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Adattamento, autocontrollo e pensiero positivo.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

26 marzo 2016



Come si crea un pensiero positivo? Autocontrollarsi, significa reprimere?


Come si crea un pensiero positivo?

Andando alla ricerca, nel serbatoio della memoria, di tutti i possibili ricordi piacevoli, per dirla alla Robin Williams, "dei pensieri felici" (esperienze, ricordi vari di tipo costruttivo, etc.). è utile imparare a dare un valore positivo a tutto ciò che, nella propria vita, "gira" bene (salute, assenza di problematiche gravi permanenti, affetti, amicizie, etc.). Come "aiuto", posso segnalare gli articoli Il valore del sorriso e Felicità

Esistono persone caratterialmente "più forti" ed altre "più deboli"?

No, ci sono persone più o meno mature, più o meno solide, ma non più forti o più deboli. La solidità deriva dallo sviluppo e dal corretto utilizzo delle proprie capacità di base, il ché consente di costruire una forte stima di sé.

Per cercare di innervosirsi di meno ed avere, al contempo, un autocontrollo adeguato, cosa bisogna mettere in pratica?

La parola magica è adattamento. Se lei riesce ad adattarsi ha risolto i suoi problemi, perché costruirà man mano, nuovi equilibri interni rispetto al mutare dagli eventi, per restare "tetragono di fronte ai colpi di ventura" (Dante Alighieri). Per riuscire in ciò, ha bisogno di imparare come si assorbono e si metabolizzano le frustrazioni. Questo argomento viene trattato ampiamente all’interno del settore PSICOLOGIA, di questa testata giornalistica.

Autocontrollarsi, significa reprimere?

"Controllo" viene dal francese "contròle" da "contre - role", che significa riscontro, verifica. Di conseguenza, controllare se stessi equivale a verificare i propri elaborati, magari con l’aiuto della logica, per cercare di capire se le reazioni sono adeguate o meno allo stimolo, per poi decidere se scaricare all’esterno le proprie emozioni. Solo nel caso in cui si stabilisse di trattenere lo sfogo, si configurerebbe il "reato" di repressione a danno proprio.

A proposito di sfogo, le persone che hanno lo stesso problema, possono sfogarsi l’uno con l’altro?

È improbabile che una simile eventualità, produca effetti veramente positivi. Infatti, due o più persone che discutono di medesimi problemi, innescano un meccanismo comunicativo definito "circolare", in cui ci scarica e ricarica in continuazione. Alla fine, si realizzerà una condizione di stanchezza non legata allo scarico di tensioni ma dovuta ad un meccanismo che, in fisica, si definisce di "annichilazione": in pratica, l’energia si dissolve.

Quindi sfogarsi con un amico, può essere utile?

Raramente si raggiungono i risultati sperati, per via del coinvolgimento affettivo. Solo a condizione di ascoltare senza intervenire, anche di fronte ad affermazioni "assurde", si può consentire un’azione catartica (di sfogo).

Che differenza c’è rispetto al confronto con un professionista, ad esempio, un Counselor?

La stessa ce c’è fra la notte ed il giorno! Il professionista (ovviamente quello preparato) ascolta le problematiche altrui decodificando le motivazioni intrinseche dei problemi (superficiali e profondi). In un secondo momento, proporrà di riflettere sul fatto che le difficoltà che lo hanno condotto a star male possono essere affrontate, se si impra ciò che serve. In questo modo si saranno ottenuti i seguenti risultati: scarico delle tensioni, riequilibrio dell’umore, maturazione lungo il cammino di una crescita "sensata".

G. M. - Medico Psicoterapeuta, Counselor

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