Una questione di carattere - Parte Prima.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

3 marzo 2006






"Destino e carattere sono sinonimi di un medesimo concetto".


 

Approfondimenti e Clinica - 31

"Don Anto’, domani mattina devo uccidere mio padre". "Secondo me hai deciso". "Si". "Siete padre e figlio, lo capisci o no?" "L’uomo è uomo. Non posso cambiare idea!" "Se mi vieni a chiedere un consiglio, io intervengo e ti aiuto. Ma se rimani fermo nella tua decisione, io ti rispondo che l’uomo è uomo solo quando non è testardo... quando capisce che è arrivato il momento di fare marcia indietro e la fa. Quando riconosce un errore commesso, se ne assume la responsabilità e cerca scusa. Quando apprezza la superiorità di un altro uomo e gliela riconosce. Quando amministra e valorizza nella stessa misura, tanto il suo coraggio, quanto la sua paura. Santaniello, il vero uomo sono io! A questo punto, te ne vuoi andare o accetti un consiglio?"

Questo è uno dei passi più significativi de Il sindaco del rione Sanità, "cantata dei giorni dispari" in tre atti di Eduardo de Filippo. Il "sindaco" del rione Sanità è Antonio Barracano che, con l’aiuto dell’amico medico, Fabio della Ragione (che vorrebbe partire per l’America, al fine di affrancarsi da quel tipo di vita), si avvale del suo carisma per amministrare la giustizia secondo un criterio molto personale, al di fuori dello Stato e al di sopra delle parti. In tal modo si determina una sorta di ordine basato su regole non scritte di cui lui è il garante. Gli si rivolge Rafiluccio Santaniello, il quale confessa di voler uccidere il padre Arturo, poiché quest’ultimo lo ha cacciato di casa e costretto alla fame, insieme alla fidanzata Rita al settimo mese di gravidanza. A questo punto, don Antonio convoca Arturo ma l’uomo non accetta che un estraneo s’intrometta nelle sue faccende. Il "sindaco", quindi, si reca da lui di persona, con l’intento di ridurlo a più miti consigli. Non ha fatto i conti, però, con la forza della disperazione di chi è convinto di venire ucciso. Infatti, nel corso della discussione, incredibilmente resta gravemente ferito. Paradossalmente, il boss "predispone" che il delitto venga occultato e la sua morte addebitata "a cause naturali", al fine di evitare vendette trasversali da parte dei propri figli. Il culmine della filosofia parossistica che pervade la commedia in tutta la sua cruda drammaticità, lo si raggiunge durante la cena finale, cui partecipano tutti gli accoliti ("protetti" e "malfattori"), durante la quale prende congedo per andare a morire. Il dr. Fabio della Ragione, rendendosi conto dell’irriconoscenza dei tanti beneficati, decide di denunciare la verità seguendo, per una volta, i dettami della propria coscienza.

Probabilmente, nulla è stato più dibattuto di quanto ruota intorno al concetto di carattere, in merito alla valutazione e al giudizio nei riguardi altrui. Si è da sempre ritenuto che questo aspetto peculiare fosse responsabile del modo di essere e di agire di ciascuno di noi restando, altresì, stabile ed immutabile nel tempo. Attualmente, le più moderne ed avanzate correnti scientifiche, ritengono che il carattere sia soltanto un "mezzo", soprattutto verbale, mediante cui si trasmette il proprio modo di essere.

Esiste una differenza fra personalità e carattere?

Stranamente, i due vocaboli hanno una genesi unica sul piano etimologico, dal momento che i latini intendevano con l’espressione "personare", la modalità di trasmettere le espressioni emotive degli attori di teatro mediante una maschera di legno i cui lineamenti amplificavano gli stati dell’animo. Successivamente, il termine personalità, venne utilizzato per individuare il complesso delle qualità di un individuo. In sostanza, il carattere costituisce una componente della personalità anche se, comunque, imparando ad osservare con sufficiente attenzione le varie manifestazioni caratteriali, si riesce a capire il livello raggiunto, in termini di maturità ed equilibrio interiore. Questo non tanto perché il carattere rivesta un ruolo fondamentale (anche se, comunque, pur sempre importante), quanto perché ci consente di sapere, con sufficiente approssimazione, quello che una persona effettivamente pensa. Infatti, le varie "funzioni" (sfaccettature del carattere) ci dicono "chi sei allo stato attuale", ci fanno trapelare "com’ eri" e ci indicano "come potresti diventare".

In che modo può essere definito il carattere?

In informatica, il carattere identifica un’informazione individuata univocamente da un codice. La stessa cosa vale per l’essere umano: se per codice intendiamo un sistema di segni destinato convenzionalmente a rappresentare e trasmettere l’informazione tra una fonte emittente ed un soggetto ricevente, viene spontaneo concludere che il carattere è quel "mezzo" in grado di trasmettere l’insieme delle caratteristiche fisiologiche (perché benessere e sintomi manifestano la nostra personalità), morfologiche (in quanto ognuno "porta" le proprie sembianze in maniera del tutto personale) ed etologiche (dal momento che l’adattamento all’ambiente avviene in maniera soggettiva) che differenziano gli esseri viventi. Quel complesso di reazioni che un individuo manifesta di fronte a determinati impulsi e che prende il nome di comportamento, risulta dalle strategie elaborate, per lo più in maniera inconsapevole, nelle zone encefaliche di pertinenza del pensiero (Corteccia cerebrale, formazione reticolare mesencefalica, talamo, ippocampo) e trasmesse, mediante parole, attraverso il carattere.

Ambiente e genetica

In biologia, gli elementi caratteriali sono detti acquisiti se vengono "importati" dall’individuo nel corso della vita per cause ambientali, mentre li si definisce ereditari se vengono trasmessi geneticamente da una generazione all’altra. Per quanto riguarda l’aspetto corporeo, si riconoscono influenze tanto genetiche quanto ambientali: basti pensare che, una persona, pur somigliando somaticamente alla famiglia di appartenenza, subisce, tuttavia, influenze rilevanti sul fenotipo genetico (manifestazione dei caratteri ereditari) dalle condizioni ambientali. In merito all’aspetto psicologico, si fa sempre più strada la convinzione che gli elementi genetici si possono individuare soltanto nelle componenti di base della personalità; il resto è attribuibile all’enorme flusso di informazioni che affluiscono lì, dove ha sede la memoria (Ippocampo e lobi temporali dell’encefalo) fin dal periodo della gestazione e per tutto il resto della vita: questo, è dimostrato che determina imprinting altamente condizionanti. Considerando tali convincimenti scientifici, si fa fatica a credere che il carattere di una persona rimanga immodificato e immodificabile. Al contrario, si è sempre più propensi a ritenere (anche sulla base degli esperimenti più evoluti), che risenta profondamente di elementi esperenziali in grado di plasmare in continuazione i nuclei genetici di base, interpretati alla stregua di fondamentali potenziali di base.

Se il carattere di una persona non si estrinseca su base genetica ma risulta in funzione dell’ambiente circostante, come mai, allora, in una stessa famiglia si hanno figli che si comportano in maniera molto diversa fra loro? Possiamo spiegare il tutto ricorrendo ad un esempio pratico: il carattere di una persona è simile ad un’opera d’arte modellata da un artista (famiglia, ambiente esterno in genere). Quest’ultimo, col passare del tempo, modifica il proprio modo di essere e, di conseguenza, esprime il proprio cambiamento, mediante delle creazioni sempre differenti l’una dall’altra

Si è già ampiamente documentato in articoli specifici (Il grande Network), il rapporto che esiste fra l’equilibrio psicologico e la buona salute. Preferiamo, qui, riportare i risultati di altre ricerche condotte in merito. In un articolo di biopsicologia, apparso su Tuttoscienze n. 872 (La Stampa,anno 133,n.121), si dimostra come il carattere possa effettivamente influenzare l’andamento della salute psicobiofisica di un individuo, agendo dal sistema immunitario e, a cascata, determinando l’innesco di un circolo "virtuoso" con ricadute positive anche sul sistema nervoso e sull’apparato endocrino.

Da tempo ormai, si sa (grazie alle novità della genetica) che, molto presto basterà un comune prelievo di sangue per sapere se abbiamo una disposizione a contrarre determinate malattie o a sviluppare particolari tipi di tumore. Quello che ancora non è stato rivelato su un piano adeguatamente divulgativo, è che per fare una prognosi simile, potrebbe essere sufficiente un test di personalità.

Eppure, è uno scenario tutt’altro che inverosimile. È statisticamente dimostrato, infatti, che un temperamento collerico, rigido, esasperatamente ambizioso predispone al rischio di infarto o di altri disturbi cardiovascolari. Attualmente, si moltiplicano le pubblicazioni sulla relazione tra le disposizioni del carattere e la maggiore o minore vulnerabilità alle infezioni. E’ recente lo studio pubblicato su Biological Psychology di Gonzalez e altri autori, in cui è emerso come i tratti di personalità siano la componente psicologica che maggiormente influenza le nostre risposte immunitarie. L’indagine era finalizzata a verificare se esiste un rapporto tra eventi della vita, personalità e reazione dei linfociti T (il tipo di globuli bianchi più importanti nella soppressione dei virus) ad un agente che ne stimola la moltiplicazione: la fitoemagglutina.

Il primo dato emerso era piuttosto prevedibile: chi aveva avuto un’esistenza segnata da lutti, drammi e sofferenze, mostrava una reattività decisamente blanda a questa sostanza. Ma l’esito più sorprendente è stata la scoperta che a mediare l’impatto dello stress sull’immunità naturale sono gli aspetti del carattere. Gli individui che, pur riferendo un passato tribolato, erano al tempo stesso indipendenti e anticonformisti, esibivano una buona risposta al composto stimolante e valori elevati dei globuli bianchi. Per contro, gli individui emotivi, indipendentemente dal fatto di aver subito poche o molte vicissitudini, reagivano in modo debole e la percentuale dei loro linfociti era notevolmente bassa.

In un altro esperimento, Kropiunigg e altri ricercatori hanno sottoposto un campione di individui eterogenei ad una situazione moderatamente stressante. Dal confronto dei questionari di personalità e la conta dei linfociti prima e dopo la prova è risultato che gli individui maggiormente dipendenti e con un esagerato bisogno di appoggio morale, avevano riportato la più pronunciata diminuzione dei linfociti T e in particolare della classe degli helper, una sorta di elaboratori di strategie, nella lotta alle infezioni.

Insomma, la stima di sé è uno dei cardini di una personalità forte e stabile.

Chi ha un’alta considerazione di se stesso (senza scadere, ovviamente, nell’autoesaltazione) è anche poco influenzato dal giudizio altrui, meno conformista e più tenace nel mantenere saldi idee e principi, se sottoposto a pressione sociale.

Proprio la stima di sé esercita un effetto notevole sulla forza del sistema immunitario.

Uno studio di Straumann Lemieux e Coe, pubblicato sul Journal of Social Psychology, ha dato prova che gli individui con minor stima di sé, se sottoposti ad una valutazione negativa, riportano una netto calo dell’attività dei linfociti NK (killer naturali). L’esposizione al rifiuto e ai pregiudizi sono due realtà con cui certe categorie devono continuamente scontrarsi; è il caso ad esempio degli omosessuali, specie se sieropositivi. Una ricerca dello psicologo Cole e altri autori, ha dimostrato che i gay che dichiarano apertamente le proprie preferenze sessuali hanno un sistema immunitario più forte rispetto a quelli che le nascondono. Questo atteggiamento riduce la virulenza del virus HIV e rimanda a tempo indefinito, la diagnosi dell’AIDS conclamata . Per contro, gli omosessuali particolarmente sensibili alla riprovazione sociale mostrano una più rapida diminuzione dei linfociti T helper (quelli nei cui siti si "annida" il virus) e una minor resistenza alle patologie infettive.


Ottimismo e pessimismo sono altri due aspetti che influenzano in modo marcato le nostre risorse immunitarie. Uno staff medico dell’Università di Los Angeles, guidato da Segerstrom, ha scoperto che l’ottimismo è legato ad una tendenza al buon umore e ad un alta percentuale di linfociti T helper e di cellule NK. In parte, afferma lo psicologo, l’effetto dell’ottimismo sul sistema immunitario è modulato dal buon umore, ma in una certa misura è diretto. Sempre Segerstrom (con la stessa equipe e in un’analisi affine, apparsa sul Journal of Behavioral Medicine) ha constatato come l’essere apprensivi abbia pesanti ripercussioni sui globuli bianchi. Chi si preoccupa molto tende a manifestare un livello eccessivamente basso di cellule NK rispetto ad un gruppo di controllo e ad individui più concreti e realisti.

Un altro fattore di personalità che si è rivelato importante ai fini della reazione agli antigeni (gli agenti estranei all’organismo) è la capacità di parlare di sé e di esporre i propri sentimenti. Per verificare l’impatto di questa attitudine sulla risposta immunitaria, un gruppo di studio dell’Università di Miami, coordinato dal dott. Esterlin, ha inoculato un frammento innocuo di un virus a soggetti in precedenza identificati come estroversi o introversi, sul piano psicologico. Dopo di ché, è stata esaminata la quantità di anticorpi prodotti. Si è così provato che maggiore era la capacità di rivelare le proprie emozioni, più alto era il livello delle immunoglobuline o anticorpi. Non solo. È stato provato sperimentalmente che l’emozione che produce l’effetto più incisivo è la collera. Chi tende a reprimere l’espressione emozionale ed in particolare le manifestazioni di rabbia, appare più predisposto a sviluppare il cancro(ovviamente devono concorre anche altri fattori di cancerogenesi diretta e indiretta): una malattia che sembra sempre più legata proprio ad un’inefficienza del sistema immunitario.


Noi tutti, chi più chi meno, siamo portati a maturare delle credenze sul perché restiamo coinvolti in determinati avvenimenti.

C’è chi è convinto di essere in balia degli eventi e chi ritiene di esercitare un certo controllo sugli avvenimenti. Per quanto strano possa sembrare, questi due opposti atteggiamenti si sono dimostrati capaci di influire sulla capacità reattiva del sistema immunitario. Reynaert e altri psichiatri dell’Università Cattolica di Louvain (in Belgio) hanno approntato un programma di ricerca per verificare l’impatto di queste due diverse disposizioni sulle difese dell’organismo. Gli esiti delle indagini hanno messo in luce la considerazione che più uno è fatalista, tanto meno efficiente è la sua risposta alle infezioni.

"È il carattere, quello che segna il destino di ciascuno" (Cornelio Nepote - de viris illustribus).

 

...CONTINUA

G .M. - Medico Psicoterapeuta

 

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