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La neonata Costituzione Europea ovvero...
di Giuseppe Chiaia  ( peppinochiaia@libero.it )

20 novembre 2004





"Parturiunt montes et nascitur ridiculus mus" ( partoriscono le montagne e nasce un ridicolo topolino)


Molti di noi ricorderanno, negli anni a venire, la giornata del 29 ottobre 2004 come evento storico che segnò una revisione profondamente giuridica, sul piano statutario, della nostra Costituzione: bisogna, però, che ci si intenda sulla reale portata di questa revisione giuridica, economica, politica perché la firma apposta dai 25 rappresentanti europei determinerà, sulle coscienze dei cittadini dei vari Stati della comunità, pesanti ripercussioni etiche e sociali.

Tutta la Stampa ha rimarcato il clima festoso che aleggiava nella sala degli Orazi e Curiazi tra i vari capi di Stato, mentre Roma ed i suoi cittadini ricambiavano quell’euforia con una distaccata freddezza; quasi un’ostilità che rassomigliava, tanto, al deserto che i nazisti trovarono quando entrarono nella Parigi del 1940; l’avere isolato interi quartieri e strade dell’Urbe da ogni andirivieni umano e motorizzato, riempiendo quelle vuote vie e piazze solo di forze dell’ordine, di tiratori scelti, e ciò per rendere sicuro lo svolgimento della cerimonia in Campidoglio, ha dato lo sgradevole segno di una città imbrigliata da un rigido coprifuoco, tipico delle zone in stato di guerra.- Come simbolo di Pace, l’esordio di questa Costituzione sembra preludere ad uno stato d’assedio.

 

Come esordio scenografico, questa Costituzione nasce, pertanto, sotto l’infausto segno dell’indifferenza dei popoli europei, del sopruso giuridico e di un rigurgito assolutistico tipico delle monarchie ottocentesche. La riprova di quanto detto la si ricava dai vuoti e ridondanti discorsi che hanno tediato i telespettatori che hanno avuto la curiosità dell’evento, dal vociare degli invitati durante i pranzo al Quirinale, dallo scomposto "stridor di denti" e rumore di mascelle dei convitati ancor prima di iniziare il pranzo ufficiale; e mentre il nostro Presidente della Repubblica, ingenuamente commosso per l’eccezionalità dell’evento, pronunciava il suo brindisi, Chirac, al suo fianco, sgranocchiava grissini e beveva vino; ma, d’altra parte, quasi tutti mostravano i segni di un insopprimibile languore di stomaco, per cui la solennità dell’evento scadeva a rumoroso banchetto "fuori porta".

 

Ma, tralasciamo il folcloristico pettegolezzo e consideriamo l’importanza storico- giuridica dell’evento.

Già l’esordio del testo contiene una vistosa inconciliabilità col concetto di "Costituzione"; infatti, essa inizia con la citazione dei capi di Stato e di Governo che, quasi benignamente, (come le monarchie assolutistiche), concedono ai popoli un corpo di leggi elaborate da alcuni delegati presieduti dall’ex presidente della Repubblica Francese, Giscard - d’Estaing.

 

Non può, un simile trattato legislativo, chiamarsi "Costituzione", perché le manca la caratteristica fondamentale: il coinvolgimento dei popoli, unici depositari della sovranità democratica, esclusi dalla designazione dei loro rappresentanti esclusivi, quelli che da noi, ancora oggi, sono chiamati Padri Costituenti.

 

Giustamente un giornalista ha voluto ricordare l’iniziale stesura della Costituzione americana, affidata ad un giovane e brillante avvocato Thomas Jefferson, che, nel lontano 1773, così formula l’esordio del progetto costituzionale: "WE THE PEOPLE OF UNITED STATES..." (Noi, il Popolo degli Stati Uniti...) ; la Costituzione Europea inizia così: Il Signor Presidente del Consiglio di...., il Signor Presidente della Repubblica di...., Sua Maestà la Regina di.... etc." , con buona pace del diritto dei popoli a eleggere, con delega specifica, i saggi e gli esperti capaci di scrivere un testo sacro come lo è una Costituzione.

 

Se si ha la normale curiosità di spulciare un qualsiasi testo di storia del Diritto Romano, si può scoprire come gli antichi Quiriti, ancora rudi nei modi e senza alcuna esperienza giuridica ed amministrativa alla quale far ricorso, avvertirono il bisogno di darsi, nel lontano 450 a.C., un primo embrione di Costituzione, affidando a dieci loro saggi la stesura di un semplice corpo di leggi che va sotto il nome di: "Lex duodecim Tabularum", e capirono che la sacralità di una legge non dipende da un atto di liberalità del potente di turno, ma che dovesse ricevere il crisma della sua validità e del suo "imperium" dalla volontà popolare: e furono inventati i "plebisciti", cioè quelle deliberazioni prese dal popolo convocato nei comizi elettorali ( concilia plebis, comitia tributa e comitia centuriata ) proclamati dai Tribuni della Plebe; non a caso il termine "plebiscito" si compone dei due termini latini : "plebs", popolo, e "scitum" che sta per " ordine "derivato dal verbo "sciscere" che ha il significato specifico di "stabilire", o meglio, "approvare mediante il voto". Ma i plebisciti morirono con la caduta della Repubblica e del consolato di Roma, e, salva una breve parentesi di un loro rivivere in occasione della II e III guerra d’indipendenza italiana, e dell’avventurosa spedizione dei Mille, sono ripiombati nel buio della storia.

 

Dai resoconti giornalistici dell’evento romano ricaviamo, invece, che questa Costituzione, la cui entrata in vigore è stata fissata al 1° novembre 2006, riveste la forma di trattato internazionale, per cui dovrà essere ratificato, entro la data suddetta, dagli Stati firmatari; ed è proprio sulla ratifica che nascono timori e incongruenze, perché molti Stati ricorreranno al Referendum, ed altri opteranno per l’approvazione parlamentare, per incorporare questo Trattato Internazionale nelle rispettive costituzioni.

 

Ed allora sorge legittimo il dubbio circa la ratifica parlamentare che il nostro attuale governo intende adottare per cercare di infilare questa Costituzione Europea, come una scarpa stretta, ma corposamente composta di ben 450 articoli, all’interno della nostra Legge Fondamentale; si ha l’impressione che l’adesione, in sé, comporti una vera e propria forzatura dell’articolo 11 del nostro testo costituzionale, laddove si legge che "l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni"; il che è da intendere come l’obbligatorietà, per il legislatore italiano, di adattare e dare attuazione a sistemi giuridici estranei al nostro ordinamento, attraverso un’autolimitazione costituzionale, per cui, sostituendo alle norme della Costituzione Italiana l’ordinamento della comunità europea (per quelle normative che impongono tale adattamento), la nostra Repubblica attua una vera e propria rinuncia ad alcuni aspetti della propria sovranità; e ciò, potrebbe anche essere accettato, in vista di un interesse sopranazionale come la pace ed il ripudio della guerra.

 

Quello che non può essere consentito è il sovvertimento dei nostri principi etici e sociali ai quali i nostri Padri Costituenti si sono ispirati: che se ciò avvenisse non potremmo più parlare di autolimitazione della nostra sovranità, ma rinuncia, in toto, alla sovranità stessa, con conseguente abdicazione del nostro ordinamento alle volontà dei sunnominati Capi di Stato.

 

E certamente si avranno scontri giuridici e pronunciamenti a catena della Corte di Giustizia della Comunità Europea, allorché uno Stato comunitario riscontrerà l’insanabile contrasto tra il Trattato di Roma ed i propri principi costituzionali; e non c’è bisogno di essere profeti in patria se si considera che questa Costituzione europea assomiglia più ad un corposo ed arido "testo unico" e men che meno ad una Kelseniana visione della Legge come fonte di Principi fondamentali: 450 articoli possono suscitare solo l’interesse del dottor Azzeccagarbugli di manzoniana memoria.

 

Giuseppe Chiaia (preside)

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