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INCONTRO CON IL CINEMA: GIANNI AMELIO
di Marilena Dattis  ( marilenadattis@gmail.com )

18 dicembre 2001

Parliamo di cinema con Gianni Amelio, uno dei registi più importanti del panorama italiano degli ultimi anni. Candidato all'Oscar per Porte aperte nel 1990 e vincitore del Leone d'oro a Venezia con Così ridevano nel 1998. Il regista calabrese si è sottoposto volentieri ad una serie di domande raccontandoci qual è la sua idea di cinema. Il risultato è una piacevole conversazione , durante la quale sono emersi anche spunti e suggerimenti per coloro che il cinema sognano un giorno di poterlo fare.


 

BIOGRAFIA:

Gianni Amelio è nato a S. Pietro in Magisano (Cz) il 20 gennaio 1945. Vive e lavora a Roma .

Dopo aver conseguito la Laurea in Filosofia, esordisce prima come documentarista in seguito come operatore ed aiuto-regista. Nel 1970 dirige la sua prima opera ufficiale per la televisione La Fine del Gioco.

Nel 1978, con La morte al Lavoro, la sua prima opera cinematografica, si aggiudica il Premio del Festival di Locarno.

Nel 1983, avviene la sua definitiva consacrazione, il film è Colpire al cuore, dove il regista affronta sapientemente il tema scottante del terrorismo.

Nel 1990 si aggiudica una nomination all’Oscar per Porte aperte, tratto dall’omonimo romanzo di Sciascia, interpretato da Gian Maria Volonté, e nel 1992 dirige Il ladro di bambini con il quale vince il Granpremio della giuria a Cannes.

Con Lamerica nel 1994, alla Mostra del Cinema di Venezia gli viene consegnata l’Osella d’oro per la regia.

Nel 1998 conquista la Mostra Veneziana che gli assegna il Leone d’oro per il film Così ridevano.

ABBIAMO INCONTRATO IL REGISTA NELCORSO DI UN INCONTRO-DIBATTITO TENUTOSI MERCOLEDI’ 12 DICEMBRE 2001 PRESSO L’UNIVERSITA’ DELLA CALABRIA.

Domanda: Lei è uno dei registi italiani più importanti degli ultimi anni è il suo è sicuramente un cinema d’autore, ma ha dichiarato che non ama il "concetto di autorialità", cosa vuol dire oggi fare del cinema d’Autore?

Risposta: Il cinema d’autore, per me è il cinema dove c’è una persona che si prende la briga di portare la croce. Io porto sempre l’esempio del cireneo, il cireneo è un signore che è costretto a portare la croce al posto di Gesù Cristo, il cireneo non centrava nulla però viene incaricato d’ufficio di portare la croce, e lui senza fiatare si prende addosso questo peso e lo porta.

Io dico che per ogni cosa che facciamo soprattutto per un film, ci vuole qualcuno che porti la croce. La croce la porta colui che si prende la responsabilità delle scelte.

E allora possiamo dire che l’autore è Dreyer, l’autore è Murnau, l’autore è Ejzenstejn ecc. Invece può essere uno che porta la croce un po’ più disinvoltamente e allora può essere Corbucci, può essere Vanzina oppure se vogliamo stare sul cinema alto e nobile e benedetto da tutto e da tutti Spielberg, perché non è autore Spielberg o perché non è un autore Lucas? Non è un autore solamente Altman. Autori sono anche quelli che lavoravano nelle grandi majors americane quando essere autori era una bestemmia.

Oggi vuol dire che se tu ti prendi la responsabilità sei tu l’autore, se la dai a chi fa la fotografia è lui l’autore, se la dai a chi fa la produzione diventa l’autore, se la dai all’attore protagonista è lui l’autore. Se ti levi le responsabilità smetti di essere autore di quello che fai. Non è la qualità del lavoro che fa l’autore, in senso attuale, in senso moderno, perché noi passiamo parlare all’infinito d’autorialità ma poi si vedono in giro registi intellettuali che vanno sul set e non riescono a fare niente. Non bisogna essere intellettualmente aperti, preparati e poi non sapere svolgere fino in fondo il proprio ruolo oppure delegare altri. E perché deve essere negata l’autorialità a qualcuno che dice, io faccio un film di genere horror perché capisco l’horror e perché quello è il mezzo di comunicazione che mi appartiene e faccio un bellissimo film horror.

Perché noi siamo viziati da vecchi stereotipi per cui tutto ciò che è contaminato in qualche modo cessa di essere arte. Nel cinema soprattutto i confini dell’arte sono estremamente permeabili.

Il cinema è una cosa molto bastarda ,bastarda anche quando si tratta della passione di Giovanna D’arco, Dreyer per esempio quando deve dirigere la Dragonetti deve usare dei mezzi che pochissimo hanno a che fare con i massimi sistemi del nostro intelletto, magari le deve dare un sonoro ceffone per farla piangere.

Il cinema non si può fare in punta di forchetta, non si può fare sedendosi e pensando, al cinema bisogna pensare molto prima e poi dopo fare agire le viscere fare agire lo stomaco. Io dico sempre che la regia è la parte nascosta dell’iceberg, qualcosa che tu non vedi ad occhio nudo, quello che vedi ad occhio nudo sono le riprese di un film, nelle riprese di un film non si vede la regia. Tutti possono imparare la tecnica.

Il problema della regia è un altro, poi se tu vuoi diventare autore è un altro ancora.

D. Nei suoi film si ritrovano elementi neorealisti, che rapporto ha Gianni Amelio con il Neorealismo?

R. Io credo di essere lontanissimo dal Neorealismo, non sta a me poi giudicare.

Io mi sento con il cuore vicinissimo, ma non mi sembra di dare gli stessi risultati e mi sembra anche di essere storicamente dentro un abito lontanissimo da quello che ha prodotto il Neorealismo. Ci sono delle cose forse a livello di sguardo e sicuramente a livello di contenuto in alcune cose che possono ricordare De Sica, per esempio in Ladro di Bambini; forse c’è in un film come Lamerica qualcosa di rosselliniano ma a livello che Rossellini cercava di essere nei posti dove avvenivano le cose, che era un fatto tipico suo. Però, magari io avessi la capacità di aggiornare lo sguardo neorealistico, che andrebbe aggiornato non per un fatto di moda, ma per un fatto di coscienza dell’oggi. Magari io avessi maturato realmente gli insegnamenti del Neorealismo da fare un cinema che conservasse, ma nello stesso tempo riproponesse altre forme. Più semplicemente quello che io credo che manchi a me e al mio cinema è la forza di novità e la forza di rottura che il Neorealismo all’epoca aveva.

Io posso mettermi sulla scia di, ma non posso sentirmi erede. Perché se fossi erede realmente, allora sarei uno , non dico che rinnega ,ma che mentre ricorda trasforma.

D. Lei insegna alla Scuola Nazionale di Cinema a Roma, cosa vuol dire insegnare Cinema, ma soprattutto si può imparare a fare il Cinema?

R. Io posso essere disordinato e dire le cose che dico ogni anno il primo giorno ai miei studenti. Vedete ci sono il banco e la porta, al banco sedetevi il meno possibile la porta usatela per entrare ma soprattutto per uscire. Fuor di metafora, quello che voglio dire è che lo studente non deve sedersi e non deve pensare che essere studente sia un punto di arrivo, è un minuscolo punto di partenza.

Io dico che lo studente di Cinema debba essere un ladro di destrezza, non deve farsi accorgere di rubare ma deve rubare all’insegnante ciò che non gli viene detto.

Deve cercare di lavorare , ciascuno di noi deve cercare nel momento in cui un altro gli insegna di imparare anche contro l’insegnamento, non nel senso di opporsi in modo irragionevole, ma di non adagiarsi sull’insegnamento passivo.

Guai se io considero che una volta apprese determinate regole penso di diventare un grande regista. Una metafora che uso spesso è la differenza tra uno scrittore e un dattilografo, il dattilografo scrive a macchina benissimo però magari non ha niente da raccontare, uno scrittore è uno che forse ha delle cose da raccontare però digita magari molto lentamente.

Io dico che spesso la scuola di cinema forma dei grandissimi dattilografi ma non riesce a formare dei grandi scrittori.

D. Vorrei chiudere con un consiglio di Gianni Amelio a tutti coloro che vogliono fare Cinema.

R. Osservare, imparare ad osservare ad occhio nudo e poi allenarsi con una videocamera. Imparare ad usare lo sguardo e a trasformarlo in linguaggio che serva a trasmettere delle emozioni. Restituire delle emozioni è la cosa più difficile, io consiglio d’iniziare con dei documentari, tutto ciò che vi circonda può essere interessante se si riesce a rendere attraverso l’occhio della telecamera l’emozione che si può percepire ad occhio nudo. Allenarsi usando, se si presta, anche la sorella mentre studia, rendere l’immagine leggibile a livello di linguaggio e attraverso il linguaggio far capire i sentimenti. Riprendere anche le piccole azioni restituendole in tutta la loro grandezza, questo è Cinema.

 

MARILENA DATTIS

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