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Il Pensiero e la coscienza di sé.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

15 ottobre 2015






Cosa c'è, alla "base" di tutto?


 

NEUROSCIENZE - EPIGENETICA - P.N.E.I.

Questo articolo è stato scritto, la prima volta, il 21 Maggio 2005. Oltre dieci anni, quindi che, quando si tratta di neuroscienze, equivale ad un tempo lunghissimo, all’interno del quale è come se si determinasse non uno... ma tanti BIG BANG! Inevitabile, quindi, la rimodulazione e l’arricchimento. Per maggiore completezza, si possono analizzare anche i seguenti articoli a corollario (della medesima sezione):Tessuto nervoso, Quel propulsore chiamato Identità, Psicoterapia, personalità, epigenetica, L’eroe dei due mondi, Il nostro cervello..., Sua maestà l’emozione, La biochimica delle emozioni.

BUONA LETTURA!


La ricerca dell’uomo per capire chi è e da dove deriva il sapere di esistere, sta affrontando elementi cruciali per decodificare i meccanismi di autoconfigurazione cellulare da parte dell’attività psicoemozionale. In questo lavoro si cercherà di fornire elementi esaustivi anche se a livello divulgativo, partendo dalle più moderne acquisizioni scientifiche senza trascurare il territorio delle discipline umanistiche, da cui il sapere ha tratto origine.

Che cos’è la coscienza?

Questo termine deriva dal latino e indica quella consapevolezza soggettiva, più o meno chiara, che l’uomo ha di sé (cioè dei suoi sentimenti, delle sue percezioni, dei suoi pensieri, ecc.) e di ciò che lo riguarda: in sostanza, la capacità di rendersi conto di qualcosa o la possibilità di tutte le funzionalità inconsapevoli che si esprimono mediante il tono dell’umore, il tutto grazie all’attività del pensiero, che rappresenta quella funzione dell’intelletto estrinsecantesi, mediante il sistema nervoso, nella produzione di elaborati più o meno complessi.

Gli esperti distinguono due forme fondamentali di coscienza definite, rispettivamente:

  • "di base" prevalentemente consapevole, responsabile di percezioni e apprendimenti "espliciti", di cui siamo in grado di rendere conto;
  • "attuale" prevalentemente (anche se non esclusivamente inconsapevole, caratterizzata da percezioni definite "implicite".

La prima attiene alla consapevolizzazione di esistere, di possedere un corpo ed una propria identità e consente, inoltre una localizzazione di sé nello spazio e nel tempo. La seconda consente l’estrinsecarsi di attività elaborative a produzione inconsapevole (Percezioni - Emozioni).

Dove nasce la coscienza

Nel XIX secolo era molto diffusa la concezione "frenologica", secondo cui le facoltà psichiche dovessero essere strettamente connesse a determinati luoghi del cervello. Mentre aspetti peculiari del carattere (ambizione, amore, etc.), come si può osservare dall’immagine, erano confinati in determinati distretti cerebrali, non era prevista alcuna localizzazione per la coscienza di sé o la consapevolizzazione dei propri elaborati e comportamenti.

Attualmente, in base ai risultati raggiunti dai ricercatori, si può affermare che l’attività della nostra coscienza (consapevole o meno) è possibile dal momento che vengono coinvolte alcune zone peculiari del nostro cervello, fra cui:

  • i sei strati cellulari della corteccia cerebrale (o neocorteccia);
  • la formazione reticolare mesencefalica (collegata al talamo e, da qui, alla corteccia), con i suoi nuclei della colonna mediana (per la cognizione delle sensazioni; raggruppa i nuclei del rafe che partecipano alla stabilizzazione del tono dell’umore, grazie all’azione della serotonina), mediale (che riceve informazioni in grado di modificare attenzione e stato di veglia) e laterale (con il nucleo Peduncolo Pontino del Tegmento - PPT e il locus coeruleus che mediante l’azione di noradrenalina ed acetilcolina, si attivano in presenza di stimoli significativi e partecipano nel meccanismo della formazione della memoria);
  • talamo e ippocampo (considerati la "porta" della coscienza).

In base alle più moderne acquisizioni neuroscientifiche, possiamo concludere che siamo in grado di percepire consapevolmente solo ciò che arriva in modo "efficace" alle aree associative della corteccia cerebrale. I processi di elaborazione che avvengono al di fuori della corteccia rimangono a livello inconscio. Siccome per l’attivazione della corteccia è indispensabile un coinvolgimento preventivo di queste altre zone (gangli basali sottocorticali, sistema libico, etc.), è facile dedurre che questo, tecnicamente, dimostra il fatto che la consapevolezza dei nostri elaborati è preceduta dall’attivazione delle attività inconsapevoli. Di fatto, questa "costellazione" anatomica crea il fondamento neuronale e nevrogliale di ciò che possiamo chiamare "autonomia d’azione dell’individuo", cioè la determinazione delle nostre azioni sulla base dell’esperienza. Dal momento che le componenti di elaborazione dei centri di controllo delle emozioni lavorano per lo più a livello inconscio, questo ci da un’altra prova del fatto che l’io cosciente non esercita un controllo sull’inconsapevole ma, semmai, accade l’esatto contrario.

Il metodo di indagine che i neurobiologi utilizzano per studiare il rapporto fra gli stati di coscienza e le diverse strutture cerebrali, oltre che sull’osservazione della perdita della capacità funzionale relativa a lesioni cerebrali in determinate aree, si avvale dell’ausilio di apparecchiature come, ad esempio:

L’argomento delle emozioni è stato trattato più approfonditamente nei seguenti articoli:

Sua maestà l’emozione;

La biochimica delle emozioni

In questo lavoro, comunque, possiamo ribadire che le emozioni rivestono un aspetto importante del lavoro del pensiero e si determinano nella parte finale degli elaborati, collegandosi strettamente ad ogni singola idea o concetto (gruppo di idee). Esse si generano a livello sottorticale come risultato dell’attività del sistema limbico (formazione costituita da ippocampo, circonvoluzione del cingolo e nucleo amigdaloideo), in grado di influenzare la funzionalità della corteccia. Un ruolo fondamentale viene svolto dall’amigdala (nel sistema limbico) che elabora e produce, a livello inconscio, gli stati emozionali più intensi. Il "sentirsi bene" determinato da uno stato di umore positivo e stabile, invece, deriva dal sistema mesolimbico (composto da nucleo accumbens e dall’area ventrale segmentale) che, mediante dopamina ed endorfine, coinvolge la corteccia.

Anche i contenuti della memoria sono parte integrante della coscienza individuale. Ovviamente, come già espresso nel precedente lavoro sull’apprendimento, ci riferiamo alla memoria dichiarativa (di cui sono responsabili ippocampo e corteccia)distinta, a sua volta, in:

  • memoria semantica (elementi indipendenti dal tempo e dallo spazio, acquisiti per coinvolgimento corticale) - ;
  • memoria episodica (esperienze concrete relative alla propria persona, acquisite per coinvolgimento ippocampale).

La componente essenziale della memoria episodica costituisce il fondamento dell’io e dell’autocoscienza. La circonvoluzione del cingolo (collocato fra sistema limbico e corteccia) riveste un ruolo per quanto riguarda la coloritura emotiva delle percezioni ed interagisce con il lobo frontale per il riconoscimento e la correzione degli errori.

Il ruolo della corteccia

La neocorteccia si può osservare, da un punto di vista classificativo, per ciò che concerne il lato anatomico (e si suddivide nei lobi frontale, parietale, temporale e occipitale) e funzionale (distinguendo le aree sensoriali, motorie e associative). Le aree associative, presenti in tutti e quattro i lobi, sono importanti sul piano della consapevolizzazione.

  • Quelle del lobo parietale sono coinvolte prevalentemente nell’identità del proprio corpo e nella pianificazione dei movimenti in relazione al tempo e allo spazio. In questo modo, possiamo costruirci immagini tridimensionali, avere cognizione della nostra collocazione nello spazio e comprendere concetti spaziali astratti (mappe e simbologie).
  • Quelle del lobo occipitale sono responsabili prevalentemente di ciò che vediamo o udiamo (oggetti, scene e volti).
  • Quelle del lobo temporale, oltre ad una modulazione delle precedenti, svolge un ruolo di elaborazione linguistica (significato di parole e frasi semplici) grazie all’area di Wernike.
  • Le aree associative del lobo frontale sede, fra l’altro, del centro di Broca (destinato al controllo della sintassi verbale e alla produzione del linguaggio) si distinguono in un’area prefrontale (che consente di agire e parlare secondo una pianificazione adeguata al contesto, a risolvere problemi e ad esaminare il contenuto di idee da trasformare in azioni) ed in una orbitofrontale ( potrebbe essere considerata come sede dell’etica e della morale)

Reti neurogliali e stati di coscienza

Gli esperti presumono che, alla base dei diversi stati di consapevolizzazione o delle attività totalmente inconsapevoli (che rappresentano la maggior parte delle funzionalità cerebrali) vi sia un processo di cambiamento di connessioni (in termini di rafforzamento o inibizione sinaptica) nelle reti neuronali e nevrogliali e nei "dialoghi" corrispondenti, della durata di qualche secondo, che provoca un cambiamento nell’elaborazione locale delle informazioni, mediante una sincronizzazione strategica conseguente all’accumulo di sostanze come neurotrasmettori, neuropeptidi e ormoni.

Le abitudini e le "modifiche" neurali

Dal punto di vista sperimentale, si è potuto constatare che gli elaborati che portano alla creazione delle abitudini, mettono in atto una trasformazione a carico delle reti neurali (neuroni e nevroglia interconnessi) le quali creano circuiti che "sfuggono" alle zone cerebrali deputate al controllo consapevole, per un maggior rendimento in termini di velocità e di ottimizzazione metabolica.

La gerarchia elaborativa

Attraverso il talamo, le informazioni afferenti, giungono alla porzione di corteccia sensoriale corrispondente; dopo una prima serie di elaborazioni, il messaggio perviene alle aree associative pertinenti.

Il dialogo "interno"

La corteccia associativa, è maggiormente connessa rispetto al resto e i meccanismi di neurotrasmissione assumono un’importanza ancora superiore a quella che hanno nelle aree sensoriali e motorie. In breve, la coscienza sorge laddove i sistemi corticale e limbico determinano stretti legami di collaborazione anatomo-funzionale. Per realizzazione di questo processo psicoorganico, è necessario che ognuna dei circa 50 miliardi di cellule nervose della corteccia cerebrale sia connessa a migliaia, se non a decine di migliaia, di altri neuroni. Gli oltre 500.000 miliardi di connessioni che si realizzano all’interno della corteccia cerebrale, costituiscono una cifra supera di moltissimo il numero delle vie di ingresso e uscita. Detto in altri termini: se pure la corteccia cerebrale è in collegamento con il resto del cervello (e attraverso gli organi di senso e l’apparato motorio con il corpo e l’ambiente) "essa parla essenzialmente con se stessa".

Benché i neuroscienziati siano in grado di indicare (almeno in linea generale) dal punto di vista sperimentale quali funzioni espletino le diverse zone di elaborazione cerebrale, non è stata ancora chiarita del tutto la natura fisica della coscienza, a meno che non ci rifaccia alle teorie psicodinamiche come quella di Giovanni Russo che intravede l’origine del tutto nelle dinamiche di interazione che si generano all’interno degli atomi, fra le varie microparticelle. Una risposta adeguata, sul piano dei macrosistemi neurologici, potrebbe venire dall’osservazione delle sincronizzazioni delle cellule neuronali e nevrogliali della corteccia e delle sinapsi correlate, sotto il controllo della formazione reticolare, del talamo, dell’ippocampo e del sistema limbico. Dal momento che abbiamo più volte affermato che il sistema "essere umano" è caratterizzato dal dialogo fra i tre grandi apparati psicoorganici (neurologico, immunitario ed endocrino), possiamo concludere che la realizzazione dello stato di coscienza e dei diversi stati di consapevole ed inconsapevole sono possibili grazie agli elaborati complessi realizzati nella corteccia e nelle aree della subcorteccia sulla base della sincronizzazione cellulare.

Cosa significa Pensare, dove avviene e come si determina.

Pensare (dal latino pensàre: esaminare, apprezzare, pesare e valutare le cose con l’intelletto) determina l’attivazione di diverse zone cerebrali con lo scopo di determinare la costruzione delle idee, mediante il meccanismo della riflessione, per l’elaborazione delle strategie più idonee alla risoluzione dei problemi relativi all’appagamento di bisogni e desideri.

Questo significa che Madre Natura ci ha dotato di uno strumento idoneo ad affrontare tutti gli ostacoli che incontriamo, mentre ci muoviamo sulla strada del raggiungimento di uno o più obiettivi.

Gli elaborati di pensiero si distinguono per stadi successivi di "attivazione" che vanno dal primo, che prevede il coinvolgimento della sola vigilanza (funzione subliminale dell’attenzione, in grado di fornire perennemente informazioni circa le stimolazioni interne ed esterne cui siamo sottoposti), al settimo, fase della creatività e delle idee nuove, mediante cui è resa possibile l’evoluzione della specie.

Il senso dell’affermazione trova la sua base nella seguente disarmante realtà: nessuno ci spiega, fin da quando siamo piccoli, l’importanza del dialogo con noi stessi che significa proprio, parlarci, comunicarci quello che pensiamo e domandarci perché stiamo pensando quello che emotivamente viene fuori da quel ricco sottoscala che è il nostro inconscio. Eppure, la nostra corteccia associativa (quella parte "molto nobile" del cervello che consente di scambiare le informazioni giunte fin lì, attraverso vie sensoriali diverse, per avere un risultato elaborativo più accurato) è strutturata per dialogare, essenzialmente con se stessa. Lo stato d’animo di ciascuno, nasce dalle valutazioni che si realizzano attraverso la propria identità.

Per identità, intendiamo la comunicazione continua e costante, consapevole ed inconsapevole (prevalentemente) che, ogni essere umano, ha con se stesso,

Ogni manifestazione comportamentale, ogni sbalzo d’umore, ogni stato d’animo dipende da questo continuo dialogo con se stessi che, inoltre, consente un tratto di continuità fra presente e passato, del nostro mondo inconsapevole che sfugge al controllo del "consapevole."

Questa sorta di comunicazione "profonda" ci consente di riconoscerci ogni giorno (consapevolizzazione dell’io), e di adattarci ai cambiamenti che avvengono istante per istante, lentamente, relativi alla nostra personalità, sul piano psicofisico; ecco perché ci accorgiamo delle nostre trasformazioni, solo osservando una nostra vecchia foto oppure rileggendo nostre riflessioni che avevamo messo su carta, nel passato.

Per rendere più familiare, questo discorso, proviamo a capire cos’è il pensiero e dove ha origine.

Per capire dove origina il "pensare", proviamo ad analizzare l’immagine sopra riprodotta. In alto a sinistra, abbiamo una schematizzazione di ciò che possediamo all’interno della teca cranica: il nostro cervello, prevalentemente in giallo, con una struttura sul blu all’interno. Tutto quello che pensiamo (sostanzialmente, la costruzione delle idee) avviene prevalentemente nella zona più gialla del cervello; poi, però, ha necessità di percorrere quel circuito in blu per "vestirsi" di emozioni. L’insieme delle idee più le emozioni (quindi, il corpo e il vestito, se vogliamo intenderlo così), si trasforma in messaggi: messaggi elettrici, messaggi chimici, messaggi ormonali che sono schematizzati all’interno del riquadro al centro dell’immagine.

In base al tipo di complesso idea/emozione che andiamo a generare, si produrranno quadri psicoemotivi differenti, creando quello che si apprezza in alto a destra dell’immagine o in basso a destra, quindi: uno stato d’animo che ci porterà ad una vita soddisfacente, oppure stati di tensione che sfoceranno in problematiche sempre più invasive e invadenti.

Torniamo un attimo al meccanismo della "Riflessione"

In base al modello psicodinamico di Giovanni Russo, si è capito che la dinamica della riflessione porta ad esaminare e valutare attentamente per assemblare idee, prelevando dati parcellari dal deposito della memoria. Questo meccanismo, adiuvato da un collante definito tecnicamente collogica, si avvale dell’ausilio del concento quando l’attività riflette meccanismi razionalmente "neutrergici", razionali e logici; in tutti gli altri casi (elaborati negativi e conflittuali) il collabimento degli elementi strutturali dell’idea avviene mediante l’intervento dell’intersecon.

In pratica, grazie alla riflessione, si assemblano idee. Questo meccanismo, ricalca, se vogliamo, quello che accade allorquando, in prossimità del mese di dicembre, ci si prepara ad allestire l’albero natalizio. Partendo dal principio che si tratti di una pianta sintetica.

Come notiamo dall’immagine suesposta abbiamo, da una parte, l’albero, che rappresenta la matrice (o lo scheletrato) dell’idea e, dall’altra, gli arredi (la coloritura e la caratterizzazione di un ’idea specifica) che, di fondo, replicano forme geometriche diverse soltanto per i colori.

In memoria abbiamo, quindi, il settore degli "scheletrati" e quello degli arredi. Entrambi, occupano poco spazio perchè sono abbastanza comprimibili. Grazie alla riflessione, metaforicamente, si predispone l’albero (aprendo i suoi rami e posizionandoli al meglio) alla "vestitura" che avviene in funzione del gusto personale e di quanto si ha a disposizione.

Una volta completata l’opera, quest’ultima viene smontata in maniera da tornare ad occupare pochissimo spazio e ci si prepara alla realizzazione di una nuova idea/albero.

Cosa succede durante la riflessione?

Si può "esplorare" un’idea per capirla al meglio.

Si può riprodurre un’idea rievocandola dalla memoria, per riviverla mediante l’immaginazione .

Si può rielaborare un’idea per metterla a confronto con altri messaggi e valutarne la possibile sostituzione.

La riflessione prevede tre periodi di impegno energetico che fanno la differenza fra un carattere impulsivo (primario) e riflessivo (secondario).

Quando due o più idee vengono messe a confronto, si determina un concetto (nozione fondamentale che la mente si forma in riferimento di qualcosa, nel suo complesso). Può accadere, però, che le idee a confronto riguardino medesimi aspetti di una stessa valutazione: in tal caso, una prevarrà sull’altra sostituendola (in questo modo si cambiano le proprie convinzioni) oppure integrandola seguendo una modalità peculiare che prevede : scombussolamento, accomodamento e assestamento.

Cos’è la realtà?

-Questo è Struttura: il nostro programma di caricamento. Possiamo caricare di tutto: vestiti, equipaggiamento, armi, addestramento simulato ... tutto quello di cui abbiamo bisogno!

- In questo momento siamo all’interno di un programma?!

-Abbastanza facile da capire: abiti diversi, spinotti nelle braccia e in testa assenti ... anche i tuoi capelli sono cambiati! Il tuo aspetto attuale è quello che noi chiamiamo "immagine residua di sé": la proiezione mentale del tuo Io digitale.

- Questo... non è reale?!

- Che vuol dire "reale"? Dammi una definizione di "reale". Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che possiamo odorare, toccare e vedere ... quel "reale" sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello. Questo è il Mondo che tu conosci: il Mondo com’era alla fine del ventunesimo Secolo, e che ora esiste in quanto parte di una neurosimulazione interattiva che noi chiamiamo "Matrix". Sei vissuto in un mondo fittizio Neo; questo, è il Mondo che esiste oggi! Benvenuto nella tua desertica, nuova, realtà!

Che attinenza c’è, con la nostra mente?

Il Dialogo sopra riportato, è un estrapolato dal film "Matrix", fiom del 1999, scritto e diretto da Lana e Andy Wachowski, che ha vinto numerosi premi, tra cui quattro Oscar. Il titolo deriva dall’inglese matrix, ovvero matrice di numeri; le matrici sono elementi di tipo tabellare derivanti da strutture matematiche, molto utilizzate nell’informatica, per associare dati, o sistemi di dati tra loro. In questo caso la matrice rappresenta una sorta di cyberspazio o realtà simulata creata dalle macchine.

Quello che abbiamo letto sopra è, né più e né meno, la descrizione di ciò che accade nel nostro cervello quando la mente si attiva e ci fa riconoscere eventi, situazioni, contesti e, anche, noi stessi.

Perché?

Perché tutto quello che osserviamo (annusiamo, ascoltiamo, assaporiamo o tocchiamo) è il risultato di un complesso lavoro di riconoscimento e comparazione che si determina all’interno del nostro sistema nervoso.

Noi riconosciamo un tavolo, una poltrona (e tutto quello che cade sotto la nostra osservazione), grazie al fatto che il segnale visivo che colpisce la retina dei nostri occhi, arriva nella zona del cervello deputata alla trasformazione di questo segnale in qualcosa di più bioelettrico: il nervo ottico e la corteccia cerebrale posteriore.

Ma, nel momento in cui arriva in quella zona di cervello, di per sé, non rappresenta nulla di significativo perché, lì, non c’è una memoria specifica: altrimenti dovremmo avere un cervello grandissimo, più grande di una stanza, proprio dal punto di vista fisico!

E allora, Madre Natura ha creato un escamotage interessantissimo: dall’archivio dei nostri dati, quindi dalla memoria, arriva (perché una specifica funzione mentale è andata a cercarlo), un flusso di informazioni che vengono comparate con l’immagine di quello che ho sotto gli occhi, per esempio, un tavolo.

Quello che più si avvicina alla forma e alle dimensioni del tavolo, quello stabiliamo essere il tavolo, comparandolo con lo stato d’animo di quel momento; per cui, in un momento della giornata questo tavolo potrà apparirmi interessante, in altri momenti mi potrà apparire, addirittura, deforme. E questo spiega il perché, in funzione di come noi stiamo, sul piano emotivo, così ci percepiamo, anche morfologicamente, esteriormente.

Quindi, tutto quello che vediamo è il risultato di ciò che effettivamente esiste ed è presente ma che viene poi, modulato, interfacciato, combinato, confrontato con quello che abbiamo in memoria-Ed è per questo che, ognuno, ha una percezione della realtà in maniera molto soggettiva, sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista emotivo; questa considerazione di realtà soggettiva, evolve nel tempo, in peggio o in meglio, in base a come noi ci trasformiamo, sul piano caratteriale e comportamentale.

Tutto ciò, ci consente di capire che, man mano che riflettiamo in maniera più approfondita, esploriamo nuovi confini delle nostre capacità mentali. Come conseguenza, si svela un mondo sconosciuto fino a quel momento. Ed ecco il senso della prima immagine in cui troviamo l’affermazione: "Mi sono perso nei miei pensieri: era un territorio non familiare!"

Il parassita più resistente? L’idea!

- Qual è il parassita più resistente? Un batterio? Un virus? Una tenia intestinale?

-Ah... quello che il Signor Cobb vuole dire ...

-Un’idea! Resistente, altamente contagiosa! Una volta che un’idea si è impossessata dal cervello è quasi impossibile sradicarla.

(Inception 2010)

Come nasce un’idea? Perchè è difficile eradicarla?

Possiamo considerare un’idea come una pietra miliare, un mattone fondamentale, da cui partire per dare il via alla costruzione di quel palazzo che sarà la strategia operativa, stabilita dall’attività del pensiero.

Edoardo Boncinelli, genetista di fama internazionale, esperto anche di del mondo della psicologia, definisce la scienza come "un’impresa collettiva e progressiva, volta a cogliere gli aspetti riproducibili di un numero sempre maggiore di fenomeni naturali e a comunicarli attraverso lo spazio e il tempo, in forma sinottica (costruendo degli schemi riassuntivi bene ordinati) e internamente non contraddittoria, in modo da porre chiunque in condizione di fare previsioni fondate e di progettare e mettere in atto macchine funzionanti, siano esse di natura materiale o mentale".

E allora, proviamo a schematizzare il lavoro che, grazie all’attività del pensiero, il cervello realizza, per costruire idee da assemblare in concetti.

Meccanismo di costruzione delle idee, da parte del Pensiero

Sempre il modello psicodinamico di Giovanni Russo, prevede che, durante una processazione di pensiero (complessa elaborazione che porta alla realizzazione di un "programma" di valutazione comportamentale), si evidenzino sei passaggi fondamentali (che somigliano molto a quelli che si seguono, per la realizzazione di un minestrone, partendo dalle materie prime):

    1. Raccolta di dati che riguardano un determinato argomento e che sono stati precedentemente memorizzati e adeguatamente archiviati.
    2. Scelta in base agli elementi che si possiedono ed alle capacità riflessive
    3. Elaborazione dei medesimi, nel campo psicobioelettromagnetico localizzato nel nucleo degli atomi e nello spazio interazionale degli elettroni che si trovano nelle molecole del DNA delle cellule delle strutture precedentemente descritte.
    4. Associazione dei vari elementi fin qui elaborati.
    5. Verifica del lavoro fin qui realizzato, mediante l’intervento della logica che, in caso di necessità, suggerisce eventuali correttivi.
    6. Strutturazione di un concetto completo che consente valutazioni adeguate

Come abbiamo visto, l’idea è il risultato si un articolato e delineato lavoro che, se vogliamo, è simile a quello che si mette in atto quando ci si applica, nell’arte culinaria, per la realizzazione di una pietanza, ad esempio, un minestrone.

  • Come prima cosa, bisogna osservare quello di cui si dispone;
  • se ne valutano, l’attinenza la qualità, la deperibilità;
  • quindi, si comincia a prepararli, per ciò che serviranno;
  • a questo punto, si comincerà a miscelare il tutto con un certo ordine, seguendo un criterio;
  • si verifica se è tutto a posto e si procede alla realizzazione finale: la bollitura.

Come nasce un’idea geniale?

Una cosa del genere non capita tutti i giorni ma , potenzialmente, ognuno potrebbe determinarla. Infatti, nel momento in cui su un determinato argomento, si giunti ad un grado di competenza elevato e, al tempo stesso, si è mantenuta attiva una buona dose di curiosità e inventiva, la nostra mente, ad un certo punto, assembla i dati in maniera diversa dal solito: in pratica, vuole sperimentare una nuova strada.

Ecco l’intuizione, fuori dal comune! Quando si è andati in direzione tale da aver migliorato sensibilmente il risultato, questa intuizione, si chiama "idea geniale"!

Lo sai, qual è il vero problema?

-Ah, cazzo! Adesso mi ricordo di te. Tu hai suonato pure con Mick Jagger una volta.

-Si, lo conosco. È un bravo cantante e mi piace come balla.

-Senti, il cheeseburger è venuto un po’ troppo cotto. Non ti dispiace, vero? Ma, sfortunatamente, è andata così!

-Lo sai qual è il vero problema, Rachel?

-Quale?

-Che passiamo, senza neanche farci caso, dall’età in cui si dice "un giorno farò così!" all’età in cui si dice "è andata così!"

"This Must Be the Place". (Paolo Sorrentino).

L’immagine del signore avanti negli anni, è abbastanza significativa ed emblematica: è colui il quale sta riflettendo su come è andata la sua vita e sui perché e, quindi, forse, concluderà "Purtroppo è andata così!" .

Ma potrebbe darsi che, invece, stia riflettendo su come venirne fuori perché, spesso c’è molto altro da scavare prima che il fondo del barile sia grattato completamente.

E, probabilmente, questa immagine si potrebbe collegare con la successiva, che è quella di Jacques-Yves Cousteau, che esprime un concetto apparentemente più angoscioso e angosciante ma, in realtà, ci consente una valutazione interessante

Questa immagine sottomarina, sarà stata immaginata a diverse centinaia di metri di profondità, ma noi abbiamo un sottomarino per esplorarlo: non c’è bisogno di luci, perché il mezzo utilizza altri sistemi; quindi, a quel punto, il buio non ci deve far paura: è soltanto qualcosa che ci potrà far scoprire quello che non riusciamo ad osservare.

Il buio, di solito (e a molti) incute più di una preoccupazione. Qual è il motivo? Sostanzialmente perché noi vorremmo riuscire ad avere sotto controllo tutto quello che ci circonda dimenticandoci, poi, di riflettere su quello che abbiamo dentro. Ma è una ricerca abbastanza presuntuosa, dal momento che poi, presi da "tanti pensieri" come usualmente si dice (ma in realtà più corretto sarebbe dire, da tante riflessioni spesso conflittuali) non riusciamo a renderci conto di che cosa abbiamo di fronte, delle occasioni, delle cose che, invece, potremmo evitare di fare, di realizzare.

E , in questo, mettiamo: circostanze, eventi, persone, e quanto altro potrebbe venirci in mente.

E allora, o vedere senza osservare o provare a scoprire, utilizzando altri sensi, quello che non riusciamo a vedere, diventa non solo la stessa cosa ma, addirittura, forse, è preferibile la seconda ipotesi perché sfrutteremo meglio le nostre capacità intellettive per riconoscere e apprezzare quello che avevamo sottovalutato.

Certo!

Se non siamo abituati, la cosa ci preoccupa, ci fa paura perché è una novità e perché temiamo che, quest’ultima, costituisca un pericolo. Le neuroscienze e il mondo della psicologia ci insegnano che noi abbiamo un cervello, soprattutto nella zona più evoluta, che sta lì per affrontare e risolvere problemi studiando le strategie più opportune. Quindi, tutto quello che ci preoccupa è divertimento per il nostro cervello.

Ci hanno insegnato che "chi lascia la via vecchia per quella nuova sa quello che lascia e non sa quello che trova!" e ci hanno trasmesso le paure, facendole diventare nostre, ma abbiamo la necessità di liberarcene riflettendo meglio. Questo, per esempio, sarebbe un esempio di idea geniale!

Al di là dei sogni...

-Ora tu stai creando tutto un mondo tuo. Dalla tua immaginazione, dai dipinti che più ami, da tutto ciò che vuoi!

-Perché non si muove?

-Si muoverà quando tu lo vorrai! Oh, oh! E vai!

- Posso mandarlo in picchiata?

-E’ il tuo mondo!

-Guarda come vola!

-E se lo dipingessi di turchese?

-Turchese!

-E se gli dessi un tocco di viola? ... Questo non l’ho fatto io...

-No... l’ho fatto io! Quando siamo insieme è come se avessimo i doppi comandi.

-Posso far volare gli elefanti?

-Ehm... Annie non aveva dipinto una casa per voi, da qualche parte?

-Si!... La casa dei nostri sogni...

-Una passeggiatina sull’acqua. Prendiamo la scorciatoia!

-Bella scorciatoia!

-E’ facile Chris! Guarda me!

-Sto affogando?!

-Non puoi! Sei già morto!

-Ah! Io mi trovo davvero qui?

-Tu! Ma chi sei tu in realtà? Ad esempio, sei il tuo braccio, la tua gamba...?

-Anche!

-Davvero? Se perdessi ogni tua parte non saresti sempre tu?

-Si ... sarei sempre io!

-Ma cos’è l’Io?

-Il cervello, immagino...

-Il cervello? Il cervello è una parte del corpo! Come le unghie o il cuore. Perché è quella la parte che ti rappresenta?

-Perché Io è una specie di voce nella mia testa: la parte che pensa, che prova sensazioni, che è consapevole della mia esistenza.

-Se sei consapevole di esistere, allora, esisti! Per questo sei ancora qui!

Al di là dei sogni è un film di fantasia ma, al tempo stesso, offre spunti drammatici. Girato nel 1998, diretto da Vincent Ward ed interpretato da Robin Williams, è ispirato al romanzo omonimo di Richard Matheson, pubblicato nel 1978 e contiene molti riferimenti allegorici alla Divina Commedia (di Dante Alighieri) di e al mito di Orfeo ed Euridice. Il titolo è ispirato ad un verso dell’Amleto di William Shakespeare, nel famoso monologo della prima scena del terzo atto. (Fonte wikipedia)

Tutto quello che è stato espresso, soprattutto nella parte finale del filmato proposto, è qualcosa di cui ci si potrebbe innamorare, almeno dal punto di vista scientifico: tu esisti in quanto consapevolizzi di esistere e c’è una zona del cervello deputata a questo.

Però, non è che noi siamo il risultato di qualcosa che meccanicamente, chimicamente o elettricamente si produce nella nostra testa (altrimenti, saremmo delle macchine): siamo noi a creare determinati risultati attivando il funzionamento di cellule. Cerebrali. E poi, come ricordato a proposito di quello di cui si parlava, sempre nel filmato in questione, "anche un braccio, una mano, un’unghia ti appartiene, ma tu non sei quello!"

Si, Però bisogna intendersi.

È chiaro che la gamba rappresenta una parte di me. Ed è chiaro, anche, che ogni cellula della mia gamba, è dotata di una vita relativamente autonoma; "relativamente" perché, poi, ha bisogno di nutrimento che arriva dal resto dell’organismo ed ha bisogno anche di informazioni per sapere come comportarsi- però, di suo, elabora una serie di strategie sia per sopravvivere, sia per duplicarsi, sia per esplicare una serie di operazioni. In forza di ciò, si può affermare, tornando al discorso di prima, che le cellule della mia gamba sono diverse dalle cellule della gamba di un’altra persona perché funzionano in maniera diversa, non solo perché qui c’è il mio DNA, ma perché funzionano in maniera soggettiva, cioè, in funzione di come si attiva il mio organismo. Però, io non posso essere considerato il mio ginocchio, il mio fegato, il mio pancreas o il mio stomaco. C’è vita in ogni cellula, così come c’è vita all’interno di ogni cellula del sistema nervoso ma, poi, per riuscire a rendermi conto di chi sono e di quanto posso pensare, quanto posso godere e quanto posso soffrire, c’è bisogno di concentrarmi sul lavoro che fa una parte del mio corpo, che è il mio cervello. Ma il mio cervello è un contenitore "bioattivo" , che non funziona se non fornisco delle informazioni: le prime informazioni le acquisisco durante i mesi di vita intrauterina; del resto, andrò alla ricerca nel momento in cui vengo al mondo, al di fuori dell’organismo di mia madre. Le sceglierò, le valuterò sulla base di quello che credo esser giusto, in funzione dell’educazione che ho ricevuto e poi, allontanandomi da questa, cioè creando un mondo mio, personalizzando quel tipo di educazione. È questo che ci rende liberi, anche nell’errore, ed è questo che ci differenzia dalle macchine.

Ed è questo che ci fa percepire di essere VIVI.

La suggestiva immagine sopra proposta, ci ricorda di come, la scienza, sia in grado di dimostrare che, all’interno del nostro "più piccolo" (il sub atomico), si trovi un Universo in Miniatura, con le sue Leggi e le sue immense Potenzialità.

Questo micro Universo si "organizza", neurologicamente parlando (grazie alle dinamiche che consentono l’aggregazione plurimolecolari in grado di orientare assemblaggi e "orientamenti epigenetici") in maniera da realizzare, tra l’altro, un collegamento tra l’aspetto corporeo e quello mentale: le emozioni.

Nell’immagine sopra riportatata, nel riquadro in basso, all’interno del "circoletto" vediamo, nella parte alta, la zona del cervello dove (insieme al lavoro del lobo limbico) si creano (gestiscono e coordinano) le emozioni, tecnicamente l’Ipotalamo e, nella parte più in basso, l’Ipofisi che è quella da cui verranno fuori gli ormoni che attiveranno le ghiandole endocrine di tutto l’organismo. L’Ipotalamo controlla direttamente e indirettamente l’Ipofisi.

E allora accade questo:

  • Io penso e, contestualmente, produco emozioni con cui rivestire le mie idee;
  • queste emozioni si trasferiscono nell’Ipofisi che poi produrrà una serie di ormoni che stimoleranno il resto dell’organismo e condizioneranno, anche, le reazioni immunitarie.

È questa la spiegazione tecnica e scientifica, del rapporto che c’è tra mente e corpo. Quindi, la qualità della nostra vita dipende dalla qualità dei nostri pensieri.

Sostanzialmente, utilizzando la Logica, noi riusciamo ad osservare, in maniera schematica e ordinata, tutto quello che stiamo pensando ma, questo, non ci "toglie" l’anima. Semmai ce l’arricchisce perché ci consente di tagliare, risolvendoli, i conflitti che ci ammorbano e ci fanno invecchiare, risvegliandoci dai sensi di colpa e dai rimpianti, per non dover accettare di non avere più prospettive.

Perché persiste?

-Perché Signor Anderson? Perché? Perché? Perché? Perché lo fa? Perché? Perché si rialza? Perché continua a battersi? Pensa veramente di lottare per qualcosa, a parte la sua sopravvivenza? Sa dirmi di che si tratta, a messo che ne abbia coscienza? È la libertà? È la verità? O, magari, la pace? Non mi dica che è l’amore! Illusioni, Signor Anderson! Capricci della percezione! Temporanei costrutti del debole intelletto umano che cerca disperatamente di giustificare un’esistenza priva del minimo significato e scopo!!! Ogni costrutto è artificiale quanto Matrix stessa! Anche se devo dire che solo la mente umana poteva inventare una scialba illusione come l’amore! Ormai dovrebbe aver capito, Signor Anderson! A quest’ora le sarà chiaro: Lei non vincerà! Combattere è inutile! Perché, Signor Anderson? Perché? Perché? Perché insiste?!

-Perché così ho scelto!

Un simile, drammatico, dialogo, fa accapponare la pelle! Questa domanda è rivolta a chiunque sia disponibile a continuare sulla prpria strada, stringendo i denti anche quando sembra che non ne valga più la pena. Perché insistere, quando sembra che non ci siano più opportunità?

Perché così ho scelto, perché sono libero! Sono libero di andare a sperimentare cos’altro c’è oltre quello che non vedo... e così il buio smetterà di farmi paura. Voglio essere un soggetto attivo perché così ho scelto, così ho pensato: queste sono le mie idee, le mie determinazioni, il mio carattere, il mio destino.

Cari Lettori, a questo punto della storia, non resta che sottoporre, alla vsotra attenzione una sorta di sunto di argute riflessioni, per defaticare muscoli e articolazioni stressate dal lungo cammino effettuato finora

Nulla di meglio del "Monologo sulla vita" finale del film The Big Kahuna, un film del 1999 diretto da John Swanbeck e tratto dalla commedia teatrale Hospitality Suite di Roger Rueff, che ne ha curato anche la sceneggiatura.

"Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare. Il loro potere lo capirai solo una volta appassite, bellezza e gioventù. Ma, credimi, tra vent’anni guarderai quelle tue vecchie foto e in un modo che non puoi immaginare, adesso. Quante possibilità avevi, di fronte... e che aspetto magnifico avevi! Non eri per niente grasso come ti sembrava. Non preoccuparti del futuro. Oppure preoccupati, ma sapendo che questo, ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica. I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente. Di quelle che ti pigliano di sorpresa, alle quattro di un pigro martedì pomeriggio. Fa’ una cosa, ogni giorno che sei spaventato. Canta. Non essere crudele col cuore degli altri. Non tollerare la gente che è crudele col tuo. Lavati i denti. Non perder tempo con l’invidia. A volte sei in testa. A volte resti indietro. La corsa è lunga e alla fine... è solo con te stesso.

Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti. Se ci riesci veramente, dimmi come si fa! Conserva tutte le vecchie lettere d’amore, butta i vecchi estratti conto. Rilassati. Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita. Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco, ancora non lo sanno.

Prendi molto calcio. Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno. Forse ti sposerai o forse no. Forse avrai figli o forse no. Forse divorzierai a quarant’anni. Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio. Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche. Le tue scelte sono scommesse. Come quelle di chiunque altro. Goditi il tuo corpo. Usalo in tutti i modi che puoi. Senza paura e senza temere quel che pensa la gente. È il più grande strumento che potrai mai avere. Balla. Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno. Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai. Non leggere le riviste di bellezza. Ti faranno solo sentire orrendo. Cerca di conoscere i tuoi genitori. Non puoi sapere quando se ne andranno per sempre. Tratta bene i tuoi fratelli. Sono il miglior legame con il passato e quelli che, più probabilmente, avranno cura di te in futuro. Renditi conto che gli amici vanno e vengono. Ma alcuni, i più preziosi... rimarranno!

Datti da fare per colmare le distanze geografiche e di stili di vita perché, più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane. Vivi a New York per un po’, ma lasciala prima che ti indurisca. Vivi anche in California per un po’, ma lasciala prima che ti rammollisca.

Non fare pasticci con i capelli altrimenti, quando avrai quarant’anni, sembreranno di un ottantacinquenne. Sii cauto nell’accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga. Ma accetta il consiglio... per questa volta".


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Dr. Giorgio Marchese - Docente di Fisiologia Psicologia c/o la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad Indirizzo Dinamico - SFPID (Bari - Rimini -Roma) 2015

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