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Tre per otto?
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

3 maggio 2017






Non è un offerta commerciale. Ma un sensato utilizzo del Tempo.


 

In questo lavoro, così come negli altri della medesima sottosezione, si riportano estrapolati di colloqui analitici, finalizzati ad affrontare argomenti di interesse pubblico. L’operazione, con il consenso degli interessati, rispetta tutti i dettami della legge sulla Privacy ed i principi del rispetto e della correttezza professionale.

BUONA LETTURA

 

Caro dottore, l’altra settimana ho letto con interesse e compiacimento il suo articolo intitolato Il tempo e la vita. Man mano che procedevo ad analizzare i contenuti dei suoi messaggi, mi sono posta delle domande di approfondimento personale. Posso proporgliele?

Certo!

Giovanni Russo, suo maestro e "Méntore" per molti anni, ha parlato della "regola dei tre otto" che consiste nel dividere la giornata in tre frazioni di 8 ore ciascuna e ottimizzare, in questo modo, il tempo a propria disposizione. Come si fa ad utilizzare bene la propria giornata seguendo queste indicazioni, visto che i nostri impegni non sempre sono prevedibili, quanto alla durata ed all’affaticabilità? A me capita spesso di restare delusa ed arrabbiata perché, a fine giornata, ho fatto molto meno di ciò che mi ero programmata... soprattutto per eventi indipendenti dalla mia volontà!

Penso che si sia riferita a quel personaggio di omerica memoria cui Ulisse, partendo, affidò il figlio e la cura della propria casa, quando ha citato "Mentore"...

Proprio così!

Per rispondere alla sua osservazione, posso dirle che si tratta di pianificare gli impegni di tipo globale, cioè di vita privata, di gestione dello studio, della casa, degli affetti, e del lavoro, per quanto concerne il breve ed il medio periodo (che copra almeno 15 giorni), sulla base della priorità legata all’appagamento dei bisogni indispensabili, alla responsabilità che assume man mano che accetta mandati lavorativi... e all’autorealizzazione personale, nel lavoro, negli affetti e nel tempo libero.

In questo modo, lei si abitua a creare una classifica degli elementi più importanti da seguire ed appagare, flessibilmente, avendo a disposizione 24 ore della giornata.

Però io noto che non riesco a rispettare la distribuzione di cui lei parla e finisco coll’impegnarmi molto, in maniera "squilibrata" rispetto alle incombenze... e poco produttiva. Ciò comporta uno sfasamento!

Questo accade finché non si è acquisita sufficiente esperienza per valutare gli imprevisti, anche se poi, in realtà, un margine (magari un 20%) per ciò che può succedere in maniera non ipotizzabile, nelle sue valutazioni lo deve lasciare: un po’ come accade nella grande distribuzione commerciale dove, chi pianifica l’aspetto economico, calcola in anticipo una percentuale legata ai furti che subiranno.

Ma è corretto, come sta capitando a me ora, dedicarsi quasi esclusivamente alla realizzazione di un obiettivo lavorativo?

Dipende dal momento storico che attraversa. Per come ha impostato la sua vita, ora sta impegnandosi per costruire un’identità più matura ed un inserimento lavorativo più incisivo. A queste condizioni, è corretto agire, per tempi ragionevolmente brevi, come sta facendo. Le sua difficoltà nascono, però, dal fatto che non sempre si organizza adeguatamente per rispettare ciò che si propone. Allora, il problema non è "pensare" 24 ore a come lavorare meglio, il problema è "organizzarsi" per riuscire a lavorare meglio.

Anche in periodi in cui il lavoro non è affatto garantito?

Spesso, mi sono espresso in merito.

Nella fase dell’attuale congiuntura, ci siamo resi conto del fatto che, il Sistema (che sia lo Stato o che siano i mercati), di sicuro non si comporta come un "buon padre di famiglia" ma porta ad una modalità di selezione per cui: chi è più capace va avanti e gli altri non ce la fanno. È molto brutto ma questo sta accadendo e accade in solitudine. Ma la solitudine perché crea problemi?

Perché ti mette a confronto con chi, in fondo, sei e non hai mai pensato di essere. Immaginiamo di tornare indietro, a quando eravamo ragazzini, magari in quinta elementare, intorno a dieci anni: avevamo creato un buon rapporto con il sistema classe, conoscevamo il nostro maestro, i nostri maestri, e un giorno, il maestro non c’è ... non si sa se si è ritirato, non si sa se è in malattia e viene un supplente ... con un’espressione temperamentale diversa, che non ci tratta affettuosamente come faceva la persona che eravamo invece abituati a osservare tutti i giorni e ci sonda attraverso una piccola interrogazione o, comunque, partendo proprio da "come ti chiami e cosa fanno i tuoi", che è la classica domanda che si usava fare tanto tempo fa.

Tu ti trovi, improvvisamente, da solo e nudo. Perché non hai più la protezione di tipo affettivo, la protezione che era legata al valore che avevi costruito e che ti garantiva un credito. E allora, a queste condizioni cosa si può fare? Accettare l’idea che ogni volta ti trovi di fronte ad un esame; verificare la motivazione per cui dovresti affrontare questo esame... perché tu potresti anche stancarti o non averne voglia. Infatti, perché spingerti verso qualcosa che non sai neanche dove ti porta?

Ma, per continuare a confrontarti con le richieste che ti mettono sotto esame, diventa necessario sapere:

  • Chi sei
  • Quali sono le tue attitudini
  • Su che cosa puoi contare
  • Che cosa ti piacerebbe fare
  • Che cosa, di quello che ti piacerebbe fare, poi, la Società vuole
  • Come farlo sapere alla Società

Ma soprattutto, bisognerebbe domandarsi: dopo che ho capito che in teoria potrei fare ciò che potrebbe piacere, quanto amo tutto ciò?

Mi vengono in mente due aforismi: uno tratto da un’affermazione di Martin Luther King e l’altro è un proverbio africano.

Questo personaggio che ha lasciato sicuramente un segno nella storia, fra le varie cose che sosteneva, ne diceva una abbastanza interessante che dovremmo riapprezzare in questi tempi: "Quale che sia il lavoro che tu voglia fare, per esempio lo spazzino, sarebbe opportuno che tu lo svolgessi nel migliore dei modi e che lo amassi al punto tale che, tutte le creature del Paradiso, passando da quella strada direbbero che lì, sicuramente, è vissuto il migliore, il più bravo spazzino del mondo perché ha tenuto la strada come meglio non si sarebbe potuto!" A quel punto, hai meritato un posto nella Storia.

Invece la tradizione africana racconta che, durante un incendio nella foresta, mentre tutti gli animali fuggono, un colibrì vola in senso contrario con una goccia d’acqua nel becco. "Cosa credi di fare!" Gli chiede il leone. "Vado a spegnere l’incendio!" Risponde il piccolo volatile. "Con una goccia d’acqua?" Dice il leone con un sogghigno di irrisione. Ed il colibrì, proseguendo il volo, risponde: "Io faccio la mia parte!".

Ma allora, si può essere soddisfatti ugualmente, anche se non si è portato a termine il proprio programma, procrastinando, in tal modo, la realizzazione di ciò che ci si era proposto?

Si, a condizione di poter essere certi di aver fatto tutto il possibile. Comunque, è veramente difficile che in una programmazione preventivata con mesi di anticipo, non si centrino degli obiettivi. L’importante è non riuscire ad affollarsi di impegni, perché poi è difficile tenere il passo anche degli imprevisti conseguenti ad ogni tipo di attività che ci proponiamo di intraprendere.

Io ho l’abitudine di stilare un programma settimanale, solitamente la domenica sera; però noto che non riesco a rispettarlo soprattutto quando di inserire delle richieste nuove e, quindi, non previste.

Questo nuovo impegno si accetta, a condizione di poterlo inserire nell’ambito delle giornate dove ritiene di avare un po’ più di tempo.

Io, invece, ora sono impatto con un problema: ho difficoltà a tradurre in pratica i suoi consigli, perché sono stata abituata ad accettare sempre e comunque le richieste altrui!

E infatti sta pagando per questo suo modo di intendere la vita! Arriverà il momento che sentirà l’esigenza di cambiare radicalmente sistema...

Ne sono convinta, anche perché una certa trasformazione, almeno nelle idee, comincio a percepirla!

Passando ad un altro argomento, vorrei domandarle... cosa significa "apprezzare il valore dell’attesa", di cui spesso mi parla?

Se consideriamo l’attesa come la porzione di tempo che intercorre tra la programmazione di un evento, l’organizzazione e la realizzazione, possiamo concludere che è possibile trarre godimento nel vivere con l’immaginazione tutto quello che accadrà e complimentarsi per tutto ciò che è stata in grado di produrre perché la realizzazione dell’evento si avvenuta con successo. La quantità non determinata di momenti in cui si svolgono i nostri avvenimenti e che si chiama tempo, può essere apprezzata nel "prima", nel "durante" e nel "dopo". L’attesa scandisce le frazioni che separano fra loro questi momenti e quelli che scaturiranno da successivi eventi.

Però, quando l’attesa è motivata da ostacoli che si frappongono fra noi ed un evento, possiamo considerarla ancora gratificante?

Se riusciamo a studiare una buona strategia che ci consenta di affrontare adeguatamente gli ostacoli, quest’attesa ci darà l’opportunità di pregustare, usando l’immaginazione, cosa accadrà quando le cose funzioneranno bene!

Ma, allora, io non uso l’immaginazione?

È probabile che lei sia stata indotta, osservando il comportamento altrui, ad immaginare solo gli aspetti e le possibilità più sfavorevoli, fra le varie ed eventuali che le potrebbero capitare. In pratica, lei presume quasi sempre, che le sue cose andranno male.

È un problema di abitudini sbagliate, quindi!

Si, ma penso che si sia resa conto che è possibile cambiare.

Certo che è un cammino difficile. Temo che il mio stress, aumenterà non poco!

"Non vi diciamo che la vita senza stress è possibile, bensì che, di fronte alle inevitabili situazioni che generano tensione, voi potete migliorare enormemente la vostra resistenza e la vostra capacità di rispondere costruttivamente alle sfide della vita". (PNL per il Benessere - Richard Bandler, Garner Thomson)

Si può riuscire a vivere appieno, simbolicamente, ogni minuto della nostra vita, riuscendo a trovare qualcosa di gradevole anche quando si affrontano situazioni difficili o fastidiose, come ad esempio i tempi necessari per gli spostamenti?

"Il bimbo mostra il suo giocattolo, l’uomo lo nasconde". (A. Porchia).

Questa domanda ci fa capire che è intenzionata a voltare pagina, nei suoi modi di fare: risponderò, quindi, molto volentieri, anche se le premetto che non sarà facile.

Innanzitutto è necessario imparare a creare uno spazio di libertà mentale tra un impegno di lavoro e l’altro: bisogna "staccare la spina", e non continuare a pensare a quello che è accaduto e a quello che accadrà. Provi a crearsi questo break mentale ed a godersi quello che ha intorno, quando viaggia: la pulizia della macchina, la qualità dello stereo, la guida, il panorama... può pensare al bagno caldo che farà la sera, alla cena con qualche amico "particolare". In questo modo lei si rilassa, preparandosi per un successivo incontro.

Io riesco a fare una cosa del genere solo quando ho pochi impegni, oppure quando sto per andare a trascorrere una giornata piacevole, ad esempio in montagna con gli amici!

Se immagazzina le immagini di tutto quello che vede, quando sta bene... e in compagnie piacevoli, può "rivederli" mentalmente anche negli altri momenti. Magari, se ascolta una buona musica di sottofondo, armonica ed equilibrata, sarà facilitata nell’induzione del ricordo positivo.

A proposito di musica, noto che, spesso, non gradisco ascoltare le canzoni, ma preferisco ascoltare solo armonie senza parole: perché?

Le parole contenute nelle canzoni, le impegnano di più la mente perché devono essere decodificate anche nel significato, mentre la musica in sé, è solo "significante energetico". La canzone attira di più la sua attenzione, non può distrarsi mentre l’ascolta, mentre una melodia può farle compagnia in maniera "discreta" perché, specie se è una musica che conosce già, le consente di produrre delle emozioni già sperimentate lasciandole il tempo di fare quello che vuole.

Più di una volta l’ho ascoltata parlare di autostima e di autoaffermazione. Mi è chiara la loro definizione. Per favore, potrebbe sintetizzarmi il percorso per raggiungere entrambi questi obiettivi esistenziali?

 

Principi dell’Autostima

 

  • Applicarsi con serietà al proprio lavoro;
  • Superare le fasi di immaturità della personalità (fasi transitorie come "identificazione", " paura del giudizio altrui", "stima di sé in funzione dell’opinione degli altri"; etc.)
  • Rendersi conto della validità che, il proprio operato, rappresenta all’interno della Società in cui si vive;
  • Migliorarsi un po’ alla volta, continuamente.

 

Principi dell’Autoaffermazione

 

  • Proteggersi dalle frustrazioni quotidiane (imparando ad assorbirle ed a metabolizzarle).
  • Imparare ad applicare i concetti di adattamento ed integrazione nei confronti delle difficoltà del quotidiano, per vivere in assenza di conflitti permanenti.
  • Operare una gestione corretta del proprio tempo vitale.
  • Riuscire a donare e ricevere amore, nella giusta misura.
  • Adoperarsi per far valere i propri diritti e riducendo, comunque i rischi di collisioni interpersonali.
  • Costruire un lavoro che piace.
  • Approntarsi l’antiacido giusto per riuscire a digerire i fastidi lavorativi, quelli relativi al "gravame" familiare e tutto ciò che deriva dalla difficoltà di impegnare correttamente il proprio tempo libero.
  • Ridimensionarsi l’attaccamento ai beni materiali.
  • Utilizzare le esperienze di vita vissuta ed acquisendo la capacità di vedere negli errori, un’opportunità per "crescere".
  • Determinarsi, interiormente, la propria, personale, gioia di vivere e contagiando gli altri esseri umani.

 

C’è qualcosa di più che posso imparare, per avere successo, nella mia vita?

Posso risponderle con un’ottima riflessione di Ralph Waldo Emerson:

"Ridere spesso e di gusto; ottenere il rispetto di persone intelligenti e l’affetto dei bambini; prestare orecchio alle lodi di critici sinceri e sopportare i tradimenti di falsi amici; apprezzare la bellezza; scorgere negli altri gli aspetti positivi; lasciare il mondo un pochino migliore, si tratti di un bambino guarito, di un’aiuola o del riscatto da una condizione sociale; sapere che anche una sola esistenza è stata più lieta per il fatto che tu sei esistito. Ecco, questo è avere successo, nella vita."

Bene, è tutto chiaro, posso partire per nuove avventure!

Io le sto spiegando le motivazioni dei problemi e le relative soluzioni, in maniera teorica, ora è necessario che lei sperimenti, attraverso la pratica, la validità dei miei messaggi. Faccia attenzione a non seguire quello che sosteneva Albert Einstein a tal proposito:

"La teoria è quando si sa tutto e niente funziona. La pratica è quando tutto funziona e nessuno sa il perché. A volte, si mettono insieme teoria e pratica... in maniera bizzarra: non c’è niente che funzioni... e nessuno sa il perché!"

 

G. M. - Medico Psicoterapeuta, Counselor (17 Novembre 2012)

 

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