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La paura dei cattivi ricordi...
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

11 gennaio 2018






Come si fa, a diventare migliori?


In questo lavoro, così come negli altri della medesima sottosezione, si riportano estrapolati di colloqui analitici, finalizzati ad affrontare argomenti di interesse pubblico. L’operazione, con il consenso degli interessati, rispetta tutti i dettami della legge sulla Privacy ed i principi del rispetto e della correttezza professionale.

BUONA LETTURA

Caro dottore, in un suo articolo, parlando di paure, ha scritto che, se non si riesce a superare una paura impegnativa, sarà bene rinunciare, perché le sconfitte fanno parte dei limiti della nostra esistenza. Da quanto avevo capito, attraverso i nostri colloqui, pensavo che ogni paura si potesse risolvere. Dove ho sbagliato?

 

Non ha commesso errori. L’articolo cui lei si riferisce, è indirizzato a tutti, non solo alle persone che seguono un percorso di analisi personale. Chi segue un trattamento di psicoterapia, "deve" pretendere dal proprio psicoterapeuta le spiegazioni per affrontare in maniera adeguata, le proprie paure! È importante sapere che la paura, ad ogni modo, ci evita di andare incontro a rischi, senza accorgercene. Per quanto riguarda, invece, le preoccupazioni che possono peggiorare la qualità della vita, esiste la possibilità di risolverle, scoprendone le motivazioni e lavorandoci sopra. "Smontandole"

Quali sono le paure nei confronti delle quali si può pensare di rinunciare o, magari, rimandare?

Quelle che derivano dall’affrontare un ostacolo particolarmente impegnativo come, ad esempio, accettare un lavoro che presenta ampi margini di rischio, o scegliere su settori importanti (come, ad esempio, il mondo degli affetti), senza avere le idee sufficientemente chiare. In questi casi è bene rimandare ed evitare di stressarsi nel tentare di "farsi violenza" per andare avanti lo stesso: meglio attendere di avere maggiori informazioni ed affrontare il tutto, in maniera razionale.

Può spiegarmi cos’è e come si può mettere in pratica quel sistema che consente di mofdificare il proprio carattere e che tecnicamente, viene denominato "diluizione energetica" ?

È legato al meccanismo del portar fuori tramite parole, le idee costruite con dati contenuti in memoria. Se lei ha dei ricordi sgradevoli o conflitti irrisolti, parlandone li fa uscire dalla propria mente, a condizione che, chi ascolta, non interrompa il suo discorso ma, al contrario, dopo che lei ha terminato di parlare, le fornisce delle spiegazioni chiare e rassicuranti. In questo modo, reiterando l’esperienza, al posto di quei ricordi fastidiosi ci saranno elementi più "tranquilli" e finirà per eliminare del tutto le cose che le davano fastidio.

La diluizione avviene grazie al parlare ed al ricevere spiegazioni; in questo modo si "lavano" i ricordi, un po’ alla volta, ricalcando ciò che sta alla base della trasformazione di un percorso d’analisi: lei parla di sé e poi riceve spiegazioni; in questo modo depura la sua mente, mettendola in condizioni di progredire.

Come si fa a metabolizzare ricordi negativi che ci hanno fatto soffrire?

Ci dobbiamo rifare a quanto le ho spiegato a proposito delle frustrazioni: a seconda del "tipo", noi ci comportiamo di conseguenza.

Ad esempio, se ci sentiamo responsabili direttamente di un evento fastidioso, dobbiamo domandarci se, per caso, avremmo potuto comportarci diversamente. Anche se scoprissimo che potevamo fare di meglio, dovremmo valutare il tutto, come un’ottima opportunità di acquisizione di un’utile esperienza da cui trarre giovamento. Richiamando i valori logici si ridimensionano gli eventi e si evita di reprimere dei fastidi, di arrabbiarsi inutilmente, dando spazio al rispetto di sé.

"Certe volte basta un attimo per scordare una vita; altre volte non basta una vita per scordare un attimo (Jim Morrison)". È capitato ad ognuno di noi di essere bambini. Con la stessa certezza, si può affermare che tutti, più o meno, abbiamo faticato non poco, a scuola, per imparare le famose tabelline! Eppure, spesso, basta un’unica brutta esperienza, per imprimere il ricordo in maniera talmente vivida che, al ripresentarsi di una circostanza similare (anche se solo in apparenza), si producano stati di ansia difficilmente gestibili. Secondo lei, perché accade una cosa del genere?

Proprio, non lo so!

Da una prospettiva psicobiologica ed evoluzionistica la memoria, in quanto tale, è una capacità mentale indispensabile per il presente e, soprattutto, per tutto ciò che costituisce quell’incognita chiamata futuro. L’evoluzione di ogni specie e lo sviluppo delle capacità di ogni singolo essere vivente, infatti, si basa sulla possibilità di produrre idee e concetti in grado di consentire l’elaborazione di strategie comportamentali efficaci per l’appagamento dei bisogni fondamentali e, parimenti, riuscire ad ottenere risposte circa il senso della propria vita.

Il "segreto" del cervello consiste nel valutare le nostre esperienze mentre si verificano e selezionare istantaneamente quali memorizzare (per servirci da riferimento in seguito) e quali, invece, devono essere "scartate". Si ritiene che i ricordi che costituiscono, in fondo, la storia della nostra vita, non siano custoditi nei singoli neuroni ma, piuttosto, in quelle autostrade di informazioni chiamate "reti neurali" (che si interfacciano, ovviamente con Astrociti e "simili"). Ogni flusso esperenziale ripetitivo, genera una sorta di rafforzamento sinaptico (dialogo biochimico fra un neurone e l’altro) in grado di riprodurre il ricordo in questione. È chiaro che tutte le informazioni, viaggiando a bordo di particelle elementari (elettroni, etc.) veicolate dal loro stesso movimento (fondamentalmente, frequenza e lunghezza d’onda) modificano, di fatto, la struttura atomica del Dna delle cellule coinvolte, inducendo delle accelerazioni sui parametri di base. Se aggiungiamo, inoltre, che fattori simili (anche provenienti dall’esterno) inducono una lettura differente del nostro genoma, ecco che i risultati fenotipici (fra cui ricordi e comportamenti) andranno a modificarsi.

In sostanza, possiamo immaginare la nostra memoria come una sorta di archivio ben organizzato in cui sono presenti due "catagolatori" differenti con altrettante porte d’accesso: una stanza in cui sono depositati gli scheletrati delle idee e un altro in cui sono allocati i vari "complementi d’arredo" che personalizzano il tutto così come avviene nel momento in cui si decide di allestire l’albero di Natale, comprandone uno artificiale. Nello scatolo troveremo un fusto con i rami chiusi, per ottimizzare gli spazi a disposizione. In base ai propri gusti, si modellerà la forma dell’albero dispiegando "ad hoc" ogni singolo ramo e arricchendo il tutto con arredi appropriati. In questo modo, ognuno avrà creato il proprio albero partendo, in fondo, da elementi base simili per tutti i potenziali acquirenti. Volendo proporre un modello differente, si dovrebbe agire sulla forma dell’albero e su una collocazione degli addobbi, modificata.

La memoria, in fondo, subisce lo stesso andamento. L’afflusso continuo di dati dal mondo esterno e il rimodellamento ottenuto sulla base di come vengono vissute le singole esperienze, modificano gli archivi mnemonici alterando la rievocazione mnemonica. Quante volte, infatti, ritornando nei luoghi in cui si è vissuto molto tempo prima, ci si accorge che li si ricordava in maniera differente?

Questo vale, ovviamente, per tenere a mente momenti che non si vogliono dimenticare. Per tutto quello che, invece, costituisce il prototipo dei brutti ricordi (traumi, cattive esperienze in genere, etc.) è necessario tenere presente l’importanza dell’appagamento di quei bisogni tipici degli obiettivi a breve, medio e lungo termine nei settori di interesse prevalente (a seconda dei momenti e, ovviamente, delle opportunità del momento) che riguardano, rispettivamente, il lavoro, gli affetti e il proprio tempo libero. In questo modo, si tiene impegnata l’attenzione verso qualcosa di costruttivo e, al tempo stesso, si favorisce il riadattamento continuo fisiologico di tutto il pacchetto memoria. "C’è un solo modo di dimenticare il tempo: impiegarlo" (Charles Baudelaire).

È chiaro che, se si vuole accelerare questo processo e, al tempo stesso, garantirsi una sua buona riuscita, al punto da correre il rischio di rivivere un brutto ricordo, al massimo, come un leggero fastidio, oltre a programmare (quotidianamente) il da farsi per evitare "fermi" mentali pericolosi, si può prendere in considerazione un training di psicoterapia che consenta: la ricerca dei conflitti bloccati attraverso l’analisi dei sintomi; l’analisi degli apprendimenti scorretti (responsabili dei conflitti) con opportune indicazioni finalizzate al loro cambiamento; lo "scarico" di eventuali conflitti bloccati con conseguente ridimensionamento mnemonico dell’evento; la rivisitazione dei contenuti del conflitto, secondo parametri razionali e logici.

 Devo confessarle una verità. Io, a volte, mi detesto! Perché?

"Che cos’è che spinge una persona a detestarsi? Forse la vigliaccheria. Oppure l’eterna paura di vivere nell’errore, di non fare ciò che gli altri si aspettano". (Paolo Cohelio)

È vero. Solo che non voglio ammetterlo! Certe volte, però, non mi piace come mi comporto...

"Ci si sbaglierà raramente, attribuendo le azioni estreme alla vanità, quelle mediocri all’abitudine e quelle meschine alla paura". (Friederich Nietzsche)

La logica è uguale per tutti, questo è un dato di fatto, però quando io mi pongo delle domande e cerco di operare una verifica "asettica" e razionale, chiamando in causa la logica, non riesco ad ottenere i suoi stessi risultati: come mai?

Potenzialmente, lei è in grado di arrivare alle mie stesse conclusioni: solo che deve fare i conti con i suoi aspetti aggressivi o affettivi "tumultuosi" che l’allontanano da un binario razionale.

E perché a lei non succede?

Scusi ma lei quanti anni ha studiato psicoterapia?

Non ho mai studiato psicoterapia.

Io mi sono specializzato, studiando per nove anni, dopo la laurea. Inoltre, esercito la professione di specialista dal 1994. Una domanda...

Si? Mi dica!

Lei quanti colloqui di analisi personale ha fatto?

Non so di preciso, forse una ventina.

Io ne ho fatti più di 1200, perché lei si meraviglia del fatto che, il sottoscritto, abbia un po’ meno difficoltà, nei percorsi della mente? È solo una questione di preparazione!

Io non mi meraviglio, vorrei riuscire a migliorarmi da solo!

Non le sarà mai chiesto di seguire il mio stesso iter perché lei non ha scelto di diventare un professionista del settore, però, continuando a migliorare, fra un po’ sarà in grado di fare ciò che, per ora, non le riesce.

Dentro di me mi pongo tante domande.

Fa benissimo perché, in questo modo, mi dà l’opportunità di risponderle in maniera adeguata.

Ad esempio, io... chi sono?

In fondo... lei è esattamente quello che pensa. Che è il risultato di quanto ha imparato e che, attraverso il meccanismo della riflessione, ottimizza nella ricerca del senso della vita, dividendosi fra risorse e motivazioni, attraverso una scala di valori durante le 24 ore che, ogni giorno, le vengono messe a disposizione.

Voglio cercare di ottenere dentro di me un autoconvincimento, perché, se uno riesce ad autoconvincersi per le cose positive, non ha ottenuto poco, ma tantissimo!

Prima di iniziare a fare analisi personale, quando le riusciva di autoconvincersi?

Poco, niente proprio!

Allora può essere contento dei suoi progressi, anche se continuerà a migliorare. Faccia attenzione a che, il convincimento, si basi su dati reali. E non su bugie che si racconta.

È vero che, anche quando ci sentiamo adeguati in uno specifico frangente, possiamo avvertire una condizione di timidezza che ci "blocca"?

Cosa possiamo fare per superarla?

La timidezza impedisce di mettersi alla prova, per proteggersi dalle frustrazioni del giudizio negativo altrui. Di conseguenza, si può pensare di superarla

  • riducendo l’importanza del giudizio degli altri su quello che noi pensiamo;
  • convincendoci del fatto che nessuno è perfetto e tutti siamo migliorabili
  • eliminando la paura di sbagliare, perché quando sbagliamo facciamo esperienza e diventiamo più saggi.

Se io dovessi parlare davanti ad una platea non avrei il coraggio di farlo, avrei paura di sbagliare anche perché non ho una dialettica tale, da poter affrontare un discorso serio. È vero che le persone "spudorate", affrontano le situazioni (anche se non sono preparate) aggredendo in maniera spavalda?

Si, per proteggersi, aggredire l’altro per paura che l’altro scopra i limiti.

È un modo di interpretare un ruolo che faccia dimenticare le carenze, porta ad indossare una maschera... ma, alla lunga, si paga un prezzo. "Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero" (Oscar Wilde).

Anche se, "Nel paese della bugia, la verità è una malattia" (Gianni Rodari), con questo sistema, però, prima o poi, però, si crolla. Non si può sostenere, nel tempo, una tensione camuffata perché si fanno i conti con lo specchio e si va in crisi: si può impunemente ingannare gli altri, difficilmente se stessi.

Posso imparare a parlarmi sempre più chiaramente e onestamente?

Dostoevskij sosteneva che ci sono, fra i ricordi d’ogni uomo, cose che non si raccontano a tutti, ma appena agli amici. Ve ne sono altre, tuttavia, che neanche agli amici si raccontano, ma appena a se stessi, e per di più sotto suggello di segreto. Ce ne sono, infine, altre ancora che persino a se stessi si ha paura di raccontare. E di tali ricordi ogni uomo, anche il migliore del mondo, ne mette insieme parecchi. Insomma, caro amico, è opportuno accettare che siamo il risultato di ciò che incontriamo durante il cammino. L’importante è utilizzare l’esperienza, per imparare a schivare ciò che riconosciamo non appartenere al nostro animo sensibile.

 

G. M. - Medico Psicoterapeuta (2 dicembre 2012)

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