con il mondo esterno, sia anche per tutto quello che concerne ciò che accade dentro di noi. Facciamo un esempio. Immaginate di andare dal vostro medico di famiglia per una normale visita di routine e di fargli vedere le analisi del sangue a cui vi siete sottoposti senza avere una motivazione specifica. Se, per un motivo a voi non chiaro, il professionista che è di fronte a voi al di là della scrivania aggrotta le sopracciglia e rimane pensieroso per un po’, che cosa provereste, se non il dubbio di avere una patologia problematicamente preoccupante? Poi magari scoprireste che il "buon" medico stava pensando a qualcos’altro...

Ecco l’importanza di acquisire informazioni per essere capaci di avere la necessaria chiarezza per stabilire poi il da farsi fosse anche il chiedere aiuto a chi è capace di darci una mano.

"Capita, a chi ha visto, ciò che noi abbiamo visto. Allora, vengo in questo luogo insieme ai miei antenati e mi torna un pensiero: come questi germogli, stiamo tutti morendo. Riconoscere la vita in ogni respiro, in ogni tazza di the... e ogni vita che togliamo... è la via del guerriero!"

Esistono paure innate?

Innato significa "a prescindere da ciò che abbiamo acquisito dalla nostra esperienza". Allora, si può correttamente affermare che esistono paure connatali cioè, che si determinano nel momento in cui noi veniamo al mondo; esempio calzante è proprio la circostanza del parto: immaginiamo (e sono condizioni che abbiamo vissuto un po’ tutti tranne chi è nato con il parto cesareo per cui, in fondo, è stato addormentato dall’anestetico) la vita relativamente tranquilla di un bambino all’interno dell’utero materno; egli "sente" il calore, il movimento, il dondolio che si determina da tutte le azioni che la mamma porta avanti durante la giornata e non si deve preoccupare nemmeno di azionare i polmoni per respirare. Dal momento dell’inizio del travaglio di parto si determina una condizione nuova che il nascituro vive in maniera frustrante perché non è a conoscenza di ciò che sta accadendo: l’essere costretto a passare attraverso il canale del parto, un cunicolo stretto e buio. Quindi le paure nascono con l’essere umano ed a maggior ragione avremo bisogno di trovarci in un ambiente che sarà in grado di rassicurarci, non tanto mettendoci al riparo dalle paure quanto consentendoci di imparare quello che serve per poterle affrontare nel modo più adeguato.

Nessuno può essere condotto fuori dal proprio inferno, se non sente già in sè il sentiero verso la libertà e le ali. Allora la mano che lo conduce non gli indicherà la via, ma lo accompagnerà semplicemente rendendo più solido ogni suo passo. (Fabio Privitera)

La paura, può costituire un allenamento del cervello e, quindi, diventare un’abitudine?

Un’abitudine alla sensazione d’allarme? È un po’ difficile, perché l’allarme crea delle sfumature di variazione in quanto che, se fosse sempre della stessa intensità non riusciremmo più a considerarlo in quanto tale, a causa del meccanismo di assuefazione che il nostro sistema psiconeurologico determina. Comunque, la domanda non è scorretta perché, quando noi impariamo a considerarci adeguati ad affrontare il presente e il futuro, vedremo le circostanze, anche avverse, come stimoli per verificare la nostra capacità ed eventualmente come opportunità per imparare qualcosa di meglio. Quindi affronteremo tutto come se fosse "normale amministrazione".

Un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio si alzò e andò ad aprire e vide che non c’era nessuno. (Martin Luther King )

La paura, può essere definita come reazione emozionale conflittuale negativa?

Dipende da che tipo di paura consideriamo. Ognuno di noi, infatti, sviluppa paure che coinvolgono sia la sfera affettiva, sia quella aggressiva che quella della neutrergia (parte razionale e logica). Tutto ciò che ci induce a fuggire o ad aggredire ha a che fare con la sfera dell’aggressività; quello che ci porta a temere la perdita di un affetto, che genera un sentimento di malinconia per la lontananza a qualcuno (o qualcosa) cui siamo legati, si va ad imperniare, ovviamente col settore dell’affettività; quando si determinano situazioni a seguito delle quali si vede minacciata la propria stimabilità o credibilità, si genera paura che coinvolge il settore della razionalità logica e riflessiva che, tecnicamente, si chiama "neutrergia". Queste sensazioni possono assumere declinazioni positive o negative, a seconda delle motivazioni e delle reazioni all’evento. Quando si generano conflitti decisionali sul da farsi, resteremo bloccati fintanto che non riusciremo a venirne fuori, in un senso o nell’altro, a seconda che prevalga la componente negativa (che determinerà azioni distruttive) o positiva (che porterà a strategie costruttive) del conflitto.

"Se volete non aver paura di nulla, dovete credere che tutto possa farvi paura" (Seneca).

Qualcuno sostiene che la propria personalità cresca parallelamente alle paure da affrontare. È corretto affermare, di conseguenza che, più paure si supereranno, più si diventerà forti?

È chiaro che ogni qualvolta noi ci troviamo di fronte delle situazioni da affrontare e che non conosciamo, perché sono esperienze nuove, ci mettiamo in condizione di accelerare il funzionamento di tutto il metabolismo compreso quello psiconeurologico, per individuare una strategia azzeccata. In questo modo ci mettiamo nella situazione di imparare velocemente come comportarci adeguatamente, quindi più allenamento facciamo in tal senso, più diventiamo persone pronte. L’importante è che tutto venga vissuto con il dovuto equilibrio altrimenti corriamo il rischio di diventare dei reduci post bellum, cioè, praticamente, come tutti i soldati che tornano dalle guerre che poi vivono una sindrome da stress cronico post traumatico in conseguenza della quale avranno difficoltà di adattamento nel mondo reale. Equilibrio, è questa la parolina magica che ci aiuta ad uscire da circostanze difficili.

Se abbiamo una personalità sufficientemente sviluppata, perché dovremmo farci accompagnare dalla paura?

Perché la paura, proprio come definizione etimologica, ha a che fare con l’incremento dell’attenzione nei confronti di quello che abbiamo intorno e di quello che riflettiamo nel mondo interiore. Ridurre questo tipo di attivazione emozionale significherebbe tendenzialmente spegnerci all’interno di grigie abitudini... ed è così che comincia l’invecchiamento.

"Dove c’è pericolo lì cresce anche la speranza" (F. Holderlin).

Le paure di oggi sono diverse da quelle di ieri e saranno differenti da quelle del futuro. Dobbiamo concludere che le paure ci accompagneranno per sempre?

Cambiano in funzione delle esperienze cui siamo sottoposti quindi, più usciamo da schemi abitudinari, più diventiamo capaci di adattarci a quello che di nuovo ci viene proposto. Questo mi consente di fornire alcune brevi indicazioni sull’importanza delle abitudini che rappresentano delle circostanze di vita ben collaudate, all’interno delle quali noi ci sentiamo sicuri e protetti; è un po’ come vivere in un appartamento di cui conosciamo ogni anfratto: potremmo saperci muovere, nel suo interno, anche ad occhi chiusi.

Il limite qual è?

Non venire a conoscenza di quanto potremmo migliorare quel complesso abitativo e quindi finiremmo con il costringerci all’interno di uno schema da cui non evolvere. Il nostro cervello, in fondo, ha bisogno di "andare oltre" perché, in presenza di stimoli ripetitivi finisce con il desensibilizzarsi, in maniera assuefativa.

Le paure variano a seconda del contesto. La metodologia psicologica da utilizzare è sempre la medesima?

Cambia in funzione delle motivazioni che hanno determinato la reazione d’allarme che chiamiamo paura: a seconda di ciò che ci troviamo di fronte, sarà necessario studiare strategie adeguate. Adeguate al momento, in funzione di quello che sappiamo esprimere, adeguate all’energia residua, adeguate all’ostacolo, adeguate al contesto (un conto è trovarci al riparo, un conto è trovarci in mezzo alla strada in una giornata di pioggia e di vento), adeguate ad una serie di circostanze che cambiano. Più diventiamo flessibili e capaci di affrontare gli eventi nuovi, meno paura ci riserverà il presente e il futuro. Meno paura non significa meno interesse; significa, semmai, ridurre quella quota di tensione che, alla lunga, un po’ logora.

"Non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che ha
creato il problema..." (A. Einstein)

In sostanza, la paura è legata alle novità?

È legata alle novità in maniera inversamente proporzionale alla capacità di adattamento perché, più diventiamo interessati ad affrontare tutto ciò che serve per migliorarci, più ci rapporteremo agli eventi nuovi con curiosità, come fa un bambino. Perché questo? Perché sappiamo che, comunque, prevenendo con un minimo di saggezza, di maturità (neanche tanto) gli eventi che non conosciamo, al massimo ci costringeranno a riflettere in maniera più accurata... ma non costituiranno un pericolo.

Allora, possiamo sostituire il termine paura con quello di prudenza e attenzione?

La prudenza viene dopo perché, prima attiviamo l’attenzione con una reazione di allarme, quindi stabiliamo come affrontare quella circostanza.

"Un uomo in grado di pensare non è sconfitto anche quando l’apparenza ci indurrebbe a credere il contrario. (Milan Kundera)

Quanto influisce la Società, sulle paure irrazionali?

La Società è composta da persone che ci influenzano in maniera diretta ed indiretta, perché noi siamo in grado di riuscire a generare qualunque tipo di emozione positiva, conflittuale o negativa in funzione di ciò che sappiamo, in merito all’elemento che ci produce una risposta di tipo emozionale. È chiaro che, per esempio, un ambiente di persone che perdono la testa facilmente di fronte alle difficoltà, ci "insegnerà" a rapportarci in maniera incongrua di fronte agli eventi della vita; se, invece, abbiamo la buona sorte ( in questo caso, è proprio il caso di dirlo) di crescere accanto a chi sa valutare in maniera concreta, corretta, adeguata, equilibrata tutto ciò che accade intorno, impareremo a saperci relazionare con gli ostacoli, stabilendo il da farsi man mano che si presentano, senza vivere con l’angoscia del futuro.

Perché?

Perché, il futuro, è tutto ciò che noi incontriamo man mano che procediamo all’interno del presente, nei confronti del quale impariamo a prendere le misure. Noi non possiamo preoccuparci di quello che potrebbe accadere per esempio fra un mese, perché gli eventi relativi non arriveranno fra pochi minuti ma fra trenta giorni e, di conseguenza, avremo tutto il tempo di cambiare il nostro modo di essere, di capire come evolvono le situazioni, di approntare le necessarie contromisure in quanto che, domani saremo diversi da come siamo oggi. Tutto qua.

Se la paura crea allarme, quindi tensione, come si fa ad essere lucidi e logici a sufficienza per valutare la situazione nel modo più adeguato?

Proverò ad essere esplicativo nel modo più semplice possibile. È una questione che riguarda l’abituarci all’idea che è necessario imparare ad affrontare le situazioni, man mano che si creano e che, l’allarme nei confronti delle stimolazioni che vengono da fuori o da dentro, serve soltanto ad aumentare l’attenzione verso qualcosa che ci sollecita, così da stabilire abbastanza velocemente se è un pericolo oppure se è qualcosa da cui trarre elementi piacevoli.

La paura, infatti, va intesa come la nostra capacità di reagire di fronte a sollecitazioni che non conosciamo o, comunque, non abitudinarie. Quante volte, infatti, quando eravamo più giovani, andavamo all’appuntamento con la persona con uno stato d’animo "fatto" di palpitazioni, di tensione, di angoscia, di paure!

Perché?

Perché tutto questo rappresentava un "mondo nuovo" per noi anche se sapevamo che dall’altra parte avremmo incontrato una persona piacevole, una persona che ci avrebbe accolto... è solo che noi non eravamo ancora adeguatamente preparati per sapere come comportarci. Quindi la paura, cioè questa specie di allarme, si determina ogni volta che noi non sappiamo che posizione assumere di fronte ad eventi nei confronti dei quali ci stiamo avvicinando oppure che ci vengono a trovare.

La soluzione migliore è quella di imparare a diventare tranquilli, in funzione di quanto abbiamo la prova di saper riflettere in maniera neutrergica, allenando la nostra mente in funzione di termini quali: realtà e verità.

Tutto questo, senza lasciarci suggestionare da luoghi comuni: è meglio verificare per metterci al riparo da pregiudizi, condizionamenti negativi e quindi valutazioni scorrette.

Quando si riflette sulla paura, pensando "combatto o fuggo?", nel caso in cui non sia possibile sottrarsi (come ad esempio una seduta di laurea o circostanze simili), cosa si può fare?

"Fu la paura a renderlo audace" (Ovidio).

Si può provare a prepararsi con un po’ d’anticipo perché, riguardo l’esempio proposto, di sicuro non è un evento improvviso, ma qualcosa che noi conosciamo da tempo, per cui abbiamo la possibilità di imparare a saperci rapportare. Questo significa stabilire qual è il motivo per cui andremo a discutere l’argomento stabilito in precedenza con il nostro relatore e, quindi, imparare, per esempio, ad acquisire informazioni su chi saranno le persone che ascolteranno, qual è il motivo in base al quale devolveranno parte della loro vita per sentire ciò che avremo da dire, cosa, in sostanza, si aspetteranno da noi e come saremo in grado di corrispondere alle loro aspettative. Tutto questo porta a razionalizzare la fattibilità dell’evento per cui, acquisendo le giuste informazioni, andremo a determinare una competenza specifica. A questo punto, l’allarme sparirà perché potremo, al massimo, generare un po’ di tensione preparatoria all’evento, soltanto per evitare che l’attenzione cali troppo.

Ansia e paura sono collegate. Come bisogna intervenire? È necessario non produrre più ansia o razionalizzare le paure?

Ansia e paura sono effettivamente collegate in maniera consequenziale: si determina prima la reazione di attivazione di fronte ad un evento che non conosciamo abbastanza o che sappiamo che ci creerà dei problemi. Però, non sempre da lì si andrà a creare l’ansia (riguardo, magari, l’aspettativa di un fallimento), per cui è necessario imparare a diventare esseri umani preparati.

Preparati a cosa?

A sapere che, anche quando non siamo in grado di affrontare una situazione, ci viene presentata l’opportunità di diventare migliori, purché si vada a far tesoro di quella esperienza. Tante volte l’ansia diventa qualcosa di molto più impegnativo come, ad esempio, il disturbo di panico. Quando una persona pretende da se stessa di riuscire a gestire situazioni complesse con uno standard di aspettative molto elevato e, in aggiunta, è anche un po’ rigida, in termini di adattabilità, non accettando deviazioni da quanto stabilito in precedenza, allora la tensione sale sino ad un livello non più sopportabile e, quindi, si attiveranno reazioni di tipo neurovegetativo che produrranno gli eventi sgradevoli. Si realizzerà, così, una serie di problematiche che acquisisce il nome di "sindrome da distonia neurovegetativa", cosicché l’attenzione viene spostata dalla paura di fallire alla paura di poter star male; è, quindi, una sorta di protezione mentale che la persona è costretta ad attuare suo malgrado, a livello inconsapevole.

E’, invece, meglio e più logico sapersi adattare alle circostanze, considerando che non possiamo pretendere di sistemare tutto, ma possiamo creare un rapporto di gestione "relativa" con quello che ci circonda. "Gestire" significa accordarsi nella maniera migliore possibile, riducendo al massimo il rischio di sbagliare, senza pretendere di eliminare gli elementi non previsti e non prevedibili, contro i quali, a volte, non siamo preparati nella giusta maniera. Se lo fossimo, saremmo perfetti, ma siamo lontani da condizioni del genere (e meno male!), così abbiamo di che impegnare in maniera costruttiva il nostro tempo senza annoiarci.

Se razionalizziamo la paura, consapevolizzandone i motivi, possiamo imparare a stabilire come rapportarci di fronte a situazioni complesse.

Faccio un esempio, prendendo spunto da quello che ho riportato, precedentemente: se ci trovassimo di fronte ad un serpente velenoso, ognuno di noi produrrebbe uno stato di paura perché quell’animale costituisce un pericolo. Come reagire di fronte all’animale ma, prima ancora, di fronte alla nostra paura che a primo acchito ci blocca? Innanzitutto bisogna chiarire cosa ci blocca, per darci il tempo di riflettere su cosa fare. Bene, in funzione di quanto conosciamo circa il comportamento del serpente, possiamo decidere come comportarci. Per esempio partendo dal principio in base a cui, da qualunque documentario divulgativo ci viene spiegato che il rettile in questione potrebbe attaccarci solo nel momento in cui si sentisse veramente minacciato dalla nostra presenza, allora sarebbe sufficiente restare immobili per un po’ di tempo, per indurlo ad andarsene per la propria strada. Come risulta evidente, abbiamo razionalizzato la problematica, trasformando quello che, nell’immaginario collettivo, potrebbe essere una catastrofe, in qualche cosa di affrontabile. Basta sapere cos’è quello di cui ci stiamo occupando.

"Siamo stati naviganti con l’acqua alla gola... e in tutto questo bell’andare, quello che ci consola è che siamo stati lontani e siamo stati anche bene... e siamo stati vicini e siamo stati insieme. Siamo stati contadini, noi due, senza conoscere la terra... e piccoli soldati senza amare la guerra; ci hanno mandati lontano senza spiegarci bene e siamo stati male... ma siamo ancora insieme. Grandi corridori di corse in salita, che alzavano la testa dal manubrio per vedere se fosse finita, allenati alla corsa, allenati alla gara e preparati a cadere... e a tutto quello che s’impara; innamorati della sera, innamorati della luna, conoscitori della notte, senza averne paura; innamorati di quel fiore che non vuole mai dire: ecco, è tutto finito e bisogna partire... ma ora è il momento di mettersi a dormire, lasciando scivolare il libro che ci ha aiutati a capire, che basta un filo di vento per venirci a guidare... perché siamo naviganti, senza navigare mai!" (Ivano Fossati - Naviganti)

Essere perfezionisti, potrebbe camuffare le paure?

L’elemento legato al perfezionismo, manifesta un eccesso comportamentale, perché non si rimane soddisfatti di quello che si ha intorno e, in fondo, del proprio standard di rendimento, in maniera ossessiva. In conseguenza di ciò, questa modalità di elaborazione mentale, costringe a determinate azioni, realizzando una sorta di protezione per non pensare a qualcosa che può rappresentare problematiche ben maggiori; infatti, fintanto che io ho la mente impegnata a provare fastidio ogniqualvolta osservo qualcosa che non ritengo essere al suo posto, è chiaro che non ho il tempo e l’energia di dedicarmi ad altro, ad esempio, alla risoluzione di qualcosa che temo di non saper affrontare. In fondo, sistemare in maniera precisa quello che ho in casa oppure gli elementi del mio lavoro, è qualcosa che sento alla mia portata e, quindi, devolvo il mio tempo e le mie capacità di quel momento.

Tutto questo, comunque, ha un rovescio della medaglia che si estrinseca, dapprima, con una sorta di autocoercizione (che nel tempo finiremo con il non sopportare); in un secondo momento, determineremo la crescita esponenziale del grado di attenzione interna per cui, il pretendere di essere perfetti e di avere un ambiente consono a ciò che riteniamo debba essere, porta, in un momento di scarso rendimento (cosa che può accadere a tutti), a manifestare disturbi ansiosi più o meno gravi.

Si ha paura di mille cose, dei dolori, dei giudizi, del proprio cuore, del risveglio, della solitudine, del freddo, della pazzia, della morte... specie di questa, della morte. Ma tutto ciò è maschera e travestimento. In realtà c’è una cosa sola della quale si ha paura: del lasciarsi cadere, del passo incerto, del breve passo sopra tutte le assicurazioni esistenti. E chi una volta sola si è donato, chi una volta sola si è affidato alla sorte, questi è libero. Egli non obbedisce più alla legge terrena, è caduto nella spazio universale e partecipa alla ridda delle stelle" (H. Hesse).

Il vuoto e poi... ti svegli e c’è un mondo intero intorno a te. Ti hanno iscritto a un gioco grande, se non comprendi, se fai domande, chi ti risponde ti dice: "E’ presto, quando sarai grande, allora saprai tutto... Saprai perché!" E allora osservi gli altri giocare: è un gioco strano, devi imparare, devi stare zitto, solo ascoltare... devi leggere più libri che puoi, devi studiare. E’ tutto scritto, catalogato: ogni segreto, ogni peccato. Saprai perchè, quando sarai grande, saprai perché!

 

G. M. - Medico Psicoterapeuta
Si ringraziano Lina Gentile, Maria Mazzuca ed Emanuela Governi, per la collaborazione nella stesura del dattiloscritto.

 

 

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