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La spedizione dei mille.
di Giuseppe Chiaia  ( peppinochiaia@libero.it )

13 marzo 2004





Cosa ci fu, dietro quella "passeggiata"?


 

In tutti i testi scolastici di storia si legge e si esalta l’epopea garibaldina come l’evento più romanticamente eroico da cui nacque l’Unità d’Italia. In questa sede si cercherà di analizzare, quanto più obiettivamente possibile, come si determinò il crollo del Regno delle due Sicilie in appena 5 mesi, dal momento dello sbarco dei garibaldini a Marsala, avvenuto l’11 maggio del 1860, e fino all’incontro a Teano tra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, il 26 ottobre 1860.

Esaminiamo i singoli avvenimenti, per cercarvi, se sia possibile, il sostegno di una tesi minimale che ci faccia propendere per le grandi doti di stratega, riconosciute a Garibaldi, e ci conforti della superiorità militare dei "Mille".

Sappiamo tutti che l’azione di conquista della Sicilia venne organizzata dal genio politico del Cavour, approvata dal Re Vittorio Emanuele II ed incitata dal Mazzini che indicava, in Garibaldi, il capo della spedizione; che il 4 aprile di quell’anno scoppiò a Palermo una rivolta, non certamente popolare, ma organizzata da gruppi liberal-borghesi che fu subito stroncata dal presidio militare borbonico della città, tanto che il gruppo sparuto di questi improvvisati rivoluzionari trovò più prudente disperdersi sulle Madonie; che un patriota siciliano, Rosolino Pilo, in esilio in Liguria, partì da Genova per ricompattare i patrioti dispersi e riaccendere la rivolta; che, finalmente, rassicurato circa l’esito favorevole della rivolta in atto in Sicilia, Garibaldi, col grado di generale dell’esercito Sardo, partì, all’alba del 6 maggio 1860 dalla piccola rada di Quarto, su due sgangherati piroscafi (il " Piemonte " ed il "Lombardo ", messi a disposizione dell’impresa dalla compagnia di navigazione genovese "Rubattino ") accompagnato dall’incosciente ma romanticamente entusiasmo di 1089 volontari, per lo più, ignari di disciplina militare e di abitudine alle armi.

Si tenga pure presente che il Regno delle due Sicilie era un’emanazione dell’impero Asburgico; che la polizia austriaca era di sostegno a tutti i dominii austriaci italici ed europei e che una manovra politico- militare, come la spedizione garibaldina, non poteva certo essere tenuta segreta: allora come si spiega che i due piroscafi, vere carrette del mare, traversassero impunemente tutto il mare Tirreno, dopo aver fatto sosta nel porticciolo di Talamone, sulla costa toscana, nei pressi di Orbetello, per rifornirsi di circa 1000 fucili ad avancarica , e presentarsi dinanzi al porto di Marsala, inutilmente braccati da due navi da guerra napoletane, senza subire nemmeno il cannoneggiamento del forte borbonico? !

Una prima ed immediata ipotesi, che valga a spiegare questa fortunata combinazione, è suggerita dalla presenza, nel porto di Marsala, di due navi da guerra inglesi e vari brigantini mercantili, intenti a caricare mercanzie siciliane , ed in special modo, sale, zolfo e vino, attese le varie licenze commerciali che il governo borbonico aveva concesso a società inglesi dell’epoca; sicché lo sbarco avvenne in tutta tranquillità, senza che un solo colpo di cannone venisse sparato: sembra quasi di assistere ad uno sbarco di diportisti in giro per il mediterraneo!

Tanto per dare un segno della propria presenza, i Borbonici spararono qualche colpo di spingarda, ma quando i garibaldini erano già andati via, cantando "si scopron le tombe, si levano i morti...."; e così, le "camicie rosse" entrarono a Salemi, senza colpo ferire e dove si unirono ad alcune squadre di insorti; ma, di borbonici, ancora, nemmeno l’ombra. Una prima battaglia avvenne a Calatafimi (e siamo già al 15 maggio) e Garibaldi sbaraglia 2000 borbonici, alla testa dei predetti 1089 suoi uomini ai quali si aggiunsero circa 110 siciliani, armati, si fa per dire, con qualche vecchio archibugio; il "biondo eroe" si mette, poi, in marcia verso Palermo e conquista sette alture intorno alla città, con furiosi assalti alla baionetta; è appena il caso di ricordare che in Palermo era di stanza una forza borbonica militare forte di 20.000 uomini, ben armati, con esperienza di guerra esercitata in lunghi anni di servizio, comandati da un esperto stratega, il generale Lanza, col quale Garibaldi si era già scontrato, battendolo, il 4 maggio 1849, a Palestrina, presso Roma, in occasione della difesa di Roma contro i Francesi e Borbonici, alleati del Papa.

Si aggiunga, ancora, che le forze borboniche disponevano di artiglieria e squadroni di cavalleria, per cui si resta attoniti nell’accettare queste vittorie garibaldine così fulminee e con un rapporto di forze di uno a venti, a loro sfavore; il 27 maggio cade Palermo, mentre il generale Lanza, il 30 Maggio, proprio quando le forze garibaldine erano allo stremo, dopo tre giorni di combattimento in Palermo, chiede addirittura una tregua che si prolungherà fino al 6 giugno successivo, data in cui il medesimo generale Lanza sgombera Palermo e tutta la Sicilia!

Di fronte a questi strabilianti successi militari, moltissimi volontari accorsero dal continente, sotto le insegne di Garibaldi . Ma, nonostante il defilarsi del generale Lanza, a Messina era di stanza un forte gruppo di battaglioni borbonici, comandati dal generale Clary, mentre un altro nucleo borbonico era stato posto a difesa di Milazzo, rinforzato da numerose batterie di cannoni; ma il 20 luglio, dopo alcune ore di battaglia, anche la fortezza di Milazzo capitola; il 28 luglio cade Messina, e il 28 dello stesso mese, un’altra colonna garibaldina, al comando di Nino Bixio, conquista Siracusa ed Augusta, per cui il 1° agosto tutta la Sicilia può considerarsi conquistata.

A proposito di Nino Bixio, è opportuno ricordare, ancora una volta, quella pagina nera della vicenda garibaldina rappresentata dalla fucilazione che il braccio destro di Garibaldi ordinò, dopo un processo sommario, nei confronti di numerosi contadini che credettero, molto ingenuamente, nei proclami di libertà, diffusi per ogni dove, da Garibaldi, proclamatosi dittatore temporaneo in nome di Vittorio Emanuele II. I malcapitati contadini siciliani presero alla lettera quegli editti onde si sentirono autorizzati ad occupare i latifondi dei baroni e dei principi accovacciati sotto l’Etna, per cui qualche signorotto ci rimise la pelle, nel tentativo di opporsi all’esproprio delle sue terre, frutto, anch’esse di occhiuta rapina, perpetrata dai rispettivi antenati; si rivolsero, pertanto, questi nobili, a Bixio che, con poche fucilate, scacciò dalle terre occupate, sempre in nome della libertà, quegli ingenui contadini e le restituì ai vecchi latifondisti, non senza averli tranquillizzati, per l’avvenire, anche con la fucilazione di alcuni fra quanti avevano sperato che il servaggio della gleba avesse termine. Dell’episodio citato, solo alcuni storici, come il Villari, ne dà valida e precisa descrizione; moltissimi altri testi, comprese alcune enciclopedie, preferiscono tacere; forse, per non offuscare l’aureola dell’eroe dei due mondi e del suo fidato luogotenente.

E così, Garibaldi sbarca in Calabria, presso Melito il 19 agosto; il 21, occupa Reggio Calabria; il 31 dello stesso mese entra a Cosenza, il 7 settembre è già a Salerno ed il giorno successivo entra in Napoli, abbandonata, precipitosamente, dall’imbelle Francesco II e dalla sua corte: Eppure, l’esercito borbonico era ancora forte di 50.000 uomini, rimasti fedeli alla corona, nonostante le cospicue defezioni dei reggimenti di stanza in Sicilia e Calabria; defezioni determinate da una inspiegabile mancanza di ordini superiori per il semplice fatto che ufficiali, comandanti e generali borbonici si erano sottratti al loro dovere, lasciando la truppa in balia di se stessa; la stessa situazione si verificherà in Italia, in occasione della seconda guerra mondiale, quando le nostre truppe furono abbandonate dagli stati maggiori e dallo stesso Re Vittorio Emanuele III con la sua ignominiosa fuga da Roma a Brindisi e con la resa unilaterale del nostro esercito l’8 settembre 1943, alle forze alleate, con le tragiche conseguenze dei tedeschi che non accettarono l’ennesimo tradimento di casa Savoia.

Tutti noi, fin dai banchi delle scuole elementari, siamo stati connotati da una oleografia ufficiale che rappresenta, forse ancora oggi, l’incontro a Teano tra Garibaldi che saluta Vittorio Emanuele II come Re d’Italia, mentre i garibaldini osannano all’evento e i Bersaglieri, comandati dal generale Cialdini, restano indifferenti al tutto e con i fucili pronti.

In effetti, in quell’incontro, mai avvenuto secondo la raffigurazione pittorica, a Garibaldi fu imposto di cedere le armi ai piemontesi, congedare i vocianti garibaldini e di ritirarsi con le buone e senza alcun ben servito: questa volta si trattava di scontrarsi, forse, con un esercito ben disciplinato ed organizzato, come quello piemontese.

Perché - ci si chiede - un Regno, come quello delle due Sicilie, si dissolse in appena quattro mesi ?

Perché - ci si chiede- l’Austria non intervenne in aiuto di Francesco II di Borbone?

Perché - ci si chiede - uno staterello come il Piemonte ( per secoli rinserrato fra le Alpi di nord-ovest) tutto ad un tratto, espande i propri confini per quasi tutta la penisola, senza suscitare l’allarmismo non solo dell’Austria, ma anche della stessa Francia ?

A questi interrogativi non si possono fornire spiegazioni confortate da documentazioni politiche, a tutt’oggi ancora rinchiuse nei nostri archivi segreti di Stato. Proviamo, allora, ad esaminare fatti, circostanze e decisioni diplomatiche che possano, in certo qual modo, fornire ipotesi accettabili sul piano della logica storica.

Bisogna compiere un passo indietro di un decennio.

Dopo la disfatta subita dall’esercito piemontese da parte degli austriaci, nella battaglia decisiva svoltasi nei pressi della " brumal Novara ", che concluse la prima guerra d’indipendenza (12 marzo1849) e a seguito dell’abdicazione al trono di Carlo Alberto in favore del figlio Vittorio Emanuele II, inizia quel periodo storico meglio noto come " decennio di preparazione " .

Artefice di grande acume politico fu il Cavour, primo ministro di Vittorio Emanuele II; in lui alto era il senso dell’italianità, oltre che essere animato da un profondo ideale libertario e liberale. Almeno così lo considerano gli storici italiani e stranieri; ciò, fa propendere per un suo coinvolgimento nelle teorie massoniche, la cui dottrina fu espressione della rivoluzione francese, ma, ancor prima, intuita e sviluppata in Inghilterra, intorno al 1720, ad opera del reverendo James Anderson , il quale, risalendo alla misteriosofia precristiana, alla tradizione biblica e ad organizzazioni medievali come le corporazioni dei costruttori, i Catari, i Templari ed i Rosacroce, elaborò una ideologia fondata su norme etiche di vita, permeate da uno spirito di solidarietà tra gli aderenti. Forse questa è una chiave di lettura circa la partecipazione di un nostro corpo di spedizione in Crimea, unitamente alla coalizione anglo-franco-turca, nella guerra contro la Russia, partecipazione che fu sostenuta dall’Inghilterra su proposta (forse preventivamente concordata) dal Cavour: con ciò si vuole anche rendere onore al valore di quel battaglione di Bersaglieri la cui vittoriosa resistenza, lungo le sponde del fiume Cernaja, suscitò l’ammirazione del comando alleato.

Si spiegherebbe, così, la presenza di navi da guerra e di mercantili inglesi nel porto di Marsala al momento dello sbarco dei Mille di Garibaldi, il quale rivestiva anche la carica di gran maestro della massoneria italica, riconosciuta e tutelata dalla gran loggia d’Inghilterra: a proposito, anche il generale Lanza aveva forti simpatie massoniche.

Ma la spedizione dei Mille non fu solo il risultato di una fraterna solidarietà tra due massonerie.

in effetti, l’Inghilterra aveva tutto l’interesse a ridimensionare l’enorme influenza politico-militare dell’Austria che, nel famoso Congresso di Vienna del 1815 l’aveva fatta da padrone, grazie al suo Ministro degli esteri dell’epoca, il Principe di Metternich, che fu il vero ed incontrastato artefice della restaurazione delle monarchie assolutistiche europee, sconvolte dalle ventate militari ed ideologiche dell’unico vero erede della Rivoluzione Francese: Napoleone Bonaparte.

Fu così che uno staterello come il Piemonte estese i suoi confini per quasi tutta la penisola italiana, il Veneto e Roma sarebbero state annesse nel decennio 1860/70.

Un’ultima notazione: al momento della spedizione dei Mille il fondo aureo di garanzia monetaria del Regno di Sardegna ammontava, appena, a cinque/sei milioni in oro, mentre quello del Regno delle due Sicilie era cospicuamente formato da oltre 60 milioni, sempre secondo il valore di un’epoca la cui unità minima monetaria era rappresentato dal centesimo; si incrementò, da allora, lo sviluppo industriale del Nord Italia, già avviato e sorsero o si ingrandirono strutture industriali come la S.I.P. (società idroelettrica piemontese), i grandi opifici tessili come i Cucirini Cantoni Coats, la stessa Ansaldo, mentre la Società di navigazione Rubettino aumentò il proprio tonnellaggio.

A quelli del Sud, " riscattati " dall’assolutismo borbonico, vennero " benignamente " estese le leggi sabaude, lo Statuto albertino e le imposizioni fiscali nella stessa misura alla quale era assoggettata la ricca ed industre borghesia settentrionale; e per forza di cose nacque il brigantaggio con le sue nefaste conseguenze economiche e sociali.

Per chi ha letto il famoso ed unico romanzo che fotografa quell’epoca (parlo del " Gattopardo " di Tomasi di Lampedusa) c’è una frase emblematica che marchia a fuoco gli eventi di quel tempo; è la risposta del Principe Salinas all’inviato dei Savoia che gli offrivano la nomina a Senatore del Regno, e che così suona : "bisognava cambiare tutto, perché tutto avesse a restare come prima ".

Quando, fra qualche secolo, saranno consultabili gli archivi di Stati del tempo, ancora secretati, il resoconto veritiero dei fatti, ora utopisticamente considerati, mi darà, forse, torto;...... e se avessi ragione! ! Ma a quel punto, per me, la cosa non avrebbe più importanza.-

 

Giuseppe Chiaia - preside .

10 marzo 2004.

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